Adesso che il grande ritorno è completato, nitidamente e compiutamente, prima al Giro e poi al Tour, mi sembra doveroso tirare una conclusione. La tiro subito: come sospettavo, come temevo, di Armstrong II potevamo tranquillamente fare a meno.
So che parlare male di Armstrong, in certi settori benpensanti e conformisti, è come bestemmiare in chiesa. Spero di essere chiaro, così da evitare tutte le prediche e i sermoni sulle glorie dell’americano: limito il mio ragionamento e la mia condanna ad Armstrong II, a questo Armstrong di ritorno, trentottenne, dopo tre stagioni di pensione. Posso proseguire? Posso davvero stare tranquillo che qualche poveretto non arrivi con la solita lettera d’insulti, chiedendomi come si fa a parlar male di un campione vincitore di sette Tour? Lo ripeto, a beneficio dei poveretti, sfiancando le persone di normale buonsenso: di quello non parlo, perché di quello sono stato un ammiratore, seguendolo direttamente lungo i trionfi del Tour. Parlo di questo Armstrong, di Arnmstrong II, solo di Armstrong II. Se insulti devono essere, che siano riferiti soltanto a questo. Sono pronto ad accettarli serenamente. Il resto, al diavolo.
È terribile sprecare tutto questo spazio per le premesse, ma ormai siamo al punto che certa gente capisce solo a modo suo. Quello che vuole. Ti fa dire quello che non hai detto. È durissimo, il sereno confronto delle idee. Cocciutamente, insisto. Dell’Armstrong riciclato mi rende lieto soltanto una cosa: che abbia sempre perso (il terzo posto al Tour, ad anni luce dai primi due, resta una sconfitta). Non lo dico per cattiveria, lo dico per il bene del ciclismo. Mi consola constatare che la natura riesce ancora a imporre il suo corso. Non oso pensare a quali riflessioni ci avrebbe indotto un tizio di 38 anni che dopo tre stagioni di allegra pensione si ripresenta e bello bello umilia tutti i campioni più giovani. Lo dico io per primo: in quest’era di turbamenti e di sospetti, questa eventualità mi avrebbe turbato più di qualunque altra cosa. Meglio così, molto meglio: nel ciclismo, non si inventa nulla. Non si va contro natura. Un tizio di 38 anni che torna dopo tre stagioni di pensione può arrivare terzo in un Tour con due soli big. Cara grazia. Segno che del campione resta sempre qualcosa, ma che gli anni passano pure per lui. Punto e a capo.
A capo c’è una questione ben più delicata: il comportamento di Armstrong. Ebbene, sono sincero: io non lo reggo più. Al Giro pianta grane per le discese bagnate, per le curve strette, per i circuiti pericolosi. A Milano agita la sommossa dei corridori e impone uno sciopero indecoroso (parentesi: quella volta, per i miei toni troppo indignati, quel ragazzo intelligente che è Manuel Quinziato mi affrontò con parole ferme, dicendosi offeso. Apprezzando molto la schiettezza e la lealtà, adesso lo chiamo anch’io al duro confronto: allora, caro Manuel, che ne diciamo del vostro sciopero milanese per un circuito cittadino e del vostro silenzio servile al Tour, di fronte ad una cronosquadre molto più decisiva e molto più assassina della kermesse milanese?).
Torno ad Armstrong II: dopo aver lasciato al Giro soltanto un ricordo di agitapopolo malmostoso e acido, capriccioso ed esigente come una pop-star, al Tour pure peggio. Considerandosi il boss dei boss, sin dall’inizio sega le gambe della sedia al povero Contador, giovane compagno di squadra, colpevole soltanto d’essere il nuovo fuoriclasse (altra parentesi: solo i simpaticoni della Rai lo possono mettere sullo stesso piano di questo Armstrong). Lance arriva al punto di inseguirlo ferocemente - anche se pateticamente - nella tappa in cui Contador prende la maglia gialla. Fuori dalla squadra, il solito atteggiamento da Madonna, intesa come diva e non come Beata Vergine: viaggia da solo sui macchinoni, vuole l’albergo stellare, bacchetta organizzatori e avversari. Un fenomeno di simpatia.
Tranquilli, mi fermo qui. Esprimo soltanto il mio più pieno appoggio a Contador e la mia più fiera allergia ai campioni che tornano. Armstrong II non esce dalla tradizione: con accanimento masochista, è riuscito ad offuscare l’icona di Armstrong I. Proprio un bel risultato. E non venga a raccontare che l’ha fatto solo per sensibilizzare il mondo sui problemi del cancro: aveva mille altri modi, ci stava riuscendo benissimo anche da testimonial prestigioso e ammirato, in abiti civili. Se avesse pedalato solo per solidarietà, non avrebbe partorito quella serie ininterrotta di polemiche, di intrighi, di carognate. Dicono che invecchiare sia un’arte. Decisamente Lance non è un artista.
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