Pound: il ciclismo non ha scuse, troppi i casi di doping

| 29/01/2007 | 00:00
Dick Pound, presidente della Wada, ha concesso una intervista al quotidiano El Pais, apparsa stamane a firma di Carlos Arriban, e ha puntato la sua attenzione anche sul ciclismo. Ecco un sunto delle sue parole. In Spagna alcuni corridori hanno collaborato con la Guardia Civili nel corso dell’Operacion Puerto. Il nuovo codice mondiale antidoping prevede in questi casi la riduzione di un quarto della pena. Non crede si possano applicare in anticipo? «Incentiviamo gli sportivi affinche parlino, non solo per dire quel che hanno fatto, ma per indicarci coloro che li hanno spinti a doparsi, chi sono i loro medici, chi ha venduto loro le medicine». I ciclisti pensano che il loro sport sia il più controllato e che in molti casi subisca una doppia legge, il codice mondiale e un codice etico... «Il ciclismo non ha scuse. I casi di doping sono eccessivi. Se le squadre applicano una sanzione interna, a quel che dice l’Uci, non è la fine del mondo». Lei non sembra essere molto amico del ciclismo: pochi giorni fa, in una intervista, ha ironizzato parlando di Roid (steroide) Landis, mettendo nel conto anche gli anabolizzanti... «È una cosa che mi hanno riferito e che e uscita sui giornali. E sì, ho usato quel soprannome». Significa che lo ritiene colpevole? Non pensa in questo modo di influire sul giudizio della Usada, che deve decidere sulla presunta positivita al testosterone di Landis? «No, nel modo più assoluto. Landis avrà l’opportunità di dimostrare la sua innocenza davanti al tribunale sportivo degli Stati Uniti». Landis si dice innocente. Hamilton, che ha già scontato la pena e il cui nome appare anche nell’Operacion Puerto pure... «È normale. Atleti, ciclisti, tutti si comportano allo stesso modo. Negano, negano, negano...»
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