CIAO MARCO. Davide Boifava: «Nessuno come lui»

APPROFONDIMENTI | 14/02/2014 | 08:01
Il tono della voce è piena ma pacata. Il momento è quello che è, ma Davide Boifava (nella foto di Silvano Rodella è ritratto con un giovanissimo Marco, che ha appena siglato l'accordo da professionista con la Carrera Tassoni, ndr) tiene duro e vuole vedere assolutamente il bicchiere mezzo pieno. «Si lamentano tutti, è bene cominciare a trasmettere almeno una flebile fiammella di speranza in giro, altrimenti è finita».

Parliamo amichevolmente, come ci è solito fare quando ci si vede o ci si sente anche solo per telefono. Mi prende anche in giro… «Ti ho visto a Montichiari e mi sei camminato letteralmente sui piedi senza nemmeno degnarmi di uno sguardo: sei proprio un bel amico…». Penso: mi sta prendendo per i fondelli. Lui, garbatamente, però insiste. «Eri con una bella donna, una signora bionda… ti posso capire…». Mi arrendo: la signora bionda era mia moglie e scusa se non ti ho salutato, soffro di diottrie e probabilmente ero più stralunato del solito.

Poi passo al motivo della chiamata: Marco Pantani. Il tono della sua voce si abbassa di colpo. Parole quasi sussurrate. Lente e precise, con quell’inconfondibile cadenza bresciana… «Marco era Marco. Le parole non sono sufficienti per descrivere chi era davvero e forse non sono nemmeno in grado di farlo. Dico solo che con lui ho vissuto emozioni uniche. Questi giorni sono difficili per i suoi genitori, ma anche per chi gli ha voluto sinceramente bene. Ci sarebbero tante cose da dire, ma il confine del privato è privato. Chi sono io per giudicare e dire? Vorrei solo ricordare le cose belle e basta…».

Davide, raccontami quello che ti resta di bello di Marco…
«Mi resta la sua simpatia contagiosa. La sua esuberante timidezza. Il mio Pantani è quello che è venuto qui, nel mio ufficio di Calcinato (Brescia) un anno prima di passare professionista. Era l’estate del ’91, aveva appena ottenuto il secondo posto al Giro Baby e voleva assolutamente passare di categoria con noi della Carrera. Marco era accompagnato da papà Paolo e da Pino Roncucci, il suo direttore sportivo della Giacobazzi. Io gli dissi subito che non potevo farlo passare, perché c’era il blocco olimpico (Barcellona ’92, ndr). Marco ci rimase molto male. Mi chiese se non c’era nessun modo per aggirare l’ostacolo, ma le regole sono regole. Marco se ne fece una ragione. Però se ne andò via più sollevato, perché gli assicurai che l’avrei preso al termine della stagione successiva e per avvalorare la nostra intesa, con Pino Roncucci siglammo anche un’intesa di fornitura di biciclette. La Giacobazzi, nella stagione 1992 corse con bici Carrera».

Che impressione ti fece?
«Mi colpì la sua schiettezza. Il suo modo di essere diretto ed efficace. Timido, ma anche molto convinto dei propri mezzi. Per chi non lo conosceva poteva apparire anche uno spaccone, ma io compresi che avevo davanti un ragazzo molto determinato e consapevole della propria forza. Orgogliosissimo».

Poi l’affare, che l’anno seguenti facesti tu…
«Esattamente. Ormai questo episodio fa parte della storia di Marco Pantani. Tornò al termine del Giro Baby, questa volta vinto alla grande sulle Dolomiti. Buttammo giù una bozza di contratto, io ne avevo una standard per i neoprofessionisti, ma lui volle assolutamente arricchirla di tutta una serie di condizioni: in caso di vittoria al Giro, al Tour, alla Vuelta, al campionato Italiano, al mondiale… Tutta una serie di dettagli sulla tabella premi… Io gli dissi: “Marco, non correre, non c’è bisogno di mettere giù tutto adesso, poco per volta. Guarda che il professionismo non è facile”. E Lui: “Lo so che non è facile, ma non lo sarà nemmeno per i miei avversari”. Rimasi senza parole. Stilammo tutto, come da sua richiesta. Poi al momento di congedarsi mi rivolsi a lui dicendogli: “Oggi Marco hai fatto un bell’affare…”. E lui diretto e con quel sorrisino tra il divertito e lo sferzante mi ha risposto: “No Davide, oggi il vero affare l’hai fatto tu”.

L’esordio?
«Il 5 agosto, a Camaiore. Finì bene, con i primi, e alla sera mi disse: “Pensavo molto peggio…”».

Tu hai avuto tantissimi grandi corridori, da Giovanni Battaglin a Roberto Visentini, da Guido Bontempi a Bruno Leali, da Massimo Ghirotto a Giancarlo Perini, da Claudio Chiappucci a Davide Cassani e poi Roche, Bartoli, Bettini, Basso e via elencando. Marco dove lo collochi?
«In cima alla lista e non lo dico perché oggi Marco non c’è più ma perché alla sua età non incontrai nessuno come lui. Anche Gotti, Simoni o Savoldelli hanno vinto Giri d’Italia, ma perché la gente si è innamorata di lui? perché Marco era un’altra cosa. Mi ricordo in quelle settimane del ’94 quando esplose il fenomeno Pantani che nell’ambiente cominciarono subito a girare le solite frasi: “ma non c’è solo lui”. “Perché i giornali parlano solo di lui?...”. Io mi sono dato una risposta: la gente sceglie. I giornali hanno sempre parlato di tutti, ma gli sportivi di mezzo mondo hanno scelto Marco, perché come un grande attore sapeva calcare le scene come nessuno».

Tu oggi costruisci nelle tue officine biciclette che portano il suo nome…
«Me lo chiesero mamma Tonina e papà Paolo. In Italia il mercato è quello che è, ma all’estero vanno piuttosto bene. In Asia molto benissimo».

Chiudi ancora per un attimo gli occhi e pensa: cosa ti affiora dalla mente?
«Marco vince la tappa di Merano: il Giro si accorge di quel ragazzo con pochi capelli in testa e le orecchie a sventola. La mattina seguente, prima della tappa dell’Aprica vado nella sala ristorante e trovo Marco che sta conversando con Imerio e Tito Tacchella della Carrera Jeans e Gianni Bettinzoli della Tassoni. Appena mi vede, Marco dice: “Direttore,  oggi faccio il bis”. Gli dico: “Dai Marco, guarda che non è così semplice”. E lui: “Non è semplice ma io ci riprovo e vedrai che faccio di nuovo il colpo”. Non era uno spaccone: era semplicemente un fuoriclasse. Nessuno sapeva andare in salita come lui. Nessuno aveva il suo istinto. Marco aveva le idee chiare. Anche da dilettante si è sempre gestito con grande intelligenza e prudenza: una sola grande corsa a tappe all’anno. Lui puntava al Giro, quindi non ha mai corso il Val d’Aosta. Ha sempre ritenuto che il corridore lo si deve fare fino in fondo solo quando il gioco ne vale la candela e per lui il gioco incominciava solo da professionista».

E la rivalità con Chiappucci?
«È stata più montata a regola d’arte dai giornali. Per far capire a Marco che era un gioco delle parti, gli avevo messo in camera il Chiappa. Così potevano conoscersi, parlarsi. Capire che spesso quello che poi veniva scritto al mattino era anche un tantino esasperato. Claudio ha immediatamente capito che Marco aveva un’altra marcia».

Ti sei fatto un’idea di quello che può essere successo quella mattina di Madonna di Campiglio?
«Io ero a quel Giro, ero il team manager della Asics. Ricordo anche che dopo i fattacci mi chiamò anche, cercai di rincuorarlo. Di fargli capire che una botta in testa può capitare a tutti, ma avrebbe potuto rifarsi al Tour. Ecco, non ho compreso  perché non sia andato in Francia e chi non gli abbia consigliato di farlo. Probabilmente, lui orgoglioso com’era, non ha voluto saperne di niente e di nessuno. Il suo carattere era la sua forza, ma è stato anche il suo grande limite».

Andrai alle celebrazioni a Cesenatico?
«No, preferisco di no. Lo ricordo sempre, ogni giorno. Nel mio ufficio non ho altro che sue foto. Penso a Marco e mi viene un’infinita tristezza. Mi sono scusato anche con mamma Tonina e papà Paolo, ma non ce la faccio proprio ad andare. Quando uno ha il magone è meglio che se ne stia a casa».

di Pier Augusto Stagi

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