Gasparotto e una Bora "latina"

di Nicolò Vallone

«Da essere incentrata su Sa­gan, la Bora Hansgrohe quest’anno ha cambiato completamente struttura per diventare una squadra da corse a tappe nell’arco di tre stagioni» [En­rico Gaspa­rotto al nostro podcast BlaBlaBike nell’ultimo lunedì di riposo del Giro d’Italia].

E niente, è bastato invece qualche mese, nientemeno che il maggio della Corsa Rosa, per mettere in pratica questo proposito. Del resto, per citare il nostro direttore Pier Augusto Stagi, se in un contesto tedesco inseriamo il guizzo di un latino, la ricetta non può che essere quella giusta.
Per approcciare il Giro, il team manager bavarese Ralph Denk ha puntato infatti su un direttore sportivo esordiente, che dopo aver appeso la bici al chiodo nell’anno del lockdown, aveva collaborato nel 2021 con RCS Sport facendo il regolatore a bordo delle mo­to nelle corse di casa Cairo e cominciato ad accumulare esperienza come tenico nella Nippo Continental . Un debuttante friulano dotato di cittadinanza svizzera e abituato da sempre a operare all’estero, di nome Enrico Ga­spa­rot­to. Uno che da corridore andava a caccia di gioie giornaliere e che alla firma del contratto con la Bora ha preso a modello soprattutto Davide Bramati, direttore di uno dei treni da classiche migliori al mondo. Ma che è stato in grado di formare l’organico che è andato a prendersi il primo grande giro della stagione.
Da Bramati, Gasparotto ha assorbito la capacità di fare gruppo e creare quell’empatia staff-corridori che può dare un tocco in più quando magari stai duellando sul filo dei tre secondi... Empatia sgorgata dai dotti lacrimali del direttore italo-elvetico mentre Jai Hindley andava a prendersi la maglia rosa sulla Marmolada.
Come spesso avviene nelle progettazioni umane, è il mix bilanciato a creare la situazione vincente. Nel Trofeo Senza Fine conquistato dal 26enne di Perth c’è tanta mescolanza. Della “latinità in macchina tedesca” si è detto e di­remo ancora. Poi c’è un cocktail mediterraneo-australiano alla base di tutto. No, nessuna assunzione di sostanze alcoliche o farmaceutiche (né da parte di chi corre né da parte di chi scrive, assicuriamo). Parliamo semplicemente di un ragazzo rinomato in gruppo per la lucidità e l’educazione, tratti facilmente as­similabili a chi viene da una certa parte del mondo, ma che al contempo è me­no legato al ciclismo dei calcoli e ama gli slanci passionali, in linea con questa parte del mondo. Sarà per questo che Jai Hindley si trovò così bene quando in gioventù corse in Abruzzo alla Aran Cucine di Umberto Di Giuseppe, innamorandosi degli spaghetti alla chitarra e facendosi fotografare con la statua di Rocky Marciano a Ripa Teatina im­provvisando una guardia di boxe. E sa­rà anche per questo che, abitando in Catalogna, ama seguire dal vivo la squadra di calcio del Gi­rona.
Bora Hansgrohe ed Enrico Gasparot­to. La provenienza australiana e il tessuto italo-spagnolo di Jai Hindley. Latinità integrata in contesto germanico-anglosassone. Avete ben compreso dove vogliamo andare a parare. E an­diamoci!
La Bora è venuta al Giro con dei corridori che da dicembre sapevano perfettamente quale ruolo avrebbero svolto, e ha piazzato il colpo decisivo negli ul­timi 3500 metri del tappone della Mar­molada, dopo aver continuamente marcato stretto Richard Carapaz. Detta così, tripudio dell’asettica strategia. Ma poi andiamo a guardare l’andamento di questa 105esima Corsa Rosa e constatiamo che: degli uomini che si sono contesi la classifica generale (purtroppo Simon Yates non lo possiamo annoverare) Hindley è l’unico ad aver vinto una tappa. Quella del Blockhaus, in Abruzzo. Where else? E in un Giro che passerà agli annali per i successi delle fughe e i mancati attacchi dei big, quel carnevale che è stata la Santena-Torino ce l’ha regalato proprio la Bora con un forcing memorabile.
Eccolo qua servito il miscuglio vincente. Freddezza e intelligenza abbinate al­lo spunto e alla spinta offensiva. Italico spirito in teutonica solidità.
E volendo chiudere il cerchio di Hin­dley: la calma e la pazienza di un ragazzo che l’anno scorso ha combattuto più con la pandemica nostalgia di casa e i noduli al perineo che con gli avversari in bici, e che in questi mesi ha dovuto rinunciare in partenza alla Liegi-Ba­stogne-Liegi ancora per problemi di sa­lute; doti ideali per chi anela una gran classifica generale, shakerate però col giusto grado di cuore e sana sfrontatezza. Come quella della conferenza stampa pre-settimana finale: mentre Enrico Gasparotto fa il modesto in maniera cinematografica («Puoi essere un bra­vo regista, ma hai bisogno di bravi at­tori per vincere l’Oscar») un carichissimo Jai si lancia in un «Non siam venuti qui per mettere i calzini ai millepiedi» (nella terra dei canguri, patria di animali fantastici, badano più al look degli insetti che alla capigliatura delle bambole).
A ulteriore prova di quanto herr Denk, che fondò il team nel 2010 col nome NetApp partendo come Continental e andando alle corse con furgoncino a noleggio, abbia consegnato la Bora Hans­grohe formato Giro 2022 nelle mani di Enrico Gasparotto, il fatto che quest’ultimo ha guidato l’ammiraglia nelle giornate sulla carta meno significative, mentre ha guidato in prima persona i suoi ragazzi nelle frazioni più importanti. Il diesse di Sacile, in definitiva, ha gestito al meglio il carico di re­sponsabilità legato al fatto di lavorare da quasi neofita del mestiere al fianco di figure dall’esperienza ventennale come Jean-Pierre Heynderickx e Jens Zemke.
Mentre Hindley ha dato un calcio alle difficoltà e ha cacciato gli spettri dell’autunno 2020, quando in maglia Sun­web si era vestito pure lì di rosa nella penultima tappa, ma nella crono finale sotto il Duomo di Milano l’aveva per­sa. A beneficio anche lì di un uomo Ineos, Tao Geoghegan Hart. Capitolo riaperto quest’anno al passo Fedaia, e chiuso nel miglior dei modi all’Arena di Verona, dove l’epilogo è stato diverso: l’australiano ha mantenuto la leadership, la ex Sky ha dovuto rinunciare al possibile filotto di tre Giri consecutivi e Carapaz ha visto sfumare il bis personale. Ci sarà modo di rifarsi.
In tutto questo, sappiamo bene che il ciclismo è il più collettivo degli sport individuali. Val la pena buttare un oc­chio sugli altri sette elementi che han­no confezionato il successo. Il team tedesco, volendo mutuare un linguaggio calcistico, tra Ungheria e Italia ha “giocato col tridente”. Non dimentichiamoci infatti che con Jai Hindley c’erano Emanuel Buchmann e Wilco Kel­derman. Dove non tutti hanno il pia­no B, loro avevano addirittura il piano C. Nessuna rockstar, per dirla come Gasparotto quando l’abbiamo raggiunto telefonicamente mentre rientrava a casa dopo i festeggiamenti veronesi, ma un trio di leader disposto a parlarsi con franchezza e buon senso. E a far parlare la strada, giudice supremo.
Nella prima settimana, come si conviene a quella fase dei grandi giri in cui i favoriti restano nascosti, a prendersi la scena è stato Lennard Kämna, vulcanico sull’Etna e temporanea maglia az­zurra. Nella seconda settimana sono en­trati in scena i capitani, che hanno saggiato chi avesse più gamba in vista della fatidica terza settimana. Kelder­man si è staccato sul Blockhaus, a To­rino è andato Hindley a giocarsi la vo­latina con Carapaz e Nibali, allora an­che Buchmann si è messo nell’ottica di tirare per Jai.
In tal modo, Hindley ha potuto contare su Kelderman e Buchmann come gregari! Insieme naturalmente al resto dei compagni che si sono sobbarcati fin dall’inizio il compito con massima coesione: il veterano Cesare Benedetti, l’uo­mo da pianura Patrick Gamper, l’ex mountain biker Ben Zwiehoff e, ul­timo ma non ultimo, il nostro Giovanni Aleotti, che Gasparotto al microfono di BlaBlaBike ha definito “corridore da Ar­denne”, ricordando peraltro co­me l’inferno collinare scatenato tra Mad­dalena e Superga sia stato in buona parte opera del giovane scalatore emiliano.
Con una buona dose di fortuna, cura e pianificazione, la squadra non è incappata in ritiri e tutti e otto sono arrivati all’atto conclusivo.
Il resto è storia...
…e numeri: 2 vittorie di tappa (Kämna la 4a e Hindley la 9a) che diventano quattro podi con Hindley secondo alla 14a e terzo alla 16a. Ampliando lo sguardo, 17 arrivi nei primi dieci.
Nella classifica generale, in top ten c’è anche Buchmann, settimo a 13’19’’ dal compagno vincitore. Seconda piazza nel­la graduatoria a squadre, a soli 4’07’’ complessivi da un’ottima Bah­rain Victorious.
Il numero dei numeri è però il 66. Il dorsale di Jai.
A proposito di mix virtuosi, Gut fatto! Ben erledigt!

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