Quando tuttoBIC sarà nelle edicole, queste righe potrebbero essere già superate dagli eventi: se si tratta di silurare un commissario tecnico, la situazione può cambiare di ora in ora. No, i tempi tecnici di un mensile non sono ideali per seguire passo passo gli intrighi di corte e le guerre sotterranee che agitano la vita delle federazioni. Bisognerebbe avere un monitoraggio quotidiano. Ma non importa: le due o tre cose che mi preme di dire valgono comunque, a babbo vivo o a babbo morto. Per quel che contano, sono più o meno queste.
Si parte ovviamente dal Mondiale di Madrid: Petacchi si presenta moscio come non gli era mai successo, Petacchi non avverte in tempo il cittì e i compagni di squadra, Petacchi ad un certo punto alza bandiera bianca, peccato che proprio a quel punto manchi solo una decina di chilometri al traguardo. Che si fa? Ballerini ha pochi attimi per decidere. Sempre, quando si decide, si hanno cinquanta possibilità di prenderci e cinquanta di sbagliare. Il cittì decide di non abbandonare comunque Petacchi, chiedendo ai compagni di tenerlo a tutti i costi nel gruppo dei velocisti, così almeno da condizionarli, da frenarli, da intimorirli, in modo che davanti il buon Bettini colpisca a modo suo. Una scelta, un’idea logica e rispettabile. Peccato però che ancora una volta la sua fiducia in Petacchi gli costi carissima: il capitano azzurro non riesce neppure in questa missione minima, perdendo le ruote e caricando così a mille i suoi avversari Boonen e Valverde. Per Bettini, con due furie scatenate alle calcagna, è la fine: ripreso a cinquceneto metri, cucinato e battuto. Fine di Bettini, fine dell’Italia, fine di tutto un sogno iridato. La domanda che si alza subito da Madrid è una sola: sarà anche la fine di Ballerini?
Già la sera stessa, nell’albergo del ritiro azzurro tira una gran brutta aria. Che dico la sera stessa: già durante la corsa, il partito anti-Ballerini si mette alacremente all’opera. Inutile edulcorare e mascherare: è il gioco delle parti, bisogna accettarlo. Ci sono i pro e ci sono i contro. Da mesi, non certo da Madrid, c’è un’agguerrita corrente contro, che vede Ballerini come una specie di influenza aviaria. È una corrente che scende gelida dal Nord-Est, dove non gli perdonano l’esclusione di Rebellin dalle Olimpiadi e dal Mondiale di Verona (per la verità, s’è escluso lui travestendosi da argentino, ma lasciamo stare), non gli perdonano l’esclusione di Simoni, così come non gli perdonano quest’anno quella di Di Luca. Ovvio: ogni scusa è buona. Il problema vero è che proprio non lo vogliono. A capo di questa corrente c’è Silvio Martinello, persona intelligente e capace, persona molto influente nella nuova federazione di Di Rocco (ma non dovrebbe occuparsi solo della pista?), ma persona decisamente ostile a Ballerini. Non è un delitto: succede. Non è detto che al mondo tutti debbano amarsi alla follia. Sai che pizza. Martinello ha altre idee, punto e a capo. Nella sua scia, risalendo a Nord-Est, c’è tutto un gruppo di vecchie glorie dai nomi molto noti e amati: Moser e i moseriani, Fondriest e Simoni, tutta la compagnia degli arrabbiati per Rebellin, il defilato Argentin, più vari ed eventuali che magari non hanno un’opinione propria, ma stanno sempre a prescindere coi vincenti. La storica disfatta di Madrid serve ora a questo partito per presentare il conto: visto, Ballerini non ne azzecca una, che ne vogliamo fare?
Io non so come realmente Di Rocco consideri il suo cittì: sinceramente, penso che a livello tecnico non gliene importi granchè, penso che sia soltanto uno snodo puramente politico per stabilire i veri rapporti di forza in federazione. So però che comunque tocca a lui decidere, se convince il suo consiglio. Detto questo, dichiaro apertamente che la cacciata di Ballerini mi sembrerebbe una solenne carognata. E non tanto perché io sia compagno di merende del cittì, visto che non lo sono, ma per un semplicissimo senso di giustizia.
Restiamo ai fatti. In cinque anni di gestione, Ballerini è riuscito nell’improba impresa di mantenere la media-medaglie dell’insuperabile cacciatore di medaglie che risponde al nome di Alfredo Martini. Ha perso a Verona? Ha perso a Madrid? E allora, che gli vogliamo chiedere: di vincere sempre l’oro? Forza, se è questo che vogliamo, mettiamolo sotto la ghigliottina e piazziamo un altro al suo posto. Però, amici miei, anche a questo nuovo va chiesta la stessa cosa: di vincere sempre l’oro. Se invece ammettiamo che nel mestiere del cittì sia contemplata anche la sconfitta, persino l’errore in buona fede, allora non sussiste il minimo motivo per cacciare Ballerini. Se riusciamo a guardare oltre il risultato, vediamo una gestione comunque seria, positiva, autorevole, rispettabile e rispettata. Una gestione di cui l’Italia può andare orgogliosa, per lo stile e per la sobrietà portati in giro nei diversi appuntamenti internazionali. Poi si vince e si perde, ci mancherebbe altro. Ma nella valutazione di un tecnico deve pesare tutto, non solo quello che avviene un giorno all’anno. O dico bischerate?
Purtroppo, se devo dirla tutta, a me pare che in questa vicenda le valutazioni siano condizionate da ben altro. A Ballerini non si perdona il suo passato Mapei, la sua scarsa malleabilità ai papocchi di corte, la sua nomina firmata Ceruti: con queste premesse, è chiaro che qualunque cosa faccia sia sbagliata. Anche quando respira, sbaglia qualcosa. Se questo è il criterio, però, c’è poco da discutere. Chiudo il discorso e restituisco subito la linea allo studio. Solo un piccolo rilievo, se è concesso: prima di chiedere la testa di chiunque, Silvio Martinello si metta nella posizione di poterla chiedere. Tanto per cominciare, decida se fare il capo in federazione o il commentatore in Rai. Tutte e due le cose insieme, come a Madrid, non stanno bene. O davvero non nota nulla di fastidioso?
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