Editoriale

NON FACCIAMO SCHERZI. «La scarsa copertura televisiva internazionale di Sanremo e Lombardia è un problema grave. Se non si troverà una soluzione le due prove italiane usciranno dal circuito di Coppa del Mondo». Le parole sono di Hein Verbruggen, uno che non è abituato a parlare così tanto per farlo. Il problema c’è e non è nemmeno di facile soluzione. La Rai paga circa 9 milioni di euro all’anno a Rcs Sport e pretende di rivendere ciò che ha profumatamente pagato al miglior offerente. L’Eurovisione, che a sua volta si svena sborsando 14 milioni di euro per assicurarsi i diritti del Tour e tutto quello che gli ruota attorno, dice che non ha più un euro in tasca. Le tivù europee fanno quello che possono, cioè pochissimo. Dal canto suo, Rcs chiede disperatamente che le corse siano messe sul mercato a prezzi più accessibili in modo da essere più appetibili. Chi ci capisce è bravo, e ad ogni modo li lasciamo lavorare in tutta tranquillità, purché non facciano scherzi. Verbruggen ha fatto benissimo a richiamare l’attenzione, con quella che noi consideriamo una provocazione. Guai, però, se il numero uno del ciclismo mondiale pensasse davvero che si possa disputare una Coppa del Mondo senza una Sanremo e un Lombardia. La storia non si può né cancellare né tantomeno calpestare. Un unico invito: non facciamo scherzi, quì ne va della credibilità di tutto il ciclismo, non solo di quello italiano.

CHE FATICA. È stato forse il Mondiale più elementare, più lineare, più logico, con il prologo più annunciato e la conclusione più scontata: Mario Cipollini campione del mondo. Doveva essere anche la soluzione più conveniente per tutti. Un campione del mondo forte, riconoscibile, mediatico ad ogni latitudine, capace di caricarsi sulle spalle il peso di un movimento con il fiato corto era la conclusione ideale. Invece, sotto questo peso per poco Mario Cipollini non ci rimetteva le penne. Un campione del mondo che pena a trovare gli sponsor la dice lunga sullo stato di salute del nostro movimento. Ma la dice lunga anche sulle sue dichiarazioni estive, contro tutto e tutti, in un momento di crisi generalizzata, in cui le aziende sono costrette a tirare i remi in barca e cercano di navigare a vista senza fare investimenti avventati. Mario non l’aveva capito. Se l’era presa con il sistema, con il mondo del ciclismo ingrato e miope, ma i problemi erano altri e probabilmente, ora, l’ha capito molto bene anche lui.
MERITA RISPETTO. È stato il leit-motiv di questo ultimo mese: l’intesa Pantani-Cipollini, il campione del mondo che tende la mano al collega romagnolo disperso tra le nebbie di un futuro incerto. L’idea non è assolutamente malvagia, ma penso che Pantani abbia il diritto di essere rispettato, per quello che ha fatto e per quello che in ogni caso, ancora oggi, rappresenta. Di questa trattativa colpisce il suo inizio: Pantani se ne stava per i fatti suoi, più o meno tranquillo, più o meno con le idee chiare, quando improvvisamente arriva chi propone il suggestivo matrimonio e non contento detta anche le condizioni e intima gli ultimatum. Domanda: ma Pantani ha forse chiesto qualcosa? Lo vogliono recuperare, dicono. Vogliono recuperare i suoi soldi diciamo noi. Di Pantani uomo e atleta non interessa assolutamente niente a nessuno.
Marco l’ho sentito qualche settimana fa e in quell’occasione abbiamo parlato un po’ di tutto. Tra le tante cose mi ha anche confidato che «correre con Cipollini è davvero un’idea molto suggestiva, ma a me piacerebbe prima parlarne con Mario, anche perché abbiamo alcune cose da chiarirci». Mario non ha mai alzato la cornetta. Marco si è fatto i fatti suoi.
Nel frattempo Vincenzo Santoni, con grande determinazione, ha continuato a lavorare sodo su altri fronti, e sta per arrivare ad ottenere quanto desiderava. Ha praticamente trovato gli sponsor per la stagione 2003 dimostrando che spesso le strade meno agevoli e tortuose sono le più gratificanti, le più giuste, in questo caso le meno imbarazzanti.

LA “CICLITE” DELLA CAMARAN. «Presidente, la prego, venga con noi». Così i Carabinieri e la Guardia di Finanza hanno accolto Hein Verbruggen il 26 ottobre scorso a Varese, a conclusione di una giornata di festa per ricordare uno dei campioni più amati della storia del ciclismo: Alfredo Binda.
In verità, il presidente se l’aspettava. Molto probabilmente ha anche fatto in modo che ciò accadesse. Gli era già successo un anno fa a Pistoia. È successo ancora quest’anno a Varese, dove si è presentata Paola Camaran, p.m. titolare dell’inchiesta sul doping a Padova. Assistita da rappresentanti della Guardia di Finanza e dai Carabinieri locali, la p.m. ha cercato la massima discrezione, anche se fin dal mattino si sapeva della sua presenza. L’incontro è stato cordiale e la p.m. non ha fatto altro che chiedere al numero uno del ciclismo mondiale alcune delucidazioni sul regolamento UCI in materia di doping. A questo punto ci corre l’obbligo di fare una precisazione: sappiamo e rispettiamo profondamente il lavoro e i tempi della magistratura, ma ci è risultata quantomeno inopportuna questa nuova intrusione giudiziaria in una giornata di festa per il ciclismo. La signora Camaran non poteva andare ad Aigle per interrogare il signor Verbruggen? Scusateci se cadiamo nuovamente nel vittimismo ciclico del ciclismo, ma per dirla con Gatti, temiamo che anche la signora magistrato si sia fatta ammorbare dal virus della ciclite. Un famigerato virus che viene diffuso da una banale apparecchiatura: la telecamera.
E non solo.
Pier Augusto Stagi
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