| 31/08/2006 | 00:00 Il dibattito è aperto, come ogni volta che ci si trova a discutere di questioni di doping: liberalizzare oppure no?.
L’idea era già stata avanzata ad inizio anno da David Owen, editorialista del “Financial Time”, in un lungo articolo intitolato «Corridori drogati». «Oggi il miglior atleta è quello con il miglior chimico e il miglior avvocato…», ha scritto. E ancora: «La farmacologia si è sviluppata al punto che possiamo creare medicinali sicuri, somministrarli in dosi sicure e monitorarne gli effetti in modi che non potevamo nemmeno immaginare in passato».
A giustificare l’antiproibizionismo, la constatazione che l’attuale sistema dei controlli di fatto “pesca” solo i distratti e gli sfortunati. Per questo Owen si chiede nella sua prolusione se non sia arrivato il momento di consentire l’uso controlato di medicinali per migliorare le performance. E visto che David Owen non difetta di spirito provocatorio, aggiunge: «Io preferirei che mio figlio prendesse l’ormone della crescita piuttosto che giocare a rugby: il Gh è meno pericoloso. Quanto meno, non ho mai sentito che abbia provocato una quadriplegia…».
Ieri è entrato in argomento anche Francesco Moser, campione di chiara fama che, intervistato a Bolzano su questioni di doping, si è posto nuovamente il pesante interrogativo: «Doping libero nello sport professionistico? Forse sarebbe meglio». E il trentino, vincitore di un Giro, di due mondiali (pista e strada), di tre Roubaix, primatista dell’ora e oggi presidente del sindacato mondiale dei corridori professionisti (nella questione “Operacion Puerto”, però, si è distinto per il suo silenzio, ndr), ha aggiunto: «Se riuscissimo a trovare un modo per mettere tutti gli sportivi sullo stesso piano – ha detto – non sarebbe una cosa malvagia. I regolamenti doping dovrebbero essere uguali per tutti gli sportivi in ogni angolo del mondo. Ma se non si riuscisse a garantire un principio di eguaglianza, allora la soluzione potrebbe essere quella: liberalizziamo il doping. Solo per i professionisti, s’intende…».
Da campione a campione la risposta, dura, arriva da Giuseppe Saronni (vincitore di due Giri, di un Mondiale, di una Milano-Sanremo, una Freccia Vallone e la bellezza di 194 corse): «Intanto vorrei sapere a che titolo parla Moser – dice Saronni, oggi team manager della Lampre Fondital -. Se come presidente mondiale dei corridori allora non commento neanche. Sono soo preoccupato… Se è un’opinione personale, come tutte è rispettabile e motivo di discussione. Dico soltanto che tutto quello che stiamo facendo come lotta al doping non può essere gettato via per una battuta ad effetto».
Non è per l’indulto ma per l’indulgenza, il pm Giovanni Spinosa. Per lui i corridori, i calciatori, i tennisti, i maratoneti non sono più sportivi ma gente di spettacolo e come tali vanno considerati.
«Basta con l’ipocrisia. Il vero scandalo è chi fa finta di scandalizzarsi».
Questo è il pensiero dell’ex Pm di Bologna Giovanni Spinosa, oggi giudice del Tribunale di Paola, in Calabria, che qualche anno fa fece parlare di sé per una inchiesta sul doping che culminò nell’ottobre 2004, con la condanna in primi grado per frode sportiva ed esercizio abusivo della professione di farmacista del dottor Michele Ferrari, amico preparatore di Michele Ferrari.
«La mia è e vuole essere una provocazione ma neanche tanto – ci dice -. L’antidoping fra i professionisti è ormai una battaglia persa, tante e tali sono le tecniche di sofisticazione per mascherare le sostanze dopanti. Ma è il momento di fare queste riflessioni a voce alta. E’ arrivato il momento di prendere in considerazione la distinzione fra professionismo e il resto dello sport. Ai ragazzi dobbiamo far capire che fanno una cosa qualitativamente diversa da chi è professionista».
Di tutt’altro parere, Mauro Salizzoni, primario del Centro trapianti di fegato dell’ospedale Molinette di Torino, ed ex presidente della Commissione antidoping della Federciclismo.
«Liberalizzare il doping? Ma non scherziamo, sarebbe una sciagura, per tutti – ci spiega -. Io sono per la linea dura, guai ad abbassare la guardia. In materia di antidoping, credetemi, si sta facendo ancora troppo poco – dice Salizzoni, che con il governo Prodi è stato nominato nella commissione vigilanza doping del Ministero della Salute, ed passato agli onori delle cronache nel giugno 2003, quando per la prima volta in Italia, ha eseguito un trapianto ad una paziente in età pediatrica con prelievo da donatore vivente (il papà) -. Il punto di partenza? Il limite del 50% di ematocrito è demenziale: è una istigazione al suicidio. Ma lo sa che da me arrivano ragazzi che presentano dati ematici a 39/40 e credono di essere malati? C’è solo una strada: ricerca, tanta ricerca, e soprattutto tanti tantissimi controlli a sorpresa. Lo sport deve essere pulito, e chi sgarra con lo sport non deve avere più a che fare. Il doping uccide».
Non è dello stesso avviso David Owen, che dall’alto delle sue ricerche e dei suoi studi, aggiunge sul Financial Time: «Uno sport senza medicine è più dannoso del doping. Lo sport fa male».
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