DILETTANTI | 21/09/2015 | 08:16 Sono un papà contento. Così recita l’sms di Giuseppe Martinelli in risposta ai nostri complimenti per il contratto biennale firmato dal figlio Davide con la Etixx Quick Step. Ha di che essere contento Beppe non solo per l’ingaggio del suo “bimbo” tra i grandi del ciclismo ma perché ci è arrivato per merito. Nessuna raccomandazione per il bresciano classe ’93 campione italiano della crono che, nonostante papà avrebbe potuto tirargli una volata, ha preferito aspettare di fare il grande salto tra i professionisti grazie alle sue forze perché come ama ripetere «mal di gambe la sera vuol dire essere vivo e devo costruirmi da solo la mia strada».
Soddisfatto finora del tuo 2015? «Sì, sono contento del mio rendimento. Ho cercato di lavorare per migliorare in salita e nelle prove in linea. Ho colto belle vittorie su strada e al Campionato Europeo la medaglia di bronzo. Ho aumentato la distanza degli allenamenti per un possibile passaggio, ho lavorato sul fondo. A crono posso crescere ancora un po’ nei prossimi anni ma in futuro non mi vedo all’altezza dei migliori professionisti, in salita e nello sprint ho margini di crescita. Il perfetto passista pesa sugli 80 chili, 10 più di me. Più che specialista delle crono mi piacerebbe diventare un corridore completo che sa tenere sulle salitelle e può dire la sua in arrivi ristretti».
Ora cosa hai nel mirino? «Guardando planimetrie e altimetrie il percorso della crono sembra più adatto a me rispetto a quello di Ponferrada 2014, sui percorsi misti me la cavo meglio che in pianura, ambisco alla top ten (al campionato europeo si è piazzato 7°, ndr), ma sogno qualcosa in più anche se pensare al podio forse è troppo. Anche la prova su strada mi piace, ma tra gli Under 23 è sempre un terno al lotto, ognuno corre per sé, non ci sono gerarchie definite e il livello medio è alto».
Parliamo del contratto con la Etixx. «Quando ho sentito che erano interessati a me ho fatto i salti di gioia. Joxean Matxin, loro talent scout, a fine aprile allo ZLM, prova di Coppa delle Nazioni, mi ha detto che mi aveva segnalato perché aveva riconosciuto in me un atleta costante e mi proponeva di fare un test di valutazione. Con il procuratore Carera l’abbiamo fissato per il 29 maggio, a due giorni dalla Roubaix under 23 (chiusa al sesto posto, ndr), sono stato in Belgio all’Accademia Bakala, ho visto che erano contenti dei miei numeri, dopodiché per un periodo mi hanno osservato. Una volta sistemata la rosa dei big, a fine Tour mi hanno detto che c’erano ottime possibilità che l’operazione andasse in porto. A inizio agosto finalmente ho firmato. Sono felicissimo. Per le mie caratteristiche e i corridori che ha, la Etixx è la squadra dei sogni, l’ambiente mi sembra sereno e tranquillo, da campioni come Martin e Boonen imparerò tanto, adoro le corse del nord e farò esperienza nel team numero uno per le classiche».
Come sarà correre in una squadra avversaria a quella di papà? «Non è un problema, so che è contento quanto me di questa opportunità che mi è stata offerta. Fin da quando ero juniores non volevo passare con lui. Già in quella categoria se vai forte sembra che tu possa passare il giorno dopo, invece la strada è lunghissima. Sono molto orgoglioso, devo fare il mio percorso autonomamente, mi sono sempre detto: passo solo se me lo merito. Non sono uno di quelli che vuole correre in bici a tutti i costi, il mio sogno è sempre stato fare del ciclismo la mia professione ma non avrei mai ripiegato sull’Astana (Vinokourov aveva dato l’ok, ndr) solo per il fatto di essere il figlio del team manager».
Vogliamo conoscerti meglio. Come ti descriveresti? «Sono un ragazzo normale. Non mi piace fare la bella vita, preferisco pedalare 5 ore in bici piuttosto che andare a ballare. Sono meticoloso, preciso, stakanovista. Mi concedo piccoli sfizi ma durante la stagione sono concentrato dall’inizio alla fine, infatti sono sempre abbastanza costante, mi piace allenarmi, lo faccio al cento per cento così come quando c’è da staccare lo faccio sul serio. Non lascio mai le cose a metà. Il ciclismo lascia poco spazio libero, che trascorro con la mia fidanzata Priscilla e con gli amici di sempre. Ne ho due fidati, che mi sostengono sempre nei momenti importanti. Sono Matteo Bettinsoli, che ha corso con me alla Feralpi e Damiano Cima, mio attuale compagno alla Colpack. Andiamo al cinema, a giocare a bowling e d’inverno in discoteca, anche se a dirla tutta non mi fa impazzire».
Il tuo piatto preferito? «Il vitello tonnato, quello di mamma Anna però».
E da bere? «Coca cola zero».
Film? «Tre uomini e una gamba e Il ciclone, li conosco a memoria da quante volte li ho visti. In generale mi piacciono le commedie o anche i thriller, non troppo complicati però, altrimenti mi perdo».
Libri? «Non leggo tantissimo, ma mi piace tenermi informato sull’alimentazione».
Hobby? «D’inverno mi piace andare a caccia con papà e amici».
Studi? «Mi sono diplomato al Liceo della comunicazione a indirizzo sportivo a Brescia».
La tua prima gara? «Correvo per la Ronco, ero piccolino rispetto alla media, soffrivo un po’. I miei mi ricordano spesso che salutavo tutti, tre pedalate e salutavo qualcuno che conoscevo dietro alle transenne. Mamma diceva che papà era disperato (scherza, ndr)».
La tua prima bici? «Era rosa come la divisa della squadra. La prima vittoria? Da G2, ero un piazzato. Arrivavo quasi sempre tra i primi 5 ma ho vinto solo due corse da giovanissimo».
Altri sport praticati? «Da G5 ho deciso di smettere per giocare a calcio, ero ala destra, correvo sulla fascia, i piedi non erano il massimo ma ero un lottatore. Dopo due anni, ho ripreso con il ciclismo da Esordiente 1° anno perché il pallone mi aveva stufato. All’epoca era ancora un gioco, la molla di fare sul serio con la bici mi è scattata da allievo secondo anno. Man mano sono arrivate anche le vittorie, la prima contro il tempo a Montichiari. Quando inizi ad assaporare la vittoria vuoi vincere sempre perché è proprio bello».
Campione di riferimento? «Cancellara, sia come atleta che come persona, credo sia speciale. Mi piacciono molto Gilbert e Sagan perché sono sempre presenti e Boonen, pensare che l’anno prossimo correrò con lui mi sembra incredibile. Lo stesso vale per Tony Martin che a quanto so è un ragazzo molto tranquillo ma in bici è una bestia».
Da piccolo cosa sognavi di fare? «Il ciclista perché mi divertivo a giocare e stare con i miei amici, non ho mai pensato ad un altro lavoro».
E ora? «Prima di tutto devo rendermi conto di avercela fatta effettivamente. Ci sono stato a lungo talmente vicino... Al primo anno da Under sono stato stagista con la Sky, poi ho avuto altre proposte ma nessuna ha trovato concretezza. Nonostante le tante delusioni, non volevo ripiegare su papà, forse sono troppo orgoglioso ma non avrei sopportato di essere visto come un raccomandato. Il mio sogno? Partecipare al Giro d’Italia, ne avessi la possibilità al primo anno lo farei subito. La corsa rosa è speciale e conosciuta anche dalla gente che non segue il ciclismo, scatena una passione senza uguali».
A chi devi dire grazie per dove sei arrivato? «Alla mia famiglia. Se non fosse per mio padre non avrei iniziato ad andare in bici, senza mamma non avrei continuato. Lei, tra l’altro, è la mia cuoca. Ogni mattina mi chiede: oggi quanto fai? a che ora torni? E puntuale al mio ritorno sento il profumo del riso ad aspettarmi. Anche mia sorella Francesca, pur senza parlare troppo mi dimostra di tenere un sacco a quello che faccio. I miei cari mi hanno sempre sostenuto, anche nei momenti brutti hanno dimostrato di credere in me. Sento di dover fare bene anche per loro, voglio togliermi delle belle soddisfazioni per rendere felici tutti coloro che non mi hanno mai fatto mancare il loro apporto. Dal mio tifoso numero 1 Pierino, che dopo aver seguito papà ora si appassiona a guardare le mie gare, al mio ds di quando ero junior Tiziano, passando per mio cugino Claudio che mi allena dietro moto. Poi aggiungo le mie squadre, fino al Team Colpack e patron Colleoni che hanno creduto davvero in me».
Perché hai scelto il ciclismo e non un altro sport? «Perché sulla bici ci sei tu e tutto dipende da te. Mi piace sentire il fisico che cambia quando ti alleni per bene, quando migliori perché lo porti oltre al limite ripetutamente, intervallando gli sforzi al riposo». Giulia De Maio, da tuttoBICI di settembre
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