Affini per tutte le stagioni

di Nicolò Vallone

21 maggio 2021, Verona, Giacomo Nizzolo spezza la maledizione e vince finalmente l’agognata tappa al Giro d’Italia che ancora gli mancava. Sul traguardo di Porta Nuova il 32enne sprinter della fu Qhubeka batte non solo gli avversari della volata, da Sagan e Cimolai a scendere, ma anche e soprattutto un ragazzo di sette anni e mezzo più giovane, che pochi secondi e centinaia di metri prima stava per procurargli una beffa tremenda. Uno specialista delle gare contro il tempo, passato di recente da Mitchelton Scott a Jumbo Visma, che quel giorno, passata la flamme rouge, ha tentato il “colpo da guastafeste” con uno spunto da finisseur totalmente inatteso. Finendo a mezza bici di di­stanza da un Nizzolo che ha dovuto metterci una pezza per prendergli la ruota e scavalcarne la pedalata da cronoman.
Stiamo parlando naturalmente di Edoardo Affini da Mantova, capace nel 2018 di laurearsi campione italiano Under 23 sia in linea che a cronometro, e campione europeo crono. Unico, più che raro.
Il World Tour nel successivo triennio lo ha visto perennemente, nella specialità contro il tempo, top 15 mondiale, top 10 europeo e top 5 italiano. Nei confini nazionali, quando non ha sbattuto il muso sulla locomotiva Filippo Ganna ci ha pensato Matteo Sobrero a soffiargli la gioia più grande.
È forse ora dello step decisivo? Ab­bia­mo provato a capirlo direttamente da lui.
Edoardo, partiamo forte come nelle mi­gliori crono: dopo tanti bei piazzamenti (e non solo a cronometro, come hai mo­strato al Giro 2021) quanto è importante per te centrare un bersaglio grosso da professionista?
«Quando ti alleni tutti i giorni, ti impegni e fai le cose per bene è normale voler portare a casa un risultato pieno. E dopo esserci andato così vicino, co­minci a sentirne il profumo e ad averne più voglia. Vediamo di acchiappare qualcosa di buon quest’anno!».
Ha bruciato di più il secondo posto nella tappa veronese o quelli ai campionati italiani crono?
«Verona era una mossa non preventivata, ci pensi alla beffa ma in fondo quella vittoria non era un obiettivo. All’opposto, i campionati italiani a cronometro sono una corsa a cui tengo particolarmente: andarci così vicino, su un percorso peraltro difficile, brucia un po’. Comunque onore al merito alla prestazione del buon Matteo, un succeso meritato al 100%».
Qual è invece il tuo momento più bello di questi primi anni pro?
«Il Giro 2021 in generale è stata una gran bella esperienza, prima edizione della corsa rosa che ho portato a termine. Le maglie azzurre indossate in Eu­ropei e Mondiali sono una bella sensazione. Ma direi la prima vittoria da professionista: la quarta tappa al Giro di Norvegia 2019, rimarrà per sempre».
La Jumbo Visma, che sta monopolizzando la Vuelta con Roglic, quest’anno proverà a scalzare la Ineos al Giro puntando sul vincitore 2017 (allora vestiva la maglia della Sunweb) Tom Du­mou­lin: che sensazione ti dà essere uno dei suoi uomini per la corsa rosa?
«Con lui e Tobias Foss abbiamo due uomini classifica. Dopo il momento buio dell’anno scorso, tornare a un grande giro da capitano sarà importantissimo per Tom, che oltretutto ama correre qui da noi. Per quanto riguarda me, sarà un Giro differente. L’anno scorso siamo partiti per conquistare tappe con Groenewegen, anche se pa­radossalmente abbiamo fatto meglio nella classifica che nelle volate. Adesso invece puntiamo proprio alla generale: dovremo gestirla con estrema attenzione ogni giorno, so di dover faticare ancora di più per proteggere i capitani e potrò dare il mio contributo specialmente nelle frazioni pianeggianti o leggermente vallonate. Dover coprire uno co­me Dumoulin sarà un piacere, sa cosa fare e sono parecchio curioso, anche perché finora non ho corso molto in­sieme a lui».
E il fatto che tanti big opteranno per il Tour de France rispetto al Giro, vi ha “ingolositi”?
«Ovvio che tutti vogliano andare al Tour, è la corsa per antonomasia con più media e ascolti. Però le squadre sono fatte di trenta uomini e in ciascun grande giro ci vanno in otto, quindi non è che tutti possano andare in Fran­cia. Una volta quindi selezionati i nomi per fare il Tour, gli altri si sono spartiti il resto ed è stato normale per Tom vo­ler andare al Giro dove ha piena confidenza.»
Spesso le squadre dividono i propri corridori in gruppi di lavoro, ciascuno con un direttore sportivo di riferimento, in base alla nazionalità. Tu sei l’unico italiano del team: in che gruppo sei?
«Alla Jumbo non lavoriamo per compartimenti stagni. Sì, ogni preparatore ha i suoi 7-8 ma non è che si lavora in gruppi sempre uguali. Quel che è certo, mi ritrovo circondato quasi sempre da gente che parla olandese tranne i pochi non olandesi o belgi. Devi saperti un po’ adattare magari, comunque mi trovo benissimo.»
Come potresti avere difficoltà, del resto? Il botto tra gli U23 l’hai fatto in Olanda con la SEG Racing, poi sei entrato nel World Tour con la Mitchelton ma dopo un biennio sei tornato “oranje” con la Jumbo Visma, dulcis in fundo la tua ragazza è olandese: hai proprio una... Affinità coi Paesi Bassi!
«Ci ho fatto il callo (ride, ndr). Guar­da, da queste parti vivono di bicicletta, a qualsiasi ora del giorno e con qualsiasi condizione climatica: è nella loro forma mentis. Se ti metti a fare distanza per 6 ore, 5 le fai su una pista ciclabile. Spesso a due corsie, con riga in mezzo. Hanno sviluppato una struttura esagerata, hanno più bici che persone».
E quali sono i punti forti della cultura olandese nel ciclismo professionistico?
«Chiaramente, più si alza il livello più le differenze “geografiche” nell’approccio a questo sport si assottigliano: sei al top mondiale e gli standard sono il massimo dovunque. Però ecco, loro non hanno le montagne ma il vento è il loro habitat: fin da giovani si abituano a fare benissimo ventaglio. Per quanto riguarda il fuoristrada poi, non c’è nul­la da insegnar loro. Infine, sono veramente scientifici nel modo di lavorare».
Come leggi l’ingaggio di un cronoman del calibro di Rohan Dennis (che ha già inaugurato l’annata conquistando il titolo nazionale australiano a cronometro) da parte della Jumbo Visma?
«Peccato di non poterci divertire con più cronosquadre! Scherzi a parte, pensa che con l’ingaggio di Rohan l’intero podio della crono olimpica di To­kyo è targato Jumbo Visma (Roglic oro, Dumoulin argento, Dennis bronzo, ndr). Sicuramente qui tengono molto a sviluppare questa specialità.»
Mentre la partenza di George Ben­nett, direzione UAE Emi­ra­tes, ci permette di ricordare quell’aiuto che ti diede sullo Zon­colan...
«Un episodio che è stato un po’ esagerato, gente che ha scritto “s’è fatto lo Zoncolan due volte per evitargli il fuori tempo” e ha invocato squalifiche... La faccio semplice per mettere i giusti puntini sulle i: quel giorno ho tirato come una bestia in fuga insieme a Ben­nett, e appena è iniziata la salita finale mi sono staccato insieme a Jacopo Mosca della Trek Sega­fre­do, che aveva svolto identico lavoro per Bauke Mollema, e siamo andati su il più lentamente possibile. Quando sono arrivato a 3 chilometri dall’arrivo, all’inizio dell’ultimo tratto terribile, mi vedo scendere George (giunto 7° al traguardo, ndr) che mi dà una pacca sulla spalla, mi ringrazia e si scusa di non aver avuto gambe alla fine. Avrà fatto con me 150 metri, forse meno, poi si è girato ed è andato giù al bus. Effet­ti­vamente dalla foto che hanno scattato sembrava una mossa pensata da parte nostra, ma la verità è che si tratta di un bel romanzo.»
A lasciare i colori gialloneri è stato anche Dylan Groenewegen, passato alla Bike­Ex­change: a chi aprirai le volate?
«Abbiamo due giovani velocisti: David Dekker e Olav Kooij, che affronteranno corse diverse l’uno dall’altro per dare loro le giuste opportunità e capire fin dove ciascuno sapranno spingersi. Io mi alternerò a lavorare con tutti e due per entrare negli automatismi con entrambi. Le prime due corse le faccio questo mese con Dekker: Valenciana e UAE Tour. Non è immediato creare la sincronia e capire come vuole es­se­re pilotato un velocista, definire se sarai il suo ultimo uomo o uno dei va­goni. Tutto è in divenire.»
Com’è andata la preparazione?
«Del nostro operato in inverno siamo contenti, dopodiché le prime gare ci diranno se abbiamo veramente fatto tut­to nella maniera giusta o se andrà aggiustato il tiro. Personalmente penso che siamo a buon punto, nonostante il ritiro di gennaio, di fatto, sia durato un giorno. Del resto si sa che ormai col coronavirus è sempre tutto un punto di domanda. Noi più di così non possiamo fare: fai tamponi tutti i giorni, dormi in stanza singola, mangi da solo, alcuni giorni ti alleni persino da so­lo...»
Dopo Valenciana e UAE Tour, quale sarà il tuo programma da marzo in avanti?
«Tirreno-Adriatico e Milano-Sanremo, successivamente definiremo con esattezza a quali classiche del nord parteciperò. Idealmente dovrei finire con la Parigi-Roubaix perché tre settimane do­po parte il Giro.»
In generale, cosa provi quando ti fermi a riflettere sulla tua vita, sulla tua carriera, e realizzi che sei co-protagonista di una delle squadre più forti del mondo?
«Sono felice dell’ambiente in cui mi trovo. Stare in un top team vuol dire avere intorno campioni che lavorano al massimo per migliorare di giorno in giorno: uno stimolo continuo a spingere e curare ogni dettaglio per poter restare a questi livelli. In tutto questo, sentire addosso la fiducia della squadra fa stare ancora meglio: il supporto di un team come la Jumbo Visma è una motivazione ulteriore per migliorarsi, anche perché i risultati per se stessi, se arrivano, non sono male».
Domandone finale: essere un bel cronoman negli stessi anni in cui l’Italia sforna Ganna è una fortuna o una sfortuna?
«Con Filippo siamo cresciuti ciclisticamente insieme, siamo dello stesso anno (1996) e abbiamo condiviso la trafila delle Nazionali. Lui è passato professionista due anni prima di me (2017) e quei due anni in UAE Emi­ra­tes prima di approdare alla Sky potrebbero avergli fornito quel gradino di crescita in più per essere subito su livelli da migliore in campo. Con ciò, mica mi metto a dire “ah, se fossi nato prima di Ganna...” anzi, trovo più che positivo confrontarsi coi migliori. Con Pippo, accennavo prima, c’è un ottimo rapporto: quando sei in bici vuoi dare il meglio per te stesso, chiaro, ma ai Mondiali ero lì a fare il tifo per la sua vittoria. Essere un cronoman nei suoi stessi anni, in definitiva, significa avere sempre una spinta per migliorarsi e, perché no, “rompergli le balle” un po’ di più negli anni a venire.»

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