Forse sarebbe più urgente parlare di quanto male faccia allo sport, e mai come in queste sue (inutili) settimane di fine campionato, il calcio, in ogni senso lato: da Di Michele a Siviero, da Vieri a Controcampo, da Gaucci ai moviolisti...
E più sinistramente allusivo, semmai, chiedersi di quanto male Maradona possa aver fatto a Pantani nel suo viaggio a Cuba, anziché continuare a corroborarne il mito e la sana Amicizia. (Mon dieu, ma ce la date, tra tanti sorrisi ipocriti, una fiera Inimicizia?)
Ma in un mondo mediatico dove i cattivi pensieri ed i peggiori maestri hanno sempre spazio ed ultime parole da guadagnare a prezzo sempre più alto, è certo più equilibrato e consono alla nostra mite sensibilità fare rotta sul Giro d’Italia.
Rotta meditabonda col pensiero, guardando più in là della sua ottantasettesima edizione.
Da Genova partirà, si dice o si sa, una edizione particolare della corsa de La Gazzetta dello Sport. Organizzata prima da Emilio Colombo e da Armando Cougnet, poi da Vincenzo Torriani fino agli ultimi anni ’80 e successivamente guidata in modo egregio da Carmine Castellano: braccio destro fidato e poi degno erede di quel Torrioni lì, «patron» nella memoria per antonomasia.
Ebbene questo Giro 2004, prodotto dalla RCS Sport, il braccio operativo della Gazzetta, potrebbe essere l’ultimo a recare in calce il sigillo autografo di Castellano. Per ragioni anagrafiche, non certo tecniche: superati i 65 anni, ed un biennio di proroga...
Al di là delle riserve generali (e personali) su siffatta sconcertante variabilità dei limiti di età delle diverse professioni, per cui un barone universitario è autorizzato più o meno a non andare in pensione mai, fin oltre i 70 anni, ed un bancario semmai può sgaiattolare via dalla cassa con una robusta buonuscita a 50 anni o giù di lì, c’è da chiedersi, solo con affettuosa apprensione, quale sarà il futuro del Giro, ed ancor più del ciclismo e della sua connaturata simbiosi genetica con la Gazzetta, di fronte all’eventuale «allontanamento» di una figura concreta e solida quella di Carmine Castellano.
Ci verrebbe da dire che dopo Cougnet, Torriani e Castellano, ci vorrebbe, sull’ammiraglia, solo un altro Castellano, e non crediamo ci faccia velo uno spirito regionale! Il Giro ed uno sport antico qual è il ciclismo, per cui ci vuole innanzitutto sconfinato amore, non possono consentirsi, nel contesto di un rapporto ombelicale con un quotidiano sportivo che deve fare i conti con l’arrembare spesso volgare e diseducativo di altre discipline, il rischio della drastica novità: et pour cause.
Il Giro, il ciclismo per esso, fatto non certo di stereotipi ed oleografie, ma di immagini e figure tradizionali ed in qualche modo familiari, care, vive ed è vissuto della sua immutabilità: non della interruzione o del sovvertimento, o dell’irruzione eventuale di ruoli manageriali estranei al ciclismo, che creerebbero ulteriori motivi di disorientamento.
Per questo motivo, noi che abbiamo ben conosciuto Torriani, siamo stati sempre grati a Castellano per come abbia saputo dal ’90 ad oggi, in anni di gara tanto difficili, e per tante ragioni, raccoglierne mirabilmente - ed umilmente - il testimone e ribadirne il carisma.
E difendere i denominatori comuni di una storia che non merita soluzione di continuità. Ed il ciclismo, ed i suoi appassionati, hanno tutto il diritto-dovere di augurarsi oggi, alla vigilia di una nuova avventura, che tanta eredità di affetti e di esperienze di strada, coniugata Giro dopo Giro, rosea dopo rosea, sopravvissuta così alle due guerre mondiali come alle modeste tempeste dello sport, non venga banalmente dispersa.
Gian Paolo Porreca,
napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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