PROFESSIONISTI | 30/03/2016 | 08:24 Questa volta ce l’ha fatta a metter tutti nel sacco. Grazie a una fuga, come una di quelle che tante volte l’aveva visto poco fortunato protagonista, ha conquistato la sua vittoria più importante. Nella seconda giornata della Challenge Maiorca, Gianluca Brambilla ha anticipato la battaglia finale con una fuga iniziata sull’Alto de Galiela a 32 chilometri dall’arrivo e sul traguardo di Port de Andratx è riuscito a mettersi dietro di 2” il polacco Michal Kwiatkowski (iridato 2014 e suo ex compagno di squadra), al debutto con la maglia del team Sky, e il ceco Zdenek Stybar, portacolori anch’egli della corazzata belga Etixx Quick Step.
Per il 28enne vicentino, professionista dal 2010, 13° al Giro 2012 e alla Vuelta 2015, è il secondo successo della carriera dopo il Gp Nobili Rubinetterie ad Arona nel 2010. Il “Brambi” ha così regalato all’Italia la prima vittoria europea della stagione. E lo ha fatto in un anno che per lui sarà eccezionale per una grande novità che arriverà ad arricchire la sua vita privata e, visti i presupposti, si prospetta un anno da ricordare anche a livello sportivo.
Non puoi che essere contento di come è iniziato questo 2016... «Dici bene. Sono partito con il piede giusto, praticamente al primo giorno di gara è arrivata la prima vittoria. Nei giorni successivi a Maiorca mi sono confermato con i migliori e così è successo anche al Tour of Oman, dove ero partito in supporto a Daniel Martin e Bob Jungels, anche se poi la strada ha deciso che dovessi essere io l’uomo di punta della squadra. Tornando alla vittoria, è stato un giorno incredibile e anche molto duro, considerando che ho affrontato gli ultimi 20 chilometri da solo. Arrivare davanti a Kwiato, Cancellara e Valverde mi ha reso molto orgoglioso. La dedica è per Pietro, il papà della mia compagna, che è mancato un anno fa. Era un mio grande tifoso, mi seguiva con passione, nell’ultimo periodo gliel’avevo promessa. Appena tagliato il traguardo ho pensato a lui, le promesse vanno mantenute».
Si può dire che è stato il momento più bello finora della tua carriera? «Sai, l’atto della vittoria è stupendo in sé ma custodisco tanti altri bei ricordi ugualmente preziosi. Penso all’aria che ho respirato alla partenza della Liegi o di altre corse storiche con un pubblico mozzafiato, oppure all’adrenalina del ritrovarsi nel finale di tappe dure di un grande giro a fianco di campioni che hai sempre stimato. Scattar loro in faccia, come si dice in gergo, è una soddisfazione che ripaga tutti i sacrifici affrontati per arrivare fin qui. Vado fiero di me, negli ultimi anni sono sempre stato presente. Nel ciclismo moderno quando la squadra chiama bisogna essere pronti per lavorare per il capitano di turno o per fare la corsa in prima persona, per quanto possibile bisogna essere sempre al cento per cento».
Hai dichiarato di non esserti mai sentito così forte. «Negli ultimi anni sono cresciuto, non solo in termini di prestazione, ma anche di facilità nel trovare la forma. Dopo il Giro, per esempio, rispetto ad anni fa vedo che riesco a mantenere meglio la condizione accumulata nelle tre settimane. Fisicamente sono più pronto e ho imparato a lavorare, non metto più su chili come mi poteva capitare in passato. Quest’inverno in particolar modo ho affrontato tante rinunce per arrivare al via della stagione con una buona gamba. Nelle ultime stagioni ci ho dato dentro, i sacrifici sono stati ripagati dalla condizione e dai risultati. Nessuna rinuncia è impossibile secondo me, parlando di cibo cerco di non farmi mancare nulla e stare a dieta non mi pesa. Fa parte del mio lavoro. Come fatico a fare sei ore, ogni tanto posso rinunciare a una pizza».
Che corridore sei? «Sono uno scalatore, ma posso fare bene anche negli arrivi di gruppetti ristretti. Mi gioco le mie carte ogni volta che è possibile, ma mi metto volentieri al servizio dei miei compagni più in forma. Da dilettante ho imparato a correre così, combattivo e generoso, anche perché non si può pretendere di essere competitivi tutto l’anno».
Hai un soprannome? «Valgono le abbreviazioni Gian o Brambi?».
Un portafortuna? «No, fortunatamente non sono scaramantico».
Tatuaggi? «No, ma quando ero più piccolo avevo l’orecchino. L’avevo fatto a 7 anni, quando a mia sorella per la comunione avevano regalato un paio di orecchini, l’avevo accompagnata a “fare i buchi” e già che c’ero... Da dilettante però Luciano Rui, diesse della Zalf Desirèe Fior, mi ha obbligato a toglierlo».
Segno zodiacale? «Leone».
Raccontaci da dove arrivi. «Sono nato a Bellano (Lecco), ma da quando sono piccolo vivo a Tezze sul Brenta, in provincia di Vicenza, dove la mia famiglia si è trasferita per esigenze di lavoro. Fino a qualche tempo fa abitavo con mamma Patrizia, casalinga, papà Riccardo, consulente finanziario, e mia sorella Isabel, che ha un anno in più di me. Ora lei vive in Canada con il fidanzato, lui ha un’impresa edile, lei lavora in ufficio. Non sono ancora andato a trovarla, anche perché lì fa un freddo becco, poco tempo fa mi raccontava che il termometro segnava meno venti... Non so come facciano a esistere corridori canadesi, come fanno ad andare in bici? (ride, ndr). È più facile che venga lei a casa mia. Io mi sono trasferito a Bassano del Grappa con Cristina. Stiamo assieme da otto anni, abbiamo frequentato la stessa scuola e al termine degli studi ci siamo avvicinati senza più lasciarci. Nella prima metà di maggio nascerà la nostra primogenita. Non abbiamo ancora deciso il nome, sarà lotta aperta fino all’ultimo (sorride, ndr)».
Cosa fai nella vita, a parte pedalare? «Sono un ragazzo semplice, alla mano, che fa le cose che ama fare qualsiasi ragazzo della mia età. Mi piace stare con gli amici, giocare coi videogiochi, andare al cinema, portare a spasso il mio rottweiler Schwarz. Seguo altri sport, in particolare i motori. Adoro quel fenomeno di Valentino Rossi. Il calcio, invece, non lo reggo».
Cos’hai studiato? «Sono diplomato in ragioneria. Mi sarebbe piaciuto proseguire gli studi, ma dopo le superiori li ho abbandonati per provare a far qualcosa di buono in bici. Da un lato è stato un peccato rinunciare all’università, sarebbe stato interessante frequentare una facoltà tipo fisioterapia o scienze motorie, qualcosa sempre legato allo sport per intenderci, ma il ciclismo mi sta dando tante soddisfazioni».
Come ti sei avvicinato al ciclismo? «Ho iniziato a correre all’età di dieci anni, da G4 con l’UC Romano, quando decisi di smettere di correre dietro a un pallone e con una piccola biciclettina rossa trovata nella soffitta di un negozio di bici iniziai a pedalare. All’epoca ero così piccolo che mi dovettero fare un telaio su misura, che andasse bene con le ruote da 28 pollici. Facevo fatica a tenere le ruote degli altri bambini perché la differenza tra il mio fisico e quello dei miei coetanei era molta. Ero mingherlino, quindi penalizzato dai tipici percorsi lineari su cui ogni domenica i giovanissimi battagliano. Già allora però, quando la strada cominciava a salire avevo l’impressione che il ciclismo non era poi così sbagliato per me».
Il tuo idolo sportivo quando eri un bambino? «Marco Pantani. Quando scattava lui, io scattavo sul divano».
Un augurio per il ciclismo? «A questo sport, che tanto sta facendo tanto per crescere e migliorarsi, auguro di riuscire a conquistare sempre maggiore credibilità. Per il movimento italiano in particolare ci vorrebbe maggiore tutela da parte delle istituzioni che dovrebbero avere a cuore lo sport a 360°: il ciclismo è uno sport importante e merita rispetto».
Ora cosa vuoi? «Vincere di nuovo, subito (sorride, ndr). Bisogna battere il ferro finché è caldo, non si dice mica così? Sono uno che osa, spero la buona sorte mi faccia riprovare l’emozione di arrivare al traguardo a braccia alzate presto. Ora mi aspettano il Giro dei Paesi Baschi, Freccia Vallone, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro d’Italia. Per la corsa rosa non so ancora che squadra sarà schierata e che ruolo avrò. Il Giro quest’anno parte dall’Olanda, mi aspetto un’accoglienza calorosa. Per il resto vedremo come sarà il meteo e in quali tappe potrò dire la mia. Andrò a caccia, soprattutto in quelle vicino casa. Ho già in mente anche la dedica. Per allora un nome io e Cristina lo dovremo aver scelto per forza».
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