PROFESSIONISTI | 19/02/2015 | 06:52 Manuel Senni è l’unico Under 23 passato professionista quest’anno nel World Tour, la massima categoria del ciclismo. Nato a Cesena l’11 febbraio del 1992, è tra i talenti più interessanti del movimento italiano. Tra i dilettanti ha corso con la maglia della Colpack e nel 2014 si è distinto in maniera particolare al Giro della Valle d’Aosta, vincendo due tappe e chiudendo al terzo posto nella generale. È uno scalatore e arriva da Cesenatico, il suo idolo (serve dirlo?) è Marco Pantani. Quest’anno difenderà i colori della BMC Racing Team e, nonostante non abbia nè pressioni nè obiettivi particolari, vale la pena di memorizzare la sua sagoma perché quando la strada salirà siamo sicuri ben presto farà capolino nel gruppetto dei migliori.
Iniziamo dalle presentazioni. «Arrivo da Sala, una frazione di Cesenatico, nella parte verso i colli, quella più lontana dal mare. Sono un romagnolo atipico perché non mi piace fare baldoria, ma adoro la piadina. Sono un ragazzo come tanti, a cui piace giocare alla playstation e stare al computer, oltre che uscire con gli amici, e ho una grande passione per le due ruote. Il ciclismo è un affare di famiglia: papà Loris, poco prima che Pantani vincesse il Giro d’Italia dilettanti, l’anno in cui sono venuto al mondo, era stato compagno di squadra di Marco, un anno alla Rinascita Ravenna; mamma Fabiola ha pedalato un po’ e proprio alle corse ha conosciuto quello che poi sarebbe diventato suo marito e mio padre; mio fratello Michele, corre tra i dilettanti. L’ultima arrivata in casa, Elena, ha solo tre anni e mezzo ma vista la passione che si respira in casa probabilmente anche lei da grande si divertirà con la bici...».
Un tuo pregio e un tuo difetto? «Sono determinato, il che può essere un pregio perché ce la metto sempre tutta per raggiungere i traguardi che mi prefiggo, così come può essere un difetto perché spesso mi impunto fin troppo sulle cose. Se ho un obiettivo voglio raggiungerlo a tutti i costi e se non ci riesco mi abbatto. Cerco in tutti i modi di eliminare gli ostacoli che mi trovo di fronte, senza aggirarli, e se non ci riesco ci rimango male».
Da bambino cosa volevi diventare? «Ciclista, fin da piccolo. Sono cresciuto negli anni in cui Pantani era all’apice della sua carriera, per me è sempre stato il corridore da imitare. Come lui adoro la salita: più è lunga e meglio è. Sono uno che in gara non si arrende mai di fronte a cadute, incidenti meccanici, forature e devo dire che finora a me è successo di tutto, soprattutto nelle corse più importanti. Addirittura, all’ultimo Valle d’Aosta, quando ero in fuga con un minuto e mezzo, mi hanno fatto sbagliare strada. Purtroppo succede, ma non mi sono mai perso d’animo e la convinzione e la mia determinazione mi hanno fatto arrivare fin qui».
Come hai scoperto la bici? «Da bambino ho provato tutti gli sport che praticavano anche i miei amici: calcio, nuoto e basket ma nessuno sport mi intrigava come il ciclismo. Un giorno mi trovavo a Cesena dai miei nonni e lì vicino c’era una gara di giovanissimi. Io e mio fratello ci siamo innamorati subito di questo sport e ho pregato i miei di farci provare. Ho iniziato da G2, avrei voluto farlo anche prima, ma i miei genitori hanno voluto che iniziassi insieme a mio fratello, così ho dovuto aspettare un anno perché lui, minore di un anno di me, potesse debuttare nella categoria G1. D’inverno andavo a calcio e d’estate in bici, perché per un bambino è giusto così, avevo solo 7 anni. A 13 anni ho deciso di dedicarmi solo alla bici. Ricordo la mia prima gara sul lungomare di Cesenatico: eravamo tanti piccoli corridori e io arrivai terzo. La seconda a Ravenna arrivai secondo e a Villamarina, proprio dietro casa mia, arrivò la prima vittoria. Un ricordo indimenticabile: arrivai da solo staccando tutti nella piccola salitella che precedeva l’arrivo, proprio come piace a me. Erano presenti tutti i miei amici e parenti. La mia prima bici me la diede la squadra Sidermec Riviera, era rossa bianca e verde, ho ancora la foto nel telefonino».
Se non avessi fatto il ciclista...? «Avrei proseguito gli studi visto che non me la cavavo male. Mi sono diplomato in ragioneria all’ITC Cesenatico con il massimo dei voti. Se non avessi avuto l’opportunità di dedicarmi al cento per cento al ciclismo mi sarei iscritto all’università a Economia o Giurisprudenza. Mi è sempre piaciuta la matematica».
Che corridore sei? «Tutti dicono che somiglio a Andy Schleck, come fisico (181 cm per 60 kg i suoi numeri, ndr) e caratteristiche. Vado bene in salita ma per potermi paragonare a lui devo migliorare a cronometro, disciplina in cui non ho idea di come vado perché fino allo scorso inverno non ci ho mai lavorato. Devo migliorare il mio passo in pianura, per tenere i ritmi del gruppo. Se arrivi sotto la salita senza energie non puoi neanche dire di essere uno scalatore, devo lavorare per arrivare fresco al momento in cui inizia la vera bagarre».
Con chi ti alleni di solito? «Quasi sempre da solo perché devo svolgere lavori specifici e seguire le mie tabelle. Quando gli allenamenti sono più soft e permettono la compagnia esco con mio fratello e con mio zio Gaudenzio Ceccaroni, per gli amici “Bistecca” per il suo amore per la carne, che è stato due volte campione del mondo tra gli amatori e in effetti va forte».
Chi devi ringraziare per dove sei arrivato? «Ci ho messo del mio ma devo riconoscere che Andrea Agostini, ex compagno di squadra di Pantani ed ex addetto stampa della BMC: mi ha dato una bella mano per passare. Sono consapevole che un’occasione come quella che ho io capita a pochi, ma ho sempre pensato che il sacrificio, l’impegno e il lavoro prima o poi pagano. Qualche volta, quando ci si metteva di mezzo anche la sfortuna, ho temuto che tutto andasse al vento, ma da lontano qualcuno aveva già messo gli occhi su di me e alla fine è andata bene. Devo ringraziare tutte le squadre in cui ho militato, dalla prima all’ultima, perché mi hanno fatto crescere divertendomi e senza spremermi. Conta moltissimo come le società giovanili trattano e salvaguardano i loro atleti».
Cosa hai imparato tra i dilettanti? «La Colpack è una grande squadra, tanti corridori cresciuti tra le sue fila sono passati professionisti, e per me è una seconda famiglia. Ancora oggi sento spesso al telefono sia i dirigenti che i compagni per salutarli o per rompere loro le scatole. Nei quattro anni trascorsi in Colpack ho imparato lo spirito di sacrificio e il lavoro di squadra, ho appreso la tattica di gara e sono maturato grazie a un calendario di gare mirato alla mia crescita. L’insegna-mento più grande che mi porto dietro è che non bisogna mai arrendersi di fronte alle difficoltà, ma rialzarsi sempre e andare avanti, avere degli obbiettivi e prepararsi al meglio per centrarli».
Cosa ti aspetti dal professionismo? «L’unica esperienza che ho avuto nella massima categoria è stata al Gran Premio Costa degli Etruschi a Donoratico di un anno fa con la nazionale ma so che quanto mi aspetta con la maglia di club è diverso. Per me è tutto un mondo nuovo da scoprire, mi trovo in una grande squadra con tanti campioni che di sicuro mi daranno una mano per inserirmi e ambientarmi, starà a me seguire i loro consigli e imparare guardandoli. Ho un programma di massima per i primi mesi, che prevede Giro del Mediterraneo, Haut Var, Ardeche, la Drome, Attraverso le Fiandre Occidentali e il Giro di Catalogna. Essendo il mio primo anno tra i pro non ho grandi obiettivi ma vorrei riuscire in più di una gara World Tour a tenere il primo gruppo in salita».
Ti spaventa il salto di categoria? «No, sinceramente sono tranquillo e non vedo l’ora di correre. Ho visto negli anni scorsi ragazzi che correvano con noi nei dilettanti che se la sono cavata bene e spero che succeda anche a me. L’unica cosa che mi preoccupa è abituarmi ai ritmi di corsa dei professionisti, molto veloci, che ancora noi giovani non siamo abituati ad avere. La prima cosa che mi hanno detto preparatori e allenatori però è di stare sereno e lavorare senza pressioni, un corridore con le mie caratteristiche ci mette del tempo a maturare, quindi non devo avere fretta. Abbiamo stilato un programma mirato per la mia crescita perciò non ho l’assillo di dover dimostrare subito quanto valgo con i risultati».
Che impressione hai avuto dei tuoi compagni? «Quando sono arrivato a dicembre in albergo al primo ritiro a Denia, in Spagna, mi sono spaventato vedendo quanta gente si trovava lì. C’era tutto lo staff della squadra, avevo un po’ di timore perché conoscere tutti non è semplice, per di più parlando rigorosamente in inglese. Ci ho messo un pochino ad abbinare le facce ai nomi, non conoscevo gran parte del personale così come molti compagni (divide la camera con il francese Moinard, ndr) ma giorno dopo giorno ho memorizzato nomi e ruoli di meccanici, massaggiatori, preparatori... Dei big in squadra mi ha colpito che i campioni più blasonati non sono corridori che “se la tirano”, sono tutti tranquilli e umili. Pensate che sia Philippe Gilbert che Teejay Van Garderen, vedendomi parlare con gli altri italiani del team, sono venuti loro a salutarmi, sforzandosi di parlare la mia lingua. Sono stati molto gentili e alla mano».
Il tuo sogno nel cassetto? «Fin da piccolino ho sempre sognato di vincere un giorno il Giro d’Italia o almeno una tappa importante, vi ho già detto che le imprese di Pantani mi hanno ispirato da sempre. La vittoria più bella è quella che arriva alla fine di una salita lunga, quando stacchi tutti e hai il tempo di alzare le braccia al cielo. Ma per il primo anno da professionista, mi accontenterei di crescere e cominciare a restare in scia, o magari al fianco, dei campioni già affermati. Al resto ci penseremo...».
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