Scripta manent
Chi può fare la morale?

di Gianpaolo Porreca

Il ciclismo resta una festa, sempre. E non solo quella di maggio, quella del Giro, cui allude «fiesta» - alla Hemingway, senza l’obbligo di Vergani o di Raschi - Eufemiano Fuentes in quel suo improvvido fax di raccomandazione ad un corrispondente colombiano che coinvolge una volta ancora Ivan, Jan, Enrique, e via dicendo. Il ciclismo resta una festa, o una occasione di convito, sì, anche a settembre: anche nel 2006.
Ci verrebbe così da parlare dell’incontro di Miranda, il 3 settembre, ciclismo giovanile e prodigo di volontariato, nel
nome di Danilo Fasano, o della nuova edizione - la decima, data da celebrare a candeline rosa - de L’Eroica di Gaiole in Chianti, cicloturistica su strade bianche, tra vino rosso e cuore intenso, il week-end ultimo tra fine mese ed inizio ottobre.
Ma c’è una domanda, innanzitutto, in questo surplus sconcertante di doping, in uno stesso giorno in cui, ad esempio, fermano all’Eneco Tour Juan Carlos Dominguez (Unibet), già maglia rosa - Phonak, do you know? - al Giro 2002, e squalificano alla Vuelta a Colombia il leader Hernan Buenahora, sì quello che in un Giro lontano non aiutò un Pantani in fuga, Israel Ochoa Plazas, antico di 42 anni, e Freddy Gonzales Martinez, anche questi ultimi due con un breve trascorso alla Selle Italia, tutti e quattro per un livello troppo alto di ematocrito... c’è una domanda campale, innanzitutto, a cui non è possibile sottrarsi.
Chi può fare la morale? Proprio come si chiedeva, esatta domanda retorica, il nostro direttore Stagi, nell’editoriale del mese scorso.

Poi, ci e vi promettiamo, nell’età della saggezza e dello scetticismo, parleremo di altro, ma per trenta righe consentiteci di diffidare, e di invitarvi a diffidare di tutti e di più. Può, ad esempio, difendere con onore Ivan Basso, e ci auguriamo non con gli argomenti del suo legale, il presidente Di Rocco, già segretario della FCI al tempo del mancato blitz dei Nas al Giro del 1996? E può scaricare cinicamente Basso, e poco dopo pure Tyler Hamilton, prima padre e poi solo padre putativo - vergogna ! - quel Bjarne Rijs cui a suo tempo gli sponsor danesi diedero un esemplare benservito, per il suo ambiguo passato da «mister percentuali alte»‚ meritato nella gloriosa Gewiss di Argentin, Berzin e del sanitario Ferrari?

Può l’UCI ed il sistema Pro Tour, così impietoso verso i corridori, sulla cui buonafede nutriamo solo sane incertezze, accettare che Patrick Lefevère, manager della Quick Step, plauda da un lato al Codice Etico, ma si tenga stretto però Johan Museeuw, inquisito dalla giustizia belga per un clamoroso traffico di stupefacenti, quale «uomo immagine», ma immagine mon dieu di cosa? O ancora non denunciare che la CSC, e Rijs, una volta ancora, presenti Kim Andersen, - l’impresentabile Andersen, tre volte squalificato per doping negli anni ’80 -, quale suo secondo ufficiale?
Basta così, per noi e per quanta amarezza suscita il ciclismo odierno, parafrasi esplicita del degrado etico - di stampo calcistico - in cui è precipitata l’Italia dal complice indulto.

Noi, noi che purtroppo possiamo fare la morale, come tutti quelli che nella vita hanno pedalato in salita senza aiuti, torniamo a Miranda e a i suoi ragazzini. All’Eroica del Chianti, tra Soldani e Maggini, Bui e Cioli, Broggi e Delfino, scavalcato pure il compito del Mondiale.
E chiamiamo alla ribalta finale, in un tempo che imporrebbe il congedo a tanti disonesti, Renè Pjinen, quel biondo pistard olandese di talento di una stagione sicuramente più leale, che compie questo mese sessanta anni.
Ci fosse ancora lui a portarci via, giri su giri, in una antica Sei Giorni - quella di Milano dell’82 - finita troppo presto. (Come la nostra personale felicità).

Gian Paolo Porreca,
napoletano, docente universitario di chirurgia cardio-vascolare, editorialista de “Il Mattino”
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