Alberati: «Il mio Egan, non aveva mai visto il mare ma sapeva dove andare»

di Giulia De Maio

Per conoscere il “primo”  Ber­nal non c’è persona mi­gliore di Paolo Albe­rati, che potremmo definire il suo scopritore se non fosse che «è lui ad aver scoperto me: avrei dovuto essere cieco per non vedere il suo talento». L’avventura europea del re del Giro d’Italia 2021 inizia sei anni fa in Sicilia grazie all’ex ciclista perugino, siciliano d’adozione, che lo ospita in casa sua come fosse un figlio per un mese. Andrea Bianco, ct della nazionale colombiana di mountain bike, in vista di una gara ad An­dor­ra, segnala all’amico talent scout questo grande ta­lento che quattro anni più tardi sarebbe stato in grado di conquistare la maglia gialla, quindi la rosa, completando due terzi dell’opera a cui tiene di più. Qual è? Ce lo svela il preparatore, procuratore, coach e scrittore che lo ha conosciuto agli esordi di una carriera destinata a fare la storia del ciclismo.
Partiamo dagli inizi Paolo. Come ti ri­trovi in casa un futuro campione?
«Andrea Bianco mi propose di ospitarlo e provarlo su strada. “Non te ne pen­tirai” mi disse. Accettai. Grazie ad un accordo con la federazione colombiana, Bianco riuscì a rimandare il volo di rientro da Barcellona a Bogotà di trenta giorni, così organizzai l’arrivo di questo biker di cui mi aveva parlato un gran bene in Sicilia. In piena notte il 30 agosto 2015 a Fontanarossa atterra il suo aereo, ma non atterra la sua bicicletta. Salito sulla mia auto chiedo a questo esserino ma­gro e sperso cosa volesse fare da grande e lui, senza esitazioni, rispose deciso: “Quiero ganar las mas grandes”, ossia voglio vincere le corse più grandi. Ave­va 18 anni e mi parlava già del Giro: vorrei essere il primo colombiano a conquistarlo insieme a Tour e Vuelta, mi confidò in tempi non sospetti».
Il primato del primo colombiano a vincere il Giro spetta a Nairo Quin­tana, che ha impresso il suo nome sul Trofeo Senza Fine nel 2014 ma Egan, a differenza del connazionale, ha già esaudito il sueño amarillo.
«Vederlo sfilare sui Campi Elisi in trionfo mi ha emozionato tanto quanto in rosa a Milano. La sua determinazione ha radici profonde. È sempre stato una “macchina”: dormiva, mangiava, si allenava e ricominciava daccapo. Ha le idee chiare, sa quello che vuole. Lo di­mostrò già alla firma del primo contratto da professionista con l’Androni Gio­cattoli di Savio. Due anni di accordo. Chiamiamo papà per una conferma, gli chiese Gianni. “No, grazie, decido io. Firmiamo pure”. Gli occhi lucidi in cima allo sterrato di Campo Felice non mi hanno sorpreso. La sua emozione è quella di chi gli vuole bene. Ha il carattere di mamma Flor, papà German è più schivo».
Pochi giorni fa vi siete rivisti alla partenza davanti al Duomo di Perugia, meta di una delle vostre prime gite sul continente.
«Prima del via si è soffermato 10 minuti a chiacchierare con Franco Belia, diesse del­la squadra juniores Forno Pioppi con cui corremmo nel 2015 la So­gnando il Fiandre, che vinse in mo­do netto, come era successo a Mon­tal­bano Elicona, l’unica altra corsa che ave­va disputato prima di garantirsi il passaggio nella massima categoria. Al traguardo ero con Eros Capecchi, uno dei miei assistiti che era venuto anche lui a vedere la tappa (e a salutare la fidanzata Gia­da Borgato, voce tecnica della Rai, ndr) ed Egan è ripassato ap­posta per dirmi che al mattino Franco gli aveva chiesto delle maglie rosa. Non le aveva con sé ma gli ha promesso gliele avrebbe fatte avere tramite il sottoscritto».
È riconoscente.
«Sì, non dimentica chi gli è stato vicino e lo ha aiutato a crescere. Ora ha un altro manager ma siamo in ottimi rapporti. Sa tenere bene gli equilibri, come faceva un tempo Alfredo Martini sa co­sa può dire e non dire in pubblico, e non manca mai una chiamata nel caso in tv non sia riuscito a ricordarti. Fin da ragazzino è sempre stato intelligente, non serviva dirgli cosa era giusto o sbagliato. Io non l’ho scoperto, lui ha scoperto me. Era impossibile non ve­derne il talento. Io ho solo avuto la fortuna di averlo in casa, di portarlo alle gare. Grazie a lui ho scoperto qualità che non sapevo di avere e che sto coltivando e mettendo a frutto con altri ragazzi».
Ci regali qualche aneddoto del Bernal siciliano?
«La spiaggia di Catania è il luogo del suo primo approccio col mare. Non sa­peva nuotare e non aveva mai toccato l’acqua, per questo andammo al Lido Azzurro. Per sua volontà in bicicletta, per non perdere un giorno d’allenamento. Gli ho fatto anche visitare la pe­scheria di Catania: sempre rigorosamente in sella alle due ruote. A metà strada tra l’Isola Bella e Taormina c’era una casa abbandonata. Mi ha detto che un giorno gli sarebbe piaciuto comprarla: chissà non torni per acquistarla. Co­sì potrebbe anche mangiare nuovamente la crostata di mia moglie Valeria, di cui andava ghiotto, o una buona pizza. Lo aspettiamo a braccia aperte, quando vuole».
Ricordi il suo primo allenamento su strada?
«Impossibile dimenticarlo. Complice la mancanza di abitudine e un asfalto leggermente bagnato, finì a terra a Tre­ca­stagni all’altezza di una rotonda che, da allora, porta scherzosamente il suo no­me. Nel mese vissuto a Pedara faceva vita da atleta, dormendo molto e mangiando in maniera equilibrata. Niente zuccheri, cioccolato, pane tostato, mol­te uova, prosciutto e un po’ di the. Il caffè lo ha bevuto soltanto una volta, tremò come una foglia per tutto il giorno e, che io sappia, non l’ha più sfiorato. Durante un pranzo ha rifiutato an­che una lattina di Coca Cola confessando di non berne da un anno co­me fioretto dedicato alla possibile vittoria del mondiale di mountain bike. In quell’occasione era giunto terzo e allora aveva deciso di prolungare l’astinenza fino alla firma del primo contratto».
Dopo il ritiro dal Tour 2020, eri convinto sarebbe tornato ad alti livelli?
«La schiena non è a posto. Ha una gam­ba più lunga e i carichi di lavoro su un fisico in formazione potrebbero aver creato qualche scompenso. Ha vinto sia il Tour che il Giro in queste condizioni, l’impresa è doppia. Detto questo, bastava guardare il suo profilo Strava prima del Giro per capire che stava bene. A metà aprile, mentre alcuni dei suoi rivali erano impegnati al Tour of The Alps, in un giorno ha ma­cinato più di 200 km, affrontando Pa­cho, salita di 17 km sopra casa sua. In vista della corsa rosa ha messo in ca­scina volumi e dislivelli davvero importanti da un mese e mezzo fino a 20 giorni prima della partenza di Torino, poi ha recuperato un attimo e a Mo­na­co e Andorra ha svolto allenamenti più corti e di intensità. Ne ho parlato con Michele Bartoli che l’ha visto sbocciare, era evidente che erano lavori di uno che puntava forte alla generale. Le sue prestazioni non mi hanno meravigliato, ha corso meno e avvicinato l’altura alla grande partenza rispetto ad altri. Tappa dopo tappa ha messo in evidenza la sua forza».
Che impressione ti ha fatto in questo Giro?
«Mi ha commosso quando si è tolto la mantellina in vista del traguardo di Cortina. Sull’asfalto bagnato e con il rischio di perdere secondi ha dimostrato quanto ci tiene alla maglia rosa. Non ha l’ossessione di ripetersi al Tour ma vuole vincere tutti e tre i grandi giri. Voleva venire al Giro già in passato, in casa ho alcuni quadri di Coppi e Bar­tali che ammirava affascinato. Divorava i miei libri con le foto in bian­co e nero: l’italiano lo ha imparato anche così. Ha sempre dato importanza ai simboli del ciclismo. Io pensavo avesse un futuro in mtb, dove già all’epoca era da podio mondiale, invece lui aveva ben chiaro quale sarebbe stata la sua strada. Quan­do era junior si era interessata a lui una squadra World Tour che aveva un bel development team (la BMC, che nel cross country schierava la leggenda Julien Absalon, ndr), invece lui scelse la Androni per correre su strada. Ha un profondo at­taccamento alla tradizione, ci crede davvero, la sua non è coreografia, può sembrare strano per dove arriva, ma è tutto vero. At­tac­care da lontano, senza paura, è il ciclismo che gli piace. Vuole dare spettacolo e ci riesce. Lo accostano a Pantani (entrambi sono nati il 13 gennaio, ndr) e lui non si tira indietro. Chi altro può permetterselo?».
Tra i tuoi assistiti c’è qualche altro talento pronto a sbocciare?
«Della levatura di Egan no, ma ho Vin­cenzo Saitta, ventenne dell’Etna, che sta facendo buone cose in mtb e ho fi­ducia nel colombiano Alejandro Oso­rio ora in Caja Rural, che è prossimo al passaggio in un team World Tour. Egan invece, dopo che avrà conquistato la tripla corona, sapete cosa vuole fare? Il giornalista. Gli piace scrivere di politica e società civile, segue con passione i drammatici disordini che si stanno verificando nel suo Paese».
Vederlo in maglia rosa che emozione ti ha suscitato?
«Da bambino quando mi innamorai del ciclismo sognavo di correre il Giro, mai ho osato pensare di poterlo vincere. Che strana la vita... Chi l’avrebbe pensato che arrivavo a mettere una ma­glia rosa? Beh, è chiaro che è tutta sua ma, capitemi, mi sento molto partecipe. Mia moglie pochi giorni fa, mentre lo guardavamo in tv, mi ha detto: “ti rendi conto che ho lavato le mutande a un milionario?” e giù a ridere. Sono particolarmente legato ad Egan perchè è un ragazzo speciale. Nel pieno del casino mi stupisce con cose semplici, tipo chiedermi come sta la mia famiglia. Al via da Perugia ci siamo dati un pugnetto, di questi tempi non si può fare molto altro. Gli ho chiesto: “Sei felice”. Non c’è stato bisogno mi ri­spondesse, gli brillavano gli occhi».

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