CANCELLARA, IL GLADIATORE

LIBRI | 12/12/2016 | 07:44
E’ stato appena pubblicato “Fabian Cancellara” di Guy Van Den Langenbergh (Bloomsbury), un libro fotografico sul due volte campione olimpico e sei volte campione mondiale (due fra gli juniores) a cronometro, più tutto il resto (una Sanremo, tre Fiandre e tre Roubaix…). Questo è un estratto dall’introduzione scritta dal nostro Marco Pastonesi:

Cancellara lo si ama perché è un guerriero da strada e da pista, da pavé e da muri, da tornanti e da anelli, da atti di fede e di dolore, da richiami della foresta (di Arenberg) ma anche di cripte e chiese (la cappella di Kapelmuur, o del muro di Grammont), da arene e da colossei, se non altro per giustificarne il soprannome – Spartacus – che lo accompagna con un sapore di sudore, con un gusto di fatica, con un odore di polvere, con un colore di fango, e che lo ritrae come in una fotografia in bianco e nero anche quando è stampata a colori. Cancellara-Spartacus è il gladiatore di un ciclismo che seduce e incanta per scoprire quanta sofferenza sia possibile sopportare, cioè caricare le sorti del destino sulle proprie spalle e riciclarle nella propria testa e poi trasportarle per paesaggi e orizzonti, per chilometri e ore, per chilometri all’ora. Tant’è che in 16 anni di una passione elevata a professione, di un mestiere folgorato dall’arte e non solo dal talento, Cancellara-Spartacus ha vinto di forza e resistenza, di potenza e prepotenza, da solo o in gruppo, in fuga o in controfuga, con il cronometro o a sensazioni. A volte ha vinto anche giungendo secondo o terzo, o quarantesimo: chi ha detto che vince solo chi arriva primo? E ciascuna di queste vittorie, anche a prescindere dall’ordine di arrivo o dalla classifica generale, è stata salutata come una festa del ciclismo e della bicicletta, dell’etica e dell’epica, dello sport e della sportività. Dare tutto, arrendersi solo dopo la fine, riconoscere i meriti, nascondere le lacrime in un sorriso: è tutto oro che luccica.
Cancellara – in questo, come tutti i corridori, ma lui, dal suo punto di vista, più di tutti i corridori – è allo stesso tempo testimone di vite e missionario di avventure, un portatore sano di valori stradali eterni: volontà, tenacia, solidarietà, rispetto, pericoli. Avrà avuto anche lui – nessuno, neppure Spartacus, è perfetto e invulnerabile – fulmini di dubbi e incertezze, scosse di fragilità e debolezza se non perturbazioni di crisi e impotenza, o almeno di delusione e sconforto, ma ha cercato di alleggerire e arrotondare i suoi, e i nostri, pensieri a pedali, e le sue, e le nostre, pedalate pensierose, quelle della vita di tutti i giorni. Cancellara sarebbe potuto nascere trattore o locomotiva, zebra o cascata, contrabbassista o quercia, granito o ferro, invece la natura lo ha reso vento, figlio del vento, padre del vento, e in questo miracolo genetico lo ha eletto a una sorta di divinità conosciuta anche ai poli e agli antipodi. Certo, se fosse nato in Galles avrebbe avuto un destino fatto di miniere e birre e rugby, se fosse nato in Nuova Zelanda la maglia nera avrebbe avuto il significato di una casta e non il peso dell’ultimo in classifica, se fosse nato negli Stati Uniti lo avremmo conosciuto sul quadrato di un Madison Squadre Garden o sul diamante di uno Yankee Stadium, e se suo padre fosse rimasto in Basilicata, Italia, lui sarebbe forse emerso remando su un due senza (un tandem senza ruote) o goleando come centravanti di sfondamento (molta meno fatica e molti più soldi). Ma il ciclismo è stato favorito, privilegiato, premiato. E questo va detto, va riconosciuto.
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