| 27/11/2006 | 00:00 Sono passati da poco i cinquant’anni da quando la pista provocò nel ciclismo un altro incidente mortale che lasciò il segno, sempre in terra belga. In quei giorni, i primi di ottobre del ’56, lo sfortunato protagonista era certo più celebre dello spagnolo Galvez, deceduto sabato notte a Gand. Si trattava infatti dall’ex campione del mondo su strada Stan Ockers, l’idolo da ragazzino dello stesso Eddy Merckx ed al quale i belgi hanno dedicato addirittura un monumento nel finale della Liegi-Bastogne-Liegi, nel punto in cui Ockers aveva staccato tutti aggiudicandosi il prestigioso week end delle Ardenne che comprendeva all’epoca anche la Freccia Vallone.
Stan Ockers cadde in maniera abbastanza banale nel corso di una kermesse al palasport di Anversa. Un altro corridore belga,
Sterckx, stava tornando in pista dopo un incidente meccanico, spinto dal massaggiatore e Ockers se lo trovò davanti all’uscita da una curva. Quasi lo tamponò, cadde, picchiò la testa e nonostante il casco si spense due giorni dopo all’ospedale a causa d’una serie di emorragie craniche. Ockers aveva vinto il mondiale nel ’55 sulle nostre strade a Frascati. Ed era arrivato secondo nel ’52 al Tour de France a quasi mezzora di ritardo da Fausto Coppi, quel famoso Tour in cui l’organizzatore, Jacques Goddet, raddoppiò il premio spettante al secondo arrivato, proprio Ockers, per ridare un po’ di interesse ad una corsa già stravinta da Coppi dopo appena una settimana di sfide.
Ma a parte Ockers, su pista accadde anche un episodio meno noto nel corso del quale rischiò la vita Eddy Merckx. Si era in Francia, a Blois, su di una lunga pista in cemento, scoperta. Nel settembre ’69 si correva una riunione ad ingaggio con tanti stradisti. Merckx era reduce dal primo dei cinque trionfi al Tour de France. La gara era di quelle dietro derny, quelle piccole moto pilotate dagli «allenatori». Quello di Merckx si chiamava Fernand Wambst. D’improvviso la moto che precedeva quella che pilotava Merckx, ebbe un problema ed il motociclista finì a terra. Wambst l’investì e cadde in un groviglio di motorette e biciclette. Anche Merckx finì a terra e la gente in tribuna urlò di spavento nel vedere quei corpi esanimi sul cemento del velodromo. Wambst morì sul colpo, dopo aver picchiato la testa. Merckx perse conoscenza ma si riprese in fretta, anche se a lungo si portò dietro poi tremendi mal di schiena a ricordo di quel capitombolo. E commentò sempre con commozione l’episodio: «Il povero Wambst indossava un robusto casco di cuoio, io un caschetto dell’epoca, ben poca cosa. Ma ebbe la peggio lui. Al destino non ci si può proprio opporre».
(da Tuttosport del 27 novembre 2006)
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