TUTTOBICI | 30/01/2013 | 08:58 Ma la faccenda di Armstrong è stata davvero metabolizzata? Pare proprio di sì. Ed è cosa stupefacente. Facciamo personalmente, e al tempo stesso invitiamo i ciclofili amici a farla, una prova. Se un anno fa ci avessero detto che nel corso del 2012 sette successi consecutivi e abbastanza recenti nel Tour de France sarebbero stati tolti al texano, e questo senza un suo suicidio immediato o una sua pronta irruzione, imbottito di esplosivi, dentro la sede de L’Équipe se non dell’Onu, che dopo una settimana di titoloni neanche troppo “oni” il clamore per il massimo caso di doping di tutti i tempi e di tutto lo sport sarebbe finito, che avremmo pianto la morte di Fiorenzo Magni e avremmo festeggiato i settant’anni di Felice Gimondi rispettivamente con commozione ed emozione del tipo normale, giusto, dignitoso, senza nostalgie eccessive tipiche e critiche di chi non ha altro da mettere sotto i denti, che il ciclismo italiano avrebbe “insistito” nel non vincere una classica e stavolta senza la sponda di una grossa corsa a tappe comunque conquistata, che ci sarebbe stato lo scandalo di Vinokourov ex dopato, campione olimpico e poi compratore scoperto di una Liegi-Bastogne-Liegi, se questo insomma elenco farcito di altre belle cosacce ci fosse stato ammollato, avremmo ad un certo punto detto “basta!”, o avremmo intimato di non darci giù troppo con la fantascienza. Un “basta!” come quello che al circo viene quasi scagliato addosso, da parte degli spettatori, al trapezista che insiste nelle evoluzioni sempre più pericolose, o forse un monito a non esagerare approfittando della nostra credulità e gonfiandoci di fantascienza (e una fantascienza poi di caratura assoluta, non di quelle che poi si rivelano, nel loro essere e divenire, inferiori alla realtà).
Invece si sono verificate tutte queste cose ed eccoci qui a scandirci dentro un “e chi se ne frega?”, sicuri dell’immortalità del nostro sport beneamatissimo, anzi più sicuri che mai, visto quello che ha passato senza, appunto, morire. Personalissimamente ci siamo persino scoperti intenti a dialogare con Sandro Donati, funzionario del Coni ora in pensione, a proposito del suo ultimo libro, Lo sport del doping, che un anno fa avremmo magari ritenuto opera di un diavolo anticiclismo e che invece, appassionato e documentato come è, ci ha autenticamente costretti a cambiare alcune idee, persino del tipo di quelle ritenute essenziali, dogmatiche (anche se resta in noi ferma, fermissima quella per cui se uno sport di vetrina, di élite non ha casi di doping accertato ciò avviene perché, semplicemente, questo stesso sport non ha un decente controllo antidoping, che almeno minimamente funzioni). Cosa dedurre da tutto ciò? Che noi siamo ciechi e sordi e fessi e complici, e che immortali sono in noi queste difettosità, oppure che il ciclismo ha una forza sua, interiore, poetica che lo fa immortale e non solo, lo fa anche superiore ai suoi stessi difetti e difettacci? Il ciclismo tutto che il mondo anglosassone salva comunque a livello di affettuosa e utile pratica di massa adesso anche con fortissimi risvolti ecologici, che il mondo latino salva comunque a livello di sentimenti diciamo umanitari dove si fa il rispettoso e in alcuni casi partecipe conto della fatica, della modestia, che altri mondi hanno scoperto o stanno scoprendo in chiave e di pratica sopravvivenza e di amicizia repente. Non importa disquisire su quale ciclismo, visto che si tratta di tutto il ciclismo. Perché ci pare giusto dire che, proprio valutando un 2012 apocalittico quanto a esiti sportivi e intanto considerando che mai si è pedalato nel mondo così tanto, con una così vasta geografia anche di iniziative agonistiche, appare sì un contrasto forte fra il male e il bene, ma si profila anche, del bene, una forza assoluta.
Controprova: pensate a quale altro sport resisterebbe così, non disfacendosi sotto i colpi dei suoi stessi difetti. Pensate, cercate intensamente perché forse questo altro sport non c’è. Sport, non gioco: il gioco del calcio non morirà mai perché è un mostro che si autocannibalizza.
E scendiamo pure all’Italia. Sono quasi del tutto scomparsi nel nostro ciclismo i grandi sponsor, i grandi nomi del consumismo appoggiati anche ad una coscia di corridore e non soltanto ad una natica di show-girl che se è mignotta è anche meglio, scusateci l’anacoluto. Eppure il Giro d’Italia va sempre bene, e vedrete che sopravviverà anche alle presentazioni in inglese, dopo essersi nutrito per tanti anni col francese. Se arriva un altro Pantani mostro da salita evviva, e non ci faremo neppure troppe domande. Sennò avanti così, con i pantanini e i pantanucci e i ricordi evergreen di Bartali e di Coppi, di Magni e di Gimondi. A proposito, chi scrive queste righe andrà, invitato, in Messico a fine febbraio, in una cittadina vicina al Belize, per raccontare Bartali in un festival di cultura mista messicana e italiana. Per la sezione sport, Bartali partigiano spiegato ai latinoamericani… Immodestissimamente, per il tempo almeno dello show scorderemo le invidie per la Francia che fa cultura con il suo Tour e se ne frega se da oltre un quarto di secolo non c’è più traccia di forte pedalatore francese nelle vicende alte della corsa. E faremo pure cantare Bartali di Paolo Conte.
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