Persico, l'astro nascente

di Nicolò Vallone

In Spagna ha corso (molto bene) la sua ultima corsa in ma­glia Valcar il mese scorso, in Spagna si è rifugiata insieme alla compagna di squadra Olivia Baril per una ventina di giorni do­po le fatiche mondiali in Australia, che le hanno recapitato una medaglia di bronzo al collo alla prima partecipazione iridata in carriera. Per queste settimane off season Silvia Persico non vuo­le nemmeno vederla, la bicicletta: non è il tipo da allenarsi in bici pure in periodo di alleggerimento. Quando stacca, stacca. E ne ha ben donde, al termine di un anno in cui ha vissuto un meraviglioso boom: campionessa nazionale e bronzo mondiale nel ciclocross, poi un crescendo su strada fatto di tanti podi, vittoria al GP Liberazione e al Me­mo­rial Bandini, miglior italiana al Tour de France e successo di tappa alla Vuel­ta... fino al terzo posto di Wollongong, battuta solo da Lotte Kopecky in una volata beffata dal colpaccio da finisseuse di Annemiek Van Vleuten.
Ha 25 anni Silvia. Un’età che, a volte ce lo dimentichiamo nell’era dei baby fenomeni, è perfetta per sbocciare e svoltare. Ne aveva sette di anni quando si è innamorata del ciclismo guardando giovani biciclette sfrecciare nel ciclodromo della sua Cene, nella Ber­ga­masca. Era il 25 luglio 2004 quando papà Gianfranco le regalò la sua prima bici. Da lì la sua storia parla di Gaz­za­nighese (da Giovanissima) e, appunto, Valcar. Una famiglia blu e fucsia che l’ha accolta da Esordiente e l’ha cresciuta per dodici anni, fino al fisiologico distacco che si è appena materializzato ufficialmente. Fisiologico per tutte le ragazze che, forgiate in questa formidabile fucina, raggiungono il livello adatto per spiccare il volo definitivo: proprio come in campo maschile, non esiste una World Tour italiana e le cicliste azzurre pronte per la massima ca­tegoria si accasano presso grandi strutture straniere.
Nel caso della Persico, il World Team dove approderà dopo le va­canze si chiama UAE ADQ, controparte femminile della UAE Emirates di Tadej Po­gacar e compagni che ha rilevato dallo scorso inverno il titolo sportivo della Alé BTC Ljubljana. Sarà un passaggio in blocco dalla Valcar: con Silvia migrano nel team emiratino la fedelissima Eleonora Gasparrini, l’amica di sempre Chiara Consonni (sorella dell’olimpionico Simone), il direttore sportivo Davide Arzeni e un’altra atleta ancora da svelare, anche se è possibile che quando leggerete queste righe sarà stata resa nota...
La peculiarità di questo trasferimento è che l’accordo Persico-UAE non è ar­rivato dopo i bei piazzamenti di quest’anno, ma prima: a inizio mar­zo, quando la classe ’97 orobica aveva centrato la decima posizione alla Strade Bianche e si accingeva a una buona stagione di classiche primaverili tra Belgio e Binda (a Cittiglio è arrivata ottava, poi nona e settima a Gand-Wevelgem e Freccia Brabante). Ciò vuol dire che tutte le performance seguenti, che ab­biamo riassunto a inizio articolo, le ha fatte avendo già il pre-contratto firmato. Il che ha costituito una motivazione supplementare, come ammette lei stessa: «Sono sicura di aver fatto bene a dire di sì subito a loro senza aspettare le altre offerte che avrei poi ricevuto: il progetto UAE mi convince molto e penso sia la scelta giusta al momento giusto. Mi è piaciuta l’idea che avessero scommesso su di me e io nei mesi successivi ho dimostrato di essere all’altezza. Certi risultati sono anche frutto della tranquillità mentale che avevo e dalle persone che hanno creduto in me».
Persone tra cui rientra il fratello minore Davide, che corre in Colpack Ballan e a maggio ha vinto il Circuito del Por­to a Cremona: «Un punto d’appoggio, lui per me e io per lui» ci diceva Silvia al podcast BlaBlaBike ad agosto.
Elemento interessante del progetto UAE è il suo potenziale per promuovere la pratica sportiva delle donne nel mondo arabo.
Restando su questo trasferimento, ci viene spontanea una battuta su quanto sarà felice Valentino Villa di vedersi portar via in un botto solo quattro ragazze e un diesse. Silvia qui tiene a precisare: «Quando ci ho parlato mi è parso tranquillo. Io ero un po’ malinconica: quando trovi una seconda famiglia come la Valcar è difficile uscire da questa comfort zone, sai cosa lasci e non sai a cosa vai incontro». In effetti patron Villa era soprattutto emozionato e orgoglioso, sul palco allestito a Ce­ne all’indomani dei Mondiali d’Au­stra­lia per festeggiare la campionessa di bronzo: «Aspettavamo da anni che Sil­via facesse l’ultimo passo avanti, che era prettamente mentale e di consapevolezza» ha affermato.
Già, il Mondiale. Ti aspetti le due Eli­se, invece spunta il dorsale numero 5 a stuzzicare i sogni azzurri. Così ce lo racconta Silvia: «Le capitane erano lo­ro due. Nel circuito, però, la Balsamo non tiene e mi dice “fai la tua gara”. Sono stata nel gruppetto delle migliori, con la Longo Borghini, e mi sono giocata lo sprint. Alla fine il terzo posto lascia tanti rammarichi, quando sei lì non è proprio così soddisfacente il gradino più basso del podio. Ma so di dover vedere il bicchiere mezzo pieno e apprezzare un piazzamento iridato del genere. Il più contento di tutti era il c.t. Paolo Sangalli, a medaglia al primo tentativo mondiale. Il suo arrivo ha giovato al nostro gruppo: è la mia pri­ma stagione in Nazionale e ho trovato armonia e tranquillità, corriamo come se stessimo insieme tutto l’anno. A tal proposito, ringrazio le mie compagne che ci credevano più di quanto ci credessi io stessa: in gara Elena Cec­chini e Marta Bastianelli mi chiedevano come stessi e mi incitavano ad andare avanti, al termine della corsa erano tutte davvero felici. Come collettivo abbiamo dimostrato di essere ormai più forti pure dell’Olanda, che ha conquistato l’oro per una prodezza individuale di Van Vleuten che all’ultimo chilometro è stata più forte di tutte e ci ha preso alla sprovvista». A proposito di consapevolezza.
Parlare delle oranje ci fa peraltro tornare in mente quanto ci aveva confessato Silvia a BlaBlaBike, di amare più Ma­rianne Vos rispetto ad Annemiek Van Vleuten: quest’ultima ammirevole per l’abnegazione, vive per il ciclismo, ma Marianne è più umana. Per questo, e non solo, la Persico ci si identifica maggiormente: «Con Marianne ci siamo parlate prima della gara iridata, e dopo ci siamo chieste a vicenda come stavamo; con Annemiek questa situazione non avviene, con me come con quasi nessun’altra: ha un carattere più particolare. Inoltre la Vos ha lo spunto veloce ed è stata crossista come me. Difficilissimo per me raggiungere quel livello, ma mi piacerebbe diventare Ma­rianne Vos».
Il ciclocross, altro tema emerso nell’intervista al nostro podcast. Silvia ci si è avvicinata a 19 anni e lo preferisce alla strada, ma il futuro sembra portarla lontano dagli sterrati. Conferma di vo­ler disputare la stagione sterrata 2022/23 e difendere a gennaio il titolo tricolore, che sia ancora in FAS (reparto ciclocross della Valcar) o in altro team, tuttavia sa già che l’anno prossimo dovrà operare delle scelte. Il calendario di una World Tour infatti è fitto e impegnativo: se dovesse trovarsi di fronte al bivio di dover dare una priorità, la strada - come ci aveva detto a gennaio su tuttobiciweb.it pure la talentuosa Gaia Realini, che nella stessa gara della Persico campionessa italiana si laureava campionessa Under 23 di ciclocross - è la disciplina che ti assicura da mangiare. E una ciclista, come tutte le persone nella decade dei venti, deve pensare anche all’aspetto economico per costruirsi la vita.
Soldi, nuova squadra, riflessioni sul ciclocross, status di medaglia di bronzo mondiale sia sul fango che sull’asfalto... tutti aspetti fondamentali ma che in questo ottobre possono rimanere in un angolino. Ci sono le camminate sui monti iberici per tirare il fiato. C’è la sua Cene, dove le piace ritagliarsi del tempo per correre in ciclodromo e trasmettere passione ed esperienza ai più piccoli. C’è la famiglia, naturalmente. E poi c’è la già citata Chiara Consonni, due anni più giovane e pure lei una vita in Valcar prima di questo passaggio in UAE, un’amicizia che va oltre lo sport. Così Silvia su Chiara: «Mia compagna di stanza, con lei ho passato più tempo in sella, ho condiviso gioie e dolori, ci facciamo forza a vicenda e da bergamasche entrambe (Chiara, come il fratello Simone, è di Brembate di Sopra, ndr) ci capiamo molto bene. È stata molto sfortunata, ma nelle scorse settimane è rientrata alla grande vincendo il Grand Prix d’Isbergues. Prima della mia prova iridata ci siamo sentite, riuscendo a superare i problemi di fuso orario, mi ha dato quella grinta che solo lei mi sa dare, e dopo la gara di Wollon­gong mi ha mandato una mia foto scrivendomi che l’ho fatta emozionare. La ammiro tanto e sono felice di tutti i suoi progressi, spero che nella nuova esperienza anche lei riesca a crescere ulteriormente e trovare l’equilibrio ottimale».
Perché affrontare i “salti nel vuoto” insieme è sempre meglio.

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