DA TUTTOBICI. Canola: chiedimi se sono felice

| 30/04/2012 | 08:55
Gli ingredienti per diventare un campione ci sono tutti. A partire dalla testa e dalle gambe, ma non solo.
Marco Canola, 23 anni, vicentino di Torri di Quartesolo, il mese scorso si è presentato nella massima categoria vincendo in Malesia. Il neoprofessionista della Colnago Csf Bardiani si è imposto con astuzia, facendo subito capire di che pasta è fatto, nella settima tappa del Tour de Langkawi.
«Sono riuscito a entrare nella fuga giusta e ad essere il più veloce allo sprint. A 15 chilometri dal traguardo il mio diesse Re­verberi mi ha detto di non collaborare più e di tentare il tutto per tutto in volata. Anche se significava az­zardare, ho eseguito l’ordine perché so­no uno che ascolta. L’ultima curva pensavo fosse più vicina all’arrivo, invece prendendola in testa ho visto il cartello dei 500 metri. Mi son detto: “ho sbagliato tutto”, invece aspettando che partissero gli altri per lanciarmi, sono riuscito a mettere la mia ruota davanti a tutti. Ho tenuto sotto controllo l’emo­zione e ho colto la mia occasione. Ho vinto più di testa che di gambe» spiega questo ragazzone di 1 metro e 80 per 67 chili, che ha il torace a punta, “carenato”, co­me suo cugino Gelindo Bordin, campione olimpico della maratona a Seul ’88, e come un certo Fausto Coppi.
Passista scalatore, che al momento giusto sa sfoderare anche un buono spunto veloce, dice di dover ancora capire che corridore potrà diventare “da grande”: «Me la cavo su tutti i terreni, col tempo capirò qual è il ruolo che più fa per me. Ho voglia di mettermi in mo­stra in sella, ho voluto partire subito a spron battuto dopo esser passato con la nomea del gran lavoratore che tanto dà, ma per gerarchie di squadra poco raccoglie. Da dilettante non tutti conoscevano le mie doti, sto iniziando a far­le vedere ora, ma il mio vero potenziale lo conosco solo io».
Gambe, testa e cuore. «La dedica del mio primo successo è chiaramente per papà Walter, scomparso tre anni fa, che era ed è il mio trascinatore. È sempre con me ogni giorno, non solo perché ho sulla pelle un tatuaggio che lo ricorda (una bici disegnata dallo stesso Marco, con l’iniziale del padre nella ruota davanti e la sua in quella dietro: «perché lui mi guida, io ci metto la for­za»)» racconta rivolgendo gli occhi al cielo. «Il mo­mento più difficile della mia vita e della mia carriera l’ho vissuto nel 2009, quan­do è morto papà. Prima di questo tragico evento la bici era il mio parco giochi, uno scaccia pensieri, un passatempo divertente. La perdita di papà mi ha cambiato molto: mi ha fatto crescere, maturare, mi ha insegnato a guardare tutto più col cuo­re che con gli occhi. Per me è stato un vero shock, aveva 50 anni ed era in formissima, era un cicloamatore che non aveva mai fumato una si­garetta, ma è stato stroncato da un in­farto improvviso. In un giorno come tan­ti, sono tornato a casa dalla classica visita medica di idoneità e ho trovato il vicino che mi ha accolto dicendo che papà stava ma­le. Sono momenti che non dimenticherò mai, che hanno segnato e stravolto la mia vita. So bene però che ognuno ha la sua croce e, nonostante l’immen­so dolore, mi reputo fortunato perché papà e il resto della mia splendida famiglia non mi hanno mai fatto mancare nulla, a partire dall’educazione e dall’insegnamento dei valori. Pur­troppo tutti viviamo episodi drammatici, a questo proposito mi viene in mente la famiglia di Casarotto: io ho corso con Thomas... A pensare a quello che è successo a Thomas mi vengono ancora i brividi...».
La passione per il ciclismo gli è stata trasmessa dal padre e da nonno Ga­briele, che l’hanno accompagnato alla sua prima gara.
«Se non avessi fatto il corridore cosa sarei diventato? Se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato una carriola (scherza, ndr). Non lo so, da bambino volevo fare il poliziotto: sai, il fascino della divisa... Battute a parte, prima di innamorarmi del ciclismo mi sono dilettato in numerosissimi sport: karate, nuoto, basket, calcio e sci. Prima gara da G6, a stagione quasi finita. Vuoi sa­pere come è andata? Uno mi è venuto addosso in partenza, quando eravamo ancora fermi. Invece di iniziare a correre mi sono preoccupato e gli ho chiesto: “come stai?”, mentre papà dietro alle transenne mi urlava di andare (sorride, ndr). La mia prima bici era una Bianchi azzurra col cambio coi manettini sul telaio. Papà, quando ho smesso di usarla l’ha venduta, i suoi amici quest’anno durante la festa che mi hanno organizzato per il passaggio al professionismo mi hanno preparato una bella sorpresa: l’hanno recuperata, non so come, e me l’hanno regalata».
Tanti anni sono passati, ma Marco è sempre il bambino che si preoccupa prima degli altri che di sè.
«Sono un ragazzo tranquillo, pacato, che sa stare sulle sue, ma che, quando serve, è il primo a fare gruppo. Mi piace vedere le persone sorridere, se vedo qualcuno giù di morale cerco di fare qualcosa perché so cosa vuol dire passare brutti momenti».
Il pensiero dopo aver tagliato a braccia al cielo il traguardo di Kuantan è andato oltre che a papà Walter, a mamma Do­riana e alla sorella Anna, che ha cinque anni meno di Marco ma è nata nel suo stes­so giorno, il 26 dicembre.
«Due punti di riferimento nella mia vi­ta, in­sie­me agli zii e al re­sto della mia su­per fa­mi­glia. Ho tan­te persone che mi vo­gliono bene e sono sem­pre pron­te a dar­mi una mano, gli amici di papà mi hanno sempre seguito e supportato an­che per quanto riguarda la bici, senza mettermi nessuna pressione. Quando ho bisogno, senza che chieda nulla c’è sempre qualcuno pronto a darmi un passaggio o a farmi allenare dietro macchina. Il grande animo di papà ha la­sciato qualcosa di speciale, altrimenti non avrei tante persone che mi stanno vicino per puro piacere. La mia famiglia ne ha passate tante, ma è molto unita e questa è la sua forza. Per quanto riguarda il ciclismo ho anche la fortuna di avere come massaggiatore Nerino, il fratello di Ge­lindo, che ha girato il mondo massaggiando Gelindo e ora mette la sua immensa esperienza a mia disposizione».
Appassionato e innamorato. «Ho tanti interessi, ma poco tempo per coltivarli. Al momento non voglio trascurare il mio lavoro. Mi piace leggere, mi affascinano i thriller. Il mio libro preferito? Sadico di Paul Lindsay (Piemme, 2006) perché è una storia realistica, anche se parla di un serial killer ricercato dall’FBI: mi sembra rappresenti bene la vita di tutti i giorni. Mi piace trascorrere il tempo libero con gli amici e la mia fidanzata Lara. Stiamo assieme da quattro anni: stiamo benissimo an­che se tra i miei e i suoi impegni, (studia giurisprudenza a Trento), ab­bia­mo poco tempo per vederci, ma ormai sia­mo collaudati (sorride, ndr)».
Riconoscenza e consapevolezza. «Un grazie per dove sono arrivato lo devo alla Zalf Euromobil Désirée Fior in cui sono cresciuto: da dilettante, grazie a Gianni Faresin e a tutto lo staff, dai dirigenti ai meccanici, ho imparato molto. Quando è mancato papà volevo appendere la bici al chiodo, ma Rui e Faresin, insieme a Camillo e al resto della squadra, mi hanno convinto a non smettere di andare in bici. Mi hanno aiutato parecchio a superare quel mo­mento difficile e ancora oggi sono mol­to legato a tutti loro».
Il grande salto nel mondo dei professionisti non è stato semplice, ma ha già dato ottimi segnali.
«Passare è stato difficile perché di questi tempi le squadre dilettantistiche so­no organizzate praticamente come le professioniste e non è semplice farsi notare. Ho vinto 10 corse in 5 anni e lavorato tanto, ma non tutti se ne sono accorti. Mi sentivo dire da chi seguiva con attenzione le corse “sei andato forte, sei andato forte”, ma pochi ricordano le 15 volte che mi hanno ripreso ai 500 o 300 metri dall’arrivo anche in cor­se importanti. Il mio debutto tra i pro­fessionisti è stato a Reggio Cala­bria: da sempre le prime cor­se dell’anno le subisco, sono un “diesel”, ma non è andata male. Mi sono reso conto che nella massima categoria si va forte, ma non si tengono andature impossibili. Passare per primo ai GPM del Ca­la­bria mi ha dato morale, figurarsi la vittoria in Malesia. Prima di partire sapevo che stavo pedalando bene, mi immaginavo di entrare in qualche fuga, di lavorare per la squadra, di mettermi in mostra, ma non di più. Invece ho fatto tutto questo e ho anche vinto!».

Modelli e corse dei sogni. «Ho sem­pre tifato per Gilbert e Hushovd. Gilbert è il mio idolo per la sua sparata, anche io ho uno spunto di 100-200 metri che dicono faccia male, ovviamente non sarà come il suo, però è già qualcosa (sorride, ndr). Non so quale sarà il mio calendario quest’anno, ma non vedo l’ora di correre con i grandissimi come lui. Già trovarmi a fianco Vi­no­kurov in Malesia mi ha fatto effetto: io ho appena iniziato a gareggiare tra i professionisti, lui ne ha fatto la storia. Una foto ricordo con lui l’ho fatta. Se la squadra mi facesse correre il Giro sarebbe il top, ma tutti mi han detto che la pri­ma volta è durissimo, è un inferno. Ve­dremo. Le corse più belle ai miei occhi sono il Fiandre e la Freccia Val­lone. Mi sono sempre di­vertito a guardare le classiche in tv, se non riuscivo a seguirle in diretta, le registravo».
Ambizioso, ma concreto. «Il successo al Tour de Langkawi mi ha da­to molto morale, ma so bene che è solo l’inizio. Anche se ci sono corse ben più prestigiose, in Malesia penso di aver di­mostrato qualcosa a chi crede in me da sempre e di aver offerto un bel biglietto da visita a chi fino a un mese fa non sa­peva chi fossi. In Colnago mi sono integrato bene fin da subito, devo ringraziare Roberto Reverberi per i consigli che mi ha dato e i compagni che mi hanno accolto al meglio. Alcuni li conoscevo già, è il caso di Enrico Battaglin con cui correvo da dilettante e con cui mi alleno quasi sempre assieme. In ritiro e alle gare chiediamo sempre di stare nella stessa camera perché abbiamo un buon rapporto d’amicizia. Io sono felice se lui va forte, lui lo è altrettanto quando io vado bene. Lui è un osservatore cinico, quando attacca non sbaglia mai. Anche per questo ha vinto tanto. Io sono più agitato, se non ho niente da fare “vado di testa”, nella vita di tutti i giorni non riesco a star fermo. Più di una volta mi sono sentito dire che prima e dopo la gara sono troppo agitato e pensare che non ho mai bevuto un caffè in vita mia (sorride, ndr). In effetti fuori dalla cor­sa sento la tensione, ma quando attacco il numero mi concentro e la tengo a bada».
E ancora: «La vittoria mi ha davvero reso felice, ma continuerò a essere lo stesso ragazzo di sempre e non mi monterò la testa. Il mio motto rimane: lavorare oggi pensando al domani. Non posso fare programmi oltre i prossimi due-tre anni, è troppo presto per pensare a lungo termine. Guardando in una sfera di cristallo però mi piacerebbe appendere la bici al chiodo sapendo di essere un corridore appagato e ap­prezzato, ricordato con rispetto. Non in­tendo solo per le vittorie, vorrei la­sciare qualcosa di positivo agli appassioanti che seguono il nostro sport».
Gli ingredienti per diventare un campione ci sono tutti, tempo al tempo.

di Giulia De Maio, da tuttoBICI di aprile
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COMMENTI
Complimenti..gran bella...
30 aprile 2012 15:35 Fra74
..intervista...traspare l'UMANITA' di questo giovane ragazzo...
Francesco Conti.

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