Editoriale
UN COCKTAIL ESPLOSIVO. Della vicenda del cuore ballerino di Salanson abbiamo letto. I suoi genitori si sono già preoccupati di denunciare i medici che, nonostante gli esami avessero diagnosticato gravi anomalie, hanno permesso al ragazzo di continuare la pratica sportiva, e sarà un’aula di tribunale a fare chiarezza su questa ennesima triste vicenda.
Cuori ballerini, medici superficiali ma anche corridori incapaci di accettare, e di conseguenza vivere, una realtà ben diversa da quella che si erano prefissati di vivere.
Non sempre, infatti, le colpe sono solo e soltanto dei medici, dei tecnici e dei team-manager. I corridori spesso ci mettono del loro. E non per soldi, non per gloria ma per quell’inguaribile (anche questa infatti è una vera e propria patologia, una disfunzione grave e pericolosa) desiderio di osare, di “essere”, di spostare sempre più in avanti il limite del buon senso.
Corridori disposti a rischiare la propria vita solo e soltanto per quel desiderio di correre in sella alla propria bicicletta.
No, non c’è nulla di romantico, pochissimo di poetico, diciamo che c’è tutto o quasi tutto per rimanere senza parole. Ma sapete quanti ragazzi sono stati fermati perché i loro muscoli cardiaci presentavano anomalie e loro, anziché fermarsi, farsi curare e scendere di sella, hanno preferito girare nosocomi di mezza Italia pur di strappare alla fine un maledetto certificato per l’abilitazione alla pratica sportiva.
Cuori che si fermano improvvisamente, apparentemente senza senso, e immancabilmente ecco che si finisce a parlare di doping. Quando invece, il più delle volte, sono semplici casi di negligenza medica e stupididità umana.
Medici negligenti e corridori deficienti (nel senso privo di buon senso): un cocktail davvero esplosivo, più del doping.

IL CICLISMO STIA ATTENTO AL CHIRURGO. Jacques Rogge, presidente del CIO dal 2001, chirurgo ortopedico, specializzato in medicina dello sport, è pronto a tagliare i rami secchi dopo le Olimpiadi di Atene: nel mirino anche alcune specialità della pista. È un problema che ci riguarda da vicino. È un problema che sta cercando di gestire il numero uno dell’UCI Hein Verbruggen, che ha varato un progetto pista nel tentativo disperato di dare interesse, visibilità e credito a quelle specialità che rischiano seriamente di scomparire dai programmi olimpici prossimi venturi. La Federciclismo, da parte sua, con la sua condotta e con una politica di basso profilo, rischia di accelerare il progetto di Rogge: uccidere definitivamente la pista. Può essere una scelta: non investire in una disciplina che non interessa e non frutta più. Una scelta discutibile e inaccettabile, che un dirigente federale - in questo caso il presidente - avrebbe il dovere di motivare a chiare lettere, senza tanti minuetti diplomatici.

USA LE MANIERE FORTI. Dopo gli scandali l’atletica americana lancia il regime di «tolleranza zero». Per anni hanno sbagliato, permesso, coperto, chiuso un occhio. Adesso hanno deciso di cambiare radicalmente rotta: per la serie, lotta dura senza paura.
Gli americani cominciano quindi a fare sul serio in materia di doping. Nell’atletica sono pronte squalifiche a vita per chi sarà pescato positivo agli steroidi. Nel ciclismo, invece, siamo pronti a riprenderli in blocco, con assoluta e disarmante disinvoltura: anche chi è stato preso per Nesp.
Infine, un breve messaggio al presidente della Federciclismo Gian Carlo Ceruti. Come è possibile tollerare un regolamento che vieta il passaggio al professionismo per due stagioni ad un ragazzo che viene pizzicato in un controllo ematico con i valori sballati, e per la stessa infrazione lo priva della maglia azzurra per una stagione soltanto? Perché questa sperequazione? Forse perché chi non è buono per il professionismo è buono per la Federazione?

A VISO SCOPERTO. Siamo e restiamo per una dura e intransigente lotta al doping, ma soprattutto combattiamo le pagliacciate e coloro che si beano a fare i paladini del ciclismo pulito, mettendo il faccione in ogni angolo e situazione. Come Renzo Bardelli, ex sindaco di Pistoia, pronto a mandare alle stampe il suo libro «Generazione Epo» che, qualche settimana fa mi ha confidato - e io l’ho riportato su Il Giornale -, di essere stato il regista nemmeno tanto occulto di tutti gli scoop di Striscia la Notizia.
Max Laudadio è di Pistoia, Bardelli pure e conosce bene il papà dell’inviato di «Striscia», il figliolo cercava dei corridori disposti a parlare e lui si è prestato. Lui ne è contento, noi un po’ meno. Perché la lotta al doping la si combatte in altro modo, soprattutto in altre sedi, denunciando e facendo i nomi, non portando due rimbambiti incappucciati davanti ad una telecamera, che sostengono che nel ciclismo c’è il doping: bella scoperta.
Il ciclismo ha tanti problemi, che sta e stiamo combattendo, ma non è la discarica nella quale depositare le proprie frustrazioni o i propri egocentrismi. Basta quindi con i falsi pentiti, basta con gli incappucciati, basta con gli ex sindaci malati di protagonismo. Denunciamo alle autorità competenti i tecnici senza scrupoli, le famiglie scellerate, i medici compiacenti, i dirigenti bifronte, e se le nostre e le vostre denunce avranno fondamento, che lo Stato li assicuri alle patrie galere. Lottiamo affinché le case f armaceutiche inseriscano finalmente dei traccianti nei medicinali contenenti sostanze dopanti, alziamo la barriera delle squalifiche, varando un piano di «tolleranza zero», che preveda la squalifica a vita e introduciamo una serie massiccia di controlli a sorpresa fuori dalle competizioni. Così si combatte il doping: senza clamori e a viso scoperto.
Pier Augusto Stagi
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