DA TUTTOBICI. Che ne faccio di quel ciclismo?

| 02/10/2012 | 09:43
Adesso che è sparito il nostro ciclismo, nostro di noi vecchi, quello contadino, quello francofono, quello senza caschi, quello delle maglie che avevano i colori della natura e non di qualche sperimentazione chimica, quello dei pantaloncini sempre neri, quello delle borracce di alluminio, guai buttarle via, quello de­gli alberghi dimessi e tarlati per gior­nalisti come per i corridori, quello delle tappe che ripartivano lì dove erano arrivate e la sera si poteva anche incontrare qualche concorrente insonne e parlare con lui di donne lontane, quello dove chi vinceva la tappa magari non si faceva vistosamente il segno della croce però alla caviglia portava la cordicella santa che ad ogni inizio di stagione il frate amico gli dava dopo averla benedetta (gliene dava magari due metri, la polvere e l’acqua sbrindellavano la canapa), quello della gente che aspettando il Giro non sapeva nulla di chi sa­rebbe passato per primo e si preparava a una teorica ma impossibile identificazione leggendo e rileggendo l’elenco dei corridori, puntualmente pubblicato ogni giorno dai tre e ad un certo punto anche quattro quotidiani sportivi, quello dei due celebri e perfidi autori di una trasmissione della Rai i quali, approfittando dell’amplificatore montato sulla loro auto, quando passavano nei paeselli se pioveva forte dicevano alla gente subito obbediente di chiudere gli ombrelli, la cui vista avrebbe potuto con­fondere i pedalatori, adesso che facciamo?

Anzi, la domanda è più articolata, se volete più arzigogolata, anche sintatticamente: di questo ciclismo adesso che ne facciamo? Lo conserviamo nel­la nostra formalina personale, o lo spalmiamo ancora in giro, regalandolo anzi infliggendolo a quelli, sempre più pochi, che ci fanno il pia­cere di fingere di credere che sia davvero esistito? Ho sette nipoti, soltanto il più piccino, anni due, non mi guarda come un gran bu­giardo allorché racconto che mai lo stadio grande del calcio si era riempito così tanto di gente come quel giorno, quando la radio ri­cordò che stava arrivando a Torino il Tour de France e che sulle strade italiane anzi piemontesi dunque vicine al traguardo tra i fuggitivi c’era il “Cit”, il piccolino in dialetto, l’enfant du pays, insomma Nino Defilippis, il quale vinse la volata soffiato avanti dalla gente insardinata sulle gradinate come neanche per il derby (non erano stati stampati abbastanza biglietti, alla fine si erano aperti i cancelli che sennò sarebbero stati divelti, per uno spettacolo di pochi secondi).

Ma neanche i giornalisti giovani o non vecchi mi credono quando dico che nella Parigi-Roubaix stavamo con l’auto proprio in mezzo ai corridori, anche nei tratti col pavé, e infatti l’anno in cui vinse, ed era felice non solo di nome, Gimondi cercò dopo l’arrivo, finito il giro del ve­lodromo con il mazzo di fiori, il no­stro autista per sgridarlo, perché un rallentamento dell’auto lo aveva portato quasi a schiacciarsi addosso a noi: e ricordo eccome il suo viso pieno di furia, come stampato contro il lunotto posteriore. Neanche mio figlio, che fa il giornalista dei calciatori che chattano avaramente sul lucore algido del computer e per il resto sono ectoplasmi che vivono nei cieli altissimi della loro supericchezza, mi cre­de se gli dico che la notte prima di concludere il suo grande Tour de France proprio Gimondi fece con me le ore piccole per raccontarsi, e alla fine fu lui a spedire a letto me, non io lui.

L’altro giorno un ventenne mi ha chiesto chi era Merckx, una di­ciottenne chi era Coppi. Cosa me ne faccio del mio ciclismo? Le teche Rai non mi danno più Totò al Giro d’Italia, serviva. Cosa me ne faccio di tutti gli accrediti delle corse che ho conservato? Molti sono di cartone, neanche di plastica, e sta provvedendo il tempo a sbriciolarmeli. Poco tempo fa una voce al telefono di uno che aveva sbagliato nu­mero, leggendo sul suo taccuino quello di una riga sopra quella col mio nome, mi chiese se ero il Taldeitali, dissi di no ma intanto mi resi conto che quella voce mi era nota, chiesi con chi stavo parlando e anche lui capì qualcosa di me, insomma era Fiorenzo Magni, e da vecchi suonati per un bel po’ di secondi non emettemmo che fonemi di stupore.

Che posso fare del mio ciclismo se non stenderlo su questa pagina che mi fa l’onore di prendermi sul serio? Ho persino la canzone giusta per cantarmelo dentro, dice que reste-t-il de nos amours? di Charles Trenet, uno che cantava la sera nelle città e nei paesi dove era arrivato il Tour che non si spostava per il via da un’altra città. Quando dico ai miei nipoti che i cantanti celebri facevano carte false, in Francia ma anche in Italia, per prendere parte allo spettacolo in piazza, mi guardano come per dirmi che non sono così stupidi e creduloni come io penso, sono semplicemente buoni e comprensivi, e mi stanno ad ascoltare sperando che io, che fingo di avere buona memoria, non mi dimentichi domani di fare, come promesso, la ricarica ai loro telefonini.

di Gian Paolo Ormezzano
da tuttoBICI di settembre

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COMMENTI
vero
2 ottobre 2012 10:59 Walterone
Complimenti, un gran bell'articolo d'Amore per il Ciclismo e per le "cose" vere.
Walter Brambilla

continua a raccontarlo!!
2 ottobre 2012 12:17 granditex
Caro Gian Paolo, continua a parlarne... siamo tutti un po' nipoti di quell'epico ciclismo e anche a noi che siamo stati cresciuti con le imprese di Moser e Saronni ci manca tanto!
il ciclismo era anche strade impolverate e contatto umano, ora è tecnologia e tabelle di allenamento, globalizzazione e anglofonia.. tutto giusto, non si può fermare il progresso, ma come canta Battiato "passano ancora lenti i treni di Tozeur", e sono tremendamente romantici!

Gpo sempre il migliore
2 ottobre 2012 13:58 azzurrotenebra
Quel ciclismo era anche il mio ciclismo, e Nino Defilippis è stato l'idolo della mia giovinezza. Ormezzano è sempre il migliore di tutti, mi sono commosso leggendo questo articolo e rivolgo un pensiero affettuoso anche alla memoria del grande Raro (Ruggero Radice), cantore di un ciclismo che, come dice Gpo, purtroppo esiste solo nella memoria di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo da vicino.

nostalgie
2 ottobre 2012 14:02 AERRE56
gentile dott. ormezzano, il mondo, nel bene o nel male, va avanti. le nostalgie sono patrimonio di pochi eletti, compreso il sottoscritto. ma dei nostalgici il mondo non se se fa nulla, se non nella memoria post-morte, che le auguro il più tardi possibile. essere vecchi non è un insulto, ma un privilegio, ma non andiamo ad elemosinare consensi.

io

Bell'articolo
2 ottobre 2012 14:19 pickett
Da bambino leggevo gli articoli di Ormezzano su"Il Giornalino",una rivista per ragazzi che vendevano in Chiesa,e da allora sono rimaso affezionato a questo vecchio giornalista,pur non condividendo sempre le sue posizioni.(Quel "poveraccio" rivolto a Pantani,dopo la sua morte...)A proposito di maglie che avevano i colori della natura,com'era bella,fino a una ventina di anni fa,la maglia rosa,oggi orribilmente deturpata e praticamente irriconoscibile, indistinguibile dagli altri pastrocchi indossati dai ciclisti di oggi...

Mi preva...
2 ottobre 2012 14:38 cargoone
Ho letto, come mi capita onestamente di fare, questo appunto che aveva 2 commenti...perchè in genere è qualcosa che ha catturato l'attenzione di quelli che come me amano questo sport, non che le altre notizie siano meno interessanti, ma una volta lette sei a posto così...

Leggevo, leggevo...e intanto pensavo cavolo che bell'articolo...

Arrivato alla fine ho letto la firma, e ovviamente mi sono detto:
come il ciclismo ha subito una metamorfosi generazionale, anche lo stesso giornalismo l'ha avuta, di penne così magiche non ne avremo più, sono nate e vissute con il romanticismo in tasca come il ciclismo epico e hanno camminato parallelamente, oggi ci teniamo questo infimo giornalismo che accusa e spesso indirizza la gente a schierarsi dalla parte dove non si dovrebbe, ricco di insulti, urla e avido di poesia...come questa di Gian Paolo.

Grazie Cargo


Vi racconto questa
2 ottobre 2012 14:51 cargoone
Mi allaccio a questo splendido scritto per raccontarvi un aneddoto che mio nonno mi raccontava da piccino:
Lui era nato in una famiglia povera, e non so bene a che livello abbia corso, ma aveva una forza tale che a modo suo fece delle imprese...era solito fermarsi anche in gara a mangiare fichi, quando erano belli maturi, e ripartire vincendola!!

Mi raccontò che una volta Mario Vicini, credo secondo al tour de France poco dopo la guerra, credo eh!, lo porto in toscana per gareggiare o una cosa del genere e li vide per la prima volta una bistecca...pensate un pò, una bistecca!!!
Sarà stata quella poi a creare un figlio ed un nipote macellai?!...
Al suo funerale arrivò un signore distinto, io avevo circa una decina d'anni o poco più, ne sono passati altri 30, questo signore mi lasciò un poster come regalo, che ancora oggi conservo con tantissimo affetto e nostalgia, raffigurante lo scambio di borracce più famoso della storia firmato...con affetto Mario Vicini.

Grazie a tutti e due

Cargo


CONTINUI A RACCONTARLO
2 ottobre 2012 21:34 stargate
Che farne di "quel" ciclismo? Chi, come Lei, ha avuto la fortuna di viverlo, non semplicemente vederlo, la passione per cantare le gesta dei tanti campioni, non può, non deve esimersi dal continuare a raccontarlo. E' vero, i giovani non sanno chi fosse Mercks, Coppi, Magni, Bobet e via discorrendo, per non parlare di Binda e Guerra, ma non conoscono neanche atleti più vicini a quest'epoca, come Moser e Saronni, oppure Gianni Bugno. Forse, purtroppo più che altro per il clamore suscitato dalla sua tragedia. Curioso: quando ero giovane, avevo intorno ai vent'anni (anni sessanta), conoscevo, come la mia generazione, i ciclisti dell'epoca, ma non ci erano ignoti i Girardengo, Belloni, i già citati Binda e Guerra... Chissà perché, il progresso, in questo caso, non è d'aiuto: invece di ravvivarli, oscura e brucia i ricordi,annebbia il passato. E' per questo che Lei, caro Ormezzano, deve continuare a raccontare quel ciclismo, quel ciclismo in bianco e nero, perché conoscerlo più aiutare ad amare quello che, ahinoi, ci ritroviamo adesso. La Saluto cordialmente. (Alberto Pionca - Cagliari)

REFUSO
2 ottobre 2012 22:46 stargate
Scusate il refuso: la frase " Forse, purtroppo più che altro per il clamore suscitato dalla sua tragedia", va completata con un nome: Pantani. (Alberto Pionca - Cagliari)

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