Ci possono essere, nel ciclismo, più ancora che nella vita, dispiaceri veniali e dispiaceri maggiori. Pensiamo alla vittoria di Freire, ad esempio, e non di Riccò alla Sanremo ultima, come archetipo del primo dolore: il successo perfetto di un grande, certo, ma non quel successo straripante che ti accende un sabato pomeriggio. E pensiamo invece, come dispiacere maggiore, alla determinazione di Patrick Lefevere, presidente dei Gruppi Sportivi, di non far partecipare i corridori del Pro Tour alla punzonatura riproposta, con tanto entusiasmo e convinzione, da Angelo Zomegnan e dalla RCS Sport, alla vigilia della Sanremo stessa.
La RCS Sport, stando al messaggio del direttor sportivo belga, non riconosce il Pro Tour, emanazione dell’UCI e merita di conseguenza siffatto trattamento... Ma la sensazione più sinistra è che siano proprio personaggi come Lefevere, travolti o sovradimensionati da un ruolo solo istituzionale, a non apprezzare più lo spirito del ciclismo o ad abitare solo un ciclismo senza spirito.
Noi, che di questo sport conosciamo la storia e che ne respiriamo la difficoltà coniugata al presente, vorremmo affidare alla sensibilità di quanti lo amano ed a monito di quanti con un foglio di carta legale pensano di abrogarne il buon gusto, la gioia esemplare infusa in due piccole storie: la prima rivolta al passato, la seconda con lo sguardo puntato al futuro.
La prima, è la proposta suggestiva ed accattivante di un appassionato di Tortona, Gianni Rossi, che ha felicemente ideato ed ha in cantiere, con la collaborazione di scrittori, giornalisti e ciclofili di varia umanità, un Giro d’Italia del Novecento, su carta. Un libro di fantasia, fra cronaca e romanzo, dove su ventidue tappe “reali”, con tanto di giorni di riposo, si andranno a cimentare atleti che le epoche diverse non hanno diviso, ma solo unito, nel nome del ciclismo. Girardengo, Binda, Coppi, Gaul, Merckx, Gimondi, Hinault, fino a Bugno ed a Pantani, si affronteranno, così, con il corteo di gregari e comprimari che del ciclismo sono il profumo spesso più fragrante, sulla scia delle sensazioni e delle simpatie degli autori, sulla base di un rigore tecnico che non permetterà mai a Van Steenbergen di passare primo sullo Stelvio.
La seconda, quella che ha in sè il pregio impagabile di uno sport che si perpetua, ci viene dal Friuli, e più esattamente dalla provincia di Gorizia, valle dell’Isonzo, da una fucina esemplare di ciclismo, il “Progetto ciclismo isontino”. Bene, in un tempo di divisioni, nel ciclismo maggiore come nel mondo civile, di contese e dissapori, di gerarchie e ranghi difesi a braccio tratto, ecco che due team di ragazzini, l’AC Pieris e la NGC Ronchi dei Legionari, decidono di fondere i due sodalizi in una unica entità, il Team Isonzo Giovanissimi, mettendo al bando superflui antagonismi municipali, propri da stadio di calcio, e correre così nel 2007 con la stessa casacca.
Per privilegiare, piccola ma quanto concreta lezione di vita dei loro dirigenti, una crescita armonica e non inutilmente conflittuale delle nuove leve.
Né Pieris, né Ronchi, ci verrebbe da parafrasare idealmente, ma tutti insieme.
E né Pro Tour, né Organizzatori. Ma solo ciclismo. E non obbligatoriamente
grande. Ma sì, dando spazio anche a quello umile che nel ’76 frequentava appunto lo stesso Patrick Lefevere, da corridore. Nella modesta Ebo-Cinzia di Roman De Loof, tra Van Haerens e Van den Haute, con due kermesse all’attivo ed un successo alla sesta tappa della Vuelta Levante. E nulla più di un ventiduesimo posto in classifica generale, nella citata corsa iberica.
Troppo poco, a ben guardare, per poter mutare un giorno la storia del ciclismo.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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