Editoriale

di Pier Augusto Stagi

QUELLE RIGHINE. È come per la vita di ognuno di noi, alla fine tutto viene ridotto in poche righe. D’altra parte per scrivere la nostra vita ci vorrebbe una vita: meglio viverla. Detto questo, alla fine della carriera sportiva, anche agli sportivi succede la stessa cosa: non fanno eccezione. Alla fine della loro stagione agonistica restano le imprese e le coppe, le medaglie e, per i ciclisti, anche le maglie che segnano i colori della loro gloria sportiva. E poi ci sono gli albi d’oro: una riga. Per i più fortunati anche più d’una, come per i Merckx o per i Pogacar, gli Hinault e gli Indurain o gli Anquetil. In quelle righe c’è solo il loro nome e cognome. Per lo sloveno, al momento, cinque Lombardia, con storie piuttosto sovrapponibili. Per i trionfatori del Tour storie molto più complesse e articolate. Per scoprire come furono vinti c’è da andare a rileggere le cronache di quei giorni. I chilometri totali sono un’indicazione, ma non dicono tutto, se non che tutti hanno pedalato per circa 3.500 chilometri.

Il primo Tour di Merckx è datato 1969: era di 22 tappe, 4.110 chilometri da percorrere, media finale 35. L’anno dopo 23 tappe, 4.366 chilometri, la media sempre sui 35. Il Tour del 1971 si accorcia: 20 tappe, per 3.689 chilometri: la media si alza a 36,925. Nel ’72 tappe 20, chilometri 3.846, media 35,3. Nel 1974, il quinto e ultimo del Cannibale, si torna a pedalare: 22 tappe, 4.092 chilometri, media 35,2. Quello che manca è la storia, l’agonismo, i metri di dislivello che vanno cercati e verificati. Il posizionamento delle salite, le condizioni meteo. Gli avversari e la loro condizione. Questo per dire cosa? Che il prossimo anno, come del resto già in questo 2025, il Tour proverà a mettere in difficoltà Tadej Pogacar, rendendo la Grande Boucle sempre più dura e selettiva. Quella del 2025 è stata una corsa che almeno sulla carta sorrideva ad uno scalatore puro come Vingegaard, ma lo sloveno gli ha fatto calare il broncio, suonandolo come una zampogna. Nel finale anche lo sloveno ha avuto qualche problema, la fatica è affiorata sul suo volto ed ecco quindi Christian Prudhomme pronto a disegnare un Tour da capogiro con un finale da far scappare tutti al grido di si salvi chi può.

Il prossimo Tour, salvo colpi di scena, si vincerà in salita. Ben 54.450 metri di dislivello (quest’anno 52.500), con una cronosquadre di 19 km ad aprire “il grande ricciolo” sulle strade di Barcellona e una sola crono individuale, di 26 chilometri, all’inizio della terza settimana. I corridori saranno chiamati a scalare tutte e cinque le principali catene montuose francesi: Pirenei, Massiccio Centrale, Vosgi, Jura e Alpi. Il desiderio è tenere vivo lo spettacolo, fino alla fine. Fino alla tappa “monstre” del 25 luglio, penultimo giorno di corsa prima del grande finale di Parigi.

Prudhomme prova a non dare aiuti a nessuno, Jean Marie Leblanc non si fece problemi a disegnare Tour per uno dei Grandi Signori del ciclismo: Miguel Indurain. Nel 1991, quando il Navarro si aggiudicò il primo dei suoi cinque Tour, ebbe a disposizione la bellezza di 171,9 km contro il tempo (quell’anno, secondo Bugno a 3’36”; terzo Chiappucci a 5’56”). Nel 1992 i chilometri contro il tempo salirono a 200,5, nel 1993 scesero a 194,8, nel 1994, piccola flessione a 184,2, nel 1995 ancora una flessione, ma siamo sempre a 174,8 km. Quest’anno, per darvi un’idea di quante ere geologiche siano nel frattempo trascorse, i chilometri contro il tempo sono stati appena 43,9.

Oggi ci si preoccupa di non agevolare troppo Pogacar, ma ai tempi di Miguel Indurain gli organizzatori non erano minimamente sfiorati da questo tipo di problema, anzi, lo favorivano eccome. E noi italiani, come al solito, a processare Gianni Bugno, che con 50 chilometri totali contro il tempo, forse un paio di Tour li avrebbe anche vinti. Insomma, oggi si leggono gli albi d’oro e si valutano le righine, quelle con nome e cognome accanto all’anno: una righina che narra una storia, ma non la racconta per bene. È una sintesi di una vita sportiva, fatta di tante dinamiche, di tanti perché, di molte valutazioni tecniche ed economiche. Oggi viviamo un momento storico nel quale si prova a rendere le corse più equilibrate, diciamo giuste, per non agevolare troppo un corridore piuttosto che un altro. Un tempo non era così. Anche se oggi restano ad imperitura memoria solo quelle righine fatte di nomi e cognomi, risultato finale di un disegno, di un percorso e di un tracciato. Righine che fanno storia, ma non ce la raccontano. 

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