Ellena: «Bernal il killer gentile»

di Giulia De Maio

Egan Bernal in trionfo non lo stupisce. Giovanni Ellena sapeva che quel ragazzino colombiano conosciuto nell’ottobre 2015 sa­rebbe arrivato in vetta al mondo ciclistico con il suo stile da «killer gentile». In questa intervista è l’esperto tecnico piemontese a stupire noi, rivelandoci di avere tra le mani un altro futuro campione su cui scommette deciso. Il di­ret­tore sportivo del­la Androni Gio­cat­toli Sidermec rap­presenta una figura chiave del percorso che ha permesso al colombiano della Ineos Grenadiers di vincere il Giro d’I­ta­lia due anni dopo aver sbaragliato la concorrenza al Tour de France. Parola della maglia rosa che, nonostante il forte legame che an­cora lo lega a Ellena, fa emozionare Giovanni meno di Vendrame e De Marchi, corridori che senza la sua testa dura e l’occhio lungo non sarebbero nemmeno arrivati al professionismo.
Per ripercorrere i loro difficili inizi e co­noscere meglio Bernal dobbiamo andare nel Cana­ve­se, dove il nuovo re del Giro ha amici che sono diventati co­me familiari e ha fatto tap­pa anche prima dell’assalto alla corsa rosa.
Giovanni che effetto ti fa vedere Egan in maglia rosa?
«Era nel suo destino, per questo non so­no stupito nè esta­siato. Che sfortuna non aver partecipato al Giro nel 2016 e 2017 quando era con noi: il primo anno per tutelarlo non glielo abbiamo fatto disputare, ma il successivo sono certo ci avrebbe fatto vedere già qualcosa di bello. Quando arrivò da noi gli trovammo una sistemazione vicino a casa mia, all’albergo-ristorante Buasca, nella frazione di San Colombano Bel­monte. Tre giorni dopo il suo arrivo in Piemonte scalò il Colle del Nivolet, non lontano dalla Val d’Isère dove nel 2019 è andato a prendersi la maglia gialla. È noto a tutti quanto sia duro, lui neanche 24 ore dopo voleva tornarci. Ricordo il pri­mo test e una battuta di Franco Pel­lizotti che, durante l’ultimo step mi dis­se: “Guarda che il ragazzino sale come se avesse la sigaretta in bocca. O ci sta prendendo in giro o questo è davvero un fenomeno”. Ci accorgemmo ben presto che si trattava del secondo caso: essendo nato in alta quota, riusciva a sopportare carichi di lavoro in altura che per un corridore europeo erano impensabili. Se ripenso a quando mi aspettava sdraiato sull’amaca nel mio giardino, mentre sbrigavo del lavoro, sembra passata una vita, poi lo sento parlare in italiano e dimostrare il legame con le zone in cui è cresciuto e tut­to mi sembra parte di un percorso naturale».
Buasca è diventata la sua seconda casa.
«Egan ci ha vissuto fino a quando è ar­rivata la fidanzata e allora si è trasferito in un appartamento a Cuorgné. Il “Par­cerone”, Massimo Giovando, il cuoco del ristorante-albergo ha anche un allevamento di mucche e galline, e fa sentire a casa questi ragazzi la cui famiglia è dall’altra parte del mondo. Per affiancarlo negli allenamenti, visto che non conosceva i percorsi e io non potevo seguirlo tutti i giorni, coinvolsi un di­lettante della zona, Paolo Alberto, per tutti Paolino. Diventarono ben presto grandi amici e nel giro di poco si formò un gruppo affiatatissimo di Under 23, da allora soprannominato Team Buasca, che si ritrovava per pe­dalare, andare a mangiare la pizza, svagarsi insieme. Della combriccola fanno parte Andrea Donna e altri dilettanti della zona, il titolare di un negozio di bici a cui facevano riferimento, Ro­ber­to Mattino, e ovviamente il mio amico Vla­dimir Chiuminatto, presidente dell’Egan Bernal fans club».
Egan ci è tornato anche prima del Giro.
«Prima del Trofeo Laigueglia è venuto per provare la tappa con arrivo all’Alpe di Mera. Vladimir, che lo ha ospitato, mi ha chiamato dicendomi: “Qui c’è qualcuno che vorrebbe salutarti”. Me lo ha passato. “Ah, allora sei vivo. Ti ho mandato gli auguri di Na­tale, al compleanno, non mi hai mai ri­sposto”. Lui si è scusato, era dispiaciuto fossi arrabbiato con lui. L’ho lasciato dicendogli: “Con il passare degli anni capirai quali sono le cose davvero im­portanti nella vita”. Ci siamo visti due giorni dopo, quando io sono rientrato dal ritiro ad Alassio. Era stata organizzata una cena tra amici. Quando arrivai Pao­lino, che nel frattempo è diventato massaggiatore, stava trattando i muscoli di Egan. Ci siamo riconciliati, in un attimo è stato tutto come prima. Ci sia­mo visti al Laigueglia, gli ho disegnato un percorso su Strava per farlo tornare a casa, visto che voleva rientrare in bici, ho conosciuto la sua nuova fidanzata. Una ragazza riservata, schiva, ca­rina. Fa la veterinaria. Al Giro è venuta a salutarmi, era un po’ spaesata, “per me è tutto nuovo” mi ha confidato. Dopo qualche mese in cui era sparito, da febbraio alcuni scambi di opinioni li abbiamo».
I buoni maestri quando c’è da tirare le orecchie ai propri allievi lo fanno, costi quel che costi.
«Tra noi c’è stato un distaccamento non voluto. Egan ha avuto un problema alla schiena, è risaputo che ora sta correndo con uno spessore sotto la scarpa, è un ragazzo di 24 anni che si è trovato dall’indossare la maglia gialla a non riuscire a concludere al Tour. Ci sta che avesse paura, che fosse preoccupato e non avesse voglia di parlare con nessuno. Dopo la tappa del Giau gli ho mandato i complimenti, da sempre quando vince gli mando via whatsapp una emoticon con un dito alzato o un cappello che vuol dire Chapeau, non servono parole. Non pensavo mi avrebbe risposto visto i tanti impegni imposti dal dopo corsa al capoclassifica, invece dopo tre minuti leggo il suo messaggio: “Grazie, è la tappa di un percorso di cui tu hai fatto parte”. Mi so­no congratulato soprattutto per il ge­sto di togliersi la gabba per mostrare la maglia rosa: ha dimostrato classe e non solo forza. Nelle scorse tre settimane ha dimostrato quello che è: un killer gentile. Tanto micidiale in gara e ponderato nei movimenti quanto rispettoso dell’avversario e di chi gli sta vicino. A differenza di altri non è un cannibale, se ne ha l’occasione dà spazio al fuggitivo di giornata o al giovane a un pas­so dal coronare il suo sogno».
Come festeggerà?
«Le paste di meliga di cui va ghiotto e la grappa di more che produco in casa lo aspettano. Scherzando, una volta mi disse che è così buona che dovremmo esportarla in Colombia. Intanto, alla prima occasione, un brindisi non ce lo toglie nessuno».
A questo Giro l’Androni Sidermec è stata invitata all’ultimo, ma avete onorato la corsa come tutti gli altri team Professio­nal, che una volta di più si dimostrano fondamentali per far crescere i giovani.
«So che Gianni (il team manager Sa­vio, ndr) mi sgriderà per questa affermazione ma Egan era un predestinato e, se non con noi, sarebbe arrivato do­ve è arrivato in ogni caso, magari con una storia e tempi diversi, ma sa­rebbe sbocciato per il fuoriclasse che è. Senza una squadra come la nostra e la mia testardaggine invece non sarebbero emer­si buoni corridori a cui nessuno voleva dare una chance come Ven­drame e De Marchi o altri che dovevano essere rilanciati come Mattia Cat­taneo. Vedere Andrea vincere a Bagno di Romagna e Alessandro in maglia rosa mi ha sinceramente emozionato perché so quanto hanno faticato per arrivare a questi livelli. Ho spinto tanto perché il primo corresse in Francia e fosse notato da un team World Tour, il secondo quando ha spiccato il volo nella massima categoria mi ha regalato un libro sulla resilienza di Trabucchi con dedica “al mio primo diesse da prof” che custodisco gelosamente. A questi due ragazzi, che in questo Giro hanno fatto vedere al mondo quanto valgono, sono particolarmente legato, probabilmente perché caratterialmente sono simili a me».
Ora hai per le mani qualche altro ragazzo che può diventare un futuro campione?
«Sì (risponde secco, ndr). Andrii Po­no­mar. Ucraino, 18 anni, il più giovane partecipante alla corsa rosa, mi diverte da matti. Quando è arrivato all’aeroporto lo scorso novembre mi sono trovato davanti questo ragazzone che non spiaccicava una parola, evidentemente in sovrappeso, che da mesi non andava in bici, anche perché era incappato nel covid. Era assolutamente fuori forma. Io in quel periodo ero allenato così pensai di uscire insieme a lui per un giretto di 50 km. Sapete come è andata a finire? Mi ha massacrato, do­po 30 km ho dovuto salire in macchina. Se tanto mi da tanto... Mi aveva im­pressionato, ma era ancora in silenzio. Il giorno in cui l’ho portato a fare l’eco-doppler per l’idoneità agonistica, trovammo un medico lentissimo, lui mi guardava, senza dire una parola. Finita la visita eravamo entrambi scocciati per aver perso un sacco di tempo, in macchina per rompere il ghiaccio gli dissi: “Sai chi mi ricordava quel dottore? Flash, il bradipo del cartone animato Zootropolis”. Da lì è scoppiato a ridere e ogni volta che nomino Flash ride. An­drii vive dove ha abitato Egan e poi gli altri ragazzi che negli anni sono passati di qui. È uno dei pochi che ho portato a mangiare a casa mia perché, come Egan, è arrivato giovanissimo e, per inseguire il suo sogno, è lontano da casa. Ha sempre un gran sorriso e, non ho dubbi a dirlo, è un campione. A questo Giro lo avete visto spesso in fuga, ma dovreste sentirlo alla radio, richiama davanti i compagni ben più esperti senza troppi giri di parole. Ar­rivato al traguardo dello Zoncolan al mas­saggiatore ha chiesto subito chi avesse vinto, quando gli hanno risposto For­tunato, la sua reazione è stata: “Come possibile? Perché non io?”. La sua de­terminazione mi ricorda qualcuno...».

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