Pound (Wada) attacca ancora l'UCI sulla lotta al doping

| 16/07/2006 | 00:00
''Questa vicenda e' un disastro per lo sport. Il ciclismo ha avuto problemi di doping in passato, ma questa nuova situazione danneggia ulteriormente l'immagine di questo sport''. Dalle pagine del Welt am Sonntag, il presidente dell'Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) Richard Pound sferra il suo attacco al mondo del ciclismo recentemente sconvolto dall'ennesimo caso di doping venuto alla luce grazie all'inchiesta spagnola denominata 'Operacion Puerto'. Le indagini della Guardia Civil spagnola hanno portato alla scoperta di una centrale di doping ematico e all'arresto di alcune persone, tra cui il dottore Eufemiano Fuentes e l'ex direttore sportivo della Liberty Seguros, Manolo Saiz. Nel dossier di 500 pagine stilato dalla Guardia Civil si parla del coinvolgimento di 58 ciclisti. A farne le spese, fra gli altri, il vincitore del Giro d'Italia Ivan Basso della Csc e l'uomo di punta della T-Mobile Jan Ullrich, entrambi costretti a rinunciare al Tour de France. Nell'articolo pubblicato oggi dal domenicale tedesco, il n.1 della Wada critica a chiare lettere l'Unione Ciclistica Internazionale (UCI), colpevole, secondo lui, di non fare abbastanza per combattere questa piaga. ''Gli sforzi dell'Uci per combattere questo fenomeno non hanno contribuito a migliorare la situazione'', dice Pound. E i controlli, molto spesso, non sono efficaci: ''I controlli personali arrivano alle 5 o alle 6 della mattina. I corridori non sono costantemente monitorati fino a quando la gara inizia alle 10 o alle 11. Questo sistema lascia tempo sufficiente per le manipolazioni o per l'assunzione di sostanze proibite che non possono poi essere rilevate alla fine della gara. I controlli antidoping sono molto piu' efficaci se vengono effettuati poco prima l'inizio di una gara''. Pound, inoltre, giudica in maniera molto positiva l'intervento dei governi nazionali per combattere questo fenomeno, cosi' come dimostrato anche dal ruolo fondamentale svolto dalle autorita' spagnole nel recente scandalo. Guardando al futuro, infine, secondo il presidente della Wada e' necessario che chi fa parte di questo sport dia un segnale forte di rottura con queste pratiche. ''I ciclisti devono trovare un modo per dimostrare al pubblico che praticano uno sport vero ed estraneo al doping. Non si puo' chiamare sport il ciclismo se chi lo pratica fa cio' che vuole con il proprio corpo, se chi truffa e non rispetta le regole avra' successo''.
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