STORIA | 30/12/2016 | 07:21 E’ un’attività che si tramanda da padre in figlio quella dei Sirotti,fotoreporter sulla scena ciclistica, professionalmente, fin dalla seconda metà degli anni 1980. Alcune note sono utili per meglio inquadrare il succedersi dei fatti fra padre e figlio. E’ a Cesena, bella città romagnola che ha sempre intrattenuto un vivo rapporto con le due ruote fin dai primordi del mezzo ciclistico attraverso molti personaggi, sia d’estrazione agonistica, sia letteraria e pure tecnica, strettamente legate alla bicicletta e al suo sviluppo, dove nasce Emanuele Sirotti nel 1937, scomparso nel giugno del 2015.
Infatti, è stato Emanuele l’iniziatore dell’attività “ufficiale” di fotografo dopo avere lavorato in banca per venticinque anni. La famiglia contava ben dodici figli che condividevano varie passioni sportive, ciclistiche in particolare, litigando pure – e vivacemente – fra i sostenitori di Gino Bartali e quelli di Fausto Coppi, gli idoli del tempo, riferimenti immensi della storia sportiva e della passione ciclistica, non solo italiane.
Papà Emanuele, o meglio babbo Emanuele, per dirlo alla romagnola, pure quando lavorava in banca trovava modo e tempo di coltivare la sua passione per la fotografia e il ciclismo operando soprattutto nel settore cicloamatoriale dove pure gareggiava. Altra sua passione è stata la formazione calcistica dei bianconeri del Cesena. Poi, maturata la pensione, e all’epoca acquisirne i diritti aveva tempi e modi diciamo maggiormente agevoli, si dedica con continuità alla sue passioni, ciclismo e fotografia, l’ordine può essere interpretato e variato, seguendo con continuità le corse del calendario professionistico, l’attività dei gruppi sportivi e quelle degli organizzatori a livello nazionale. E quando non ci sono corse o manifestazioni si deve sistemare l’archivio che aumenta in continuità, di pari passo con lo sviluppo dell’attività.
Intanto il figlio, Stefano, classe 1977, cresce, condivide le passioni del babbo e impara il mestiere mentre studia. Non corre però, neppure come amatore. Nel 1997 si diploma in ragioneria, come il papà e il pomeriggio stesso del giorno che ha sostenuto gli esami orali, prende il treno e raggiunge il babbo che stava lavorando al Tour de France, collaborando con lui in funzioni di supporto.
Gli anni sono quelli caratterizzati dalla figura del conterraneo Marco Pantani e Stefano ricorda, con la sua sintetica loquacità (contraddizione in termini...), giusto il contrario di Emanuele che invece parlava, sempre e molto con tutti, compie il suo esordio quale fotografo al Giro d’Italia 1998, l’anno magico di Pantani, quello della straordinaria doppietta rosa e gialla. E da allora è sempre in sella alla moto, un assiduo del gruppo, sempre nel cuore della corsa.
Lo scorso anno ha ricevuto – anche se con qualche ritardo - la medaglia di riconoscimento del Tour de France che è riservata a chi somma più di venti frequentazioni continuate del Giro di Francia, anche nel ricordo del babbo Emanuele. E rammenta i suoi piloti, in particolare i due lombardi Athos Campagnoli, conosciuto come il “barbarossa”, il varesino Mario Barbacini e poi il modenese Adriano Pelloni che con il fotografo Silvano Ferrari, di Sassuolo, sono stati, e gli ultimi lo sono ancora sovente, suoi compagni di strada. Stefano Sirotti ama il suo lavoro che coincide con la sua passione e da vent’anni è una presenza costante alle maggiori corse, sia in Italia, sia all’estero, nel gruppo più assiduo e presente dei professionisti dell’obiettivo che seguono il “circus” del ciclismo di prima fascia. E’ in partenza, agli inizi di gennaio, per gli antipodi, al Tour Down Under, in Australia e poi, fino a ottobre, sempre in giro, sempre in moto, sempre parlando poco e scattando molte foto in sella e vivere poi, senza soluzione di continuità, i momenti di tensione dell’arrivo e del dopocorsa con le immagini da lavorare, inviare, sempre con tempi strettissimi.
Apprezza particolarmente il periodo delle classiche del nord, oltre un mese di lavoro duro, su strade e con condizioni climatiche sovente disagevoli, particolarmente avvertite e pure sofferte in sella alla motocicletta del suo “motard” per la circostanza, l’olandese Jos Hayen, ma, al pari di certi corridori, queste corse le "sente", le vive e le ama particolarmente.
Notevole soddisfazione Stefano Sirotti l’ha provata quest’anno alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, dove ha fruito dello “status” di fotografo ufficialmente accreditato, insieme con un altro figlio d’arte, Luca Bettini, dopo una prima esperienza nelle gare dei cinque cerchi, ma non con l’accredito ufficiale, già vissuta a quelle di Londra.
A casa, a Cesena, rimane il fido collaboratore Maurizio che, da oltre dieci anni, si dedica professionalmente alle molteplici operazioni che richiedono la catalogazione e l’archivio di “FotoreporterSirotti”, aspetto importante, fondamentale, anche per i fotografi di ciclismo per valorizzare quello compiuto “on the road”, ora da Stefano e, prima, da babbo Emanuele, nel sito www.sirotti.it -, in una continuità familiare di passione ininterrotta, sempre attuale e sentita dentro, profondamente.
E “Siro”- questo il soprannome – aspetta, quasi con impazienza di ripartire, e ritrovare la strada dopo poco più di due mesi, in ufficio, a riordinare il 2016 e preparare il 2017, da vivere sempre in gruppo, nel cuore della corsa.
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