DA TUTTOBICI. Zorzoli: mondializzare per crescere

| 28/04/2012 | 09:17
Cambia il mondo, cambia il ciclismo. Il terzo millennio ha segnato profondi mutamenti nel nostro sport così come nel mondo che ci circonda, mutamenti che hanno un denominatore comune: la velocità.
La rivoluzione globale ci sta trasformando giorno dopo giorno e il ciclismo cambia faccia all’insegna della mondializzazione.
Ad alto livello, gli effetti li abbiamo sotto gli occhi in maniera evi­dente: squadre di nuovi pae­si che salgono ai primi posti delle graduatorie mondiali, corridori di stati non tradizionali che vincono ormai le cor­se più importanti del mondo, la serie A del ci­clismo che va a correre in ogni angolo del pianeta. Stra­­de e vie nuove, quelle intraprese dall’Uci, senza dimenticare il peso e l’importanza della tradizione.
Ma il concetto di mondializzazione va oltre il semplice aspetto agonistico, il termine è molto più complesso, comprensivo, sfaccettato.
«La mondializzazione - ci spiega il dottor Mario Zorzoli, consigliere scientifico dell’Uci - riguarda sì nuovi paesi ma anche nuove specialità del ciclismo, come la mountain bike e la bmx, che devono ancora essere studiati nel dettaglio».
Zorzoli ha presentato i dati di una sua ricerca in occasione del 2° Convegno Centro Ricerche Mapei Sport, che si è svolto nelle scorse settimane a Castel­lan­za e ha portato all’assegnazione di una borsa di studio destinata ad una ricerca fisiologica sul bmx nel nome di Aldo Sassi.
«Ci sono due date importanti nella storia della mondializzazione: il 2002, an­no in cui è stato aperto ufficialmente il Centro Mondiale del ciclismo, ed il 2005 quando sono nati i circuiti continentali aperti alle squadre di se­con­da e terza categoria. Nel dettaglio, il Centro Mondiale ha permesso a giovani atleti di paesi “poveri” nel senso ciclistico del termine di poter usufruire di strutture e tecnici di alto livello e i risultati sono stati davvero importanti, in particolare nel settore pista. Dal Centro di Aigle so­no usciti corridori come la ci­nese Shuang Guo, la britannica Vic­toria Pendleton o il malese Josiah Ng Onn Lam, tutti capaci di ottenere risultati di valore mondiale. Il lavoro svolto in pista, poi, ha portato - col tempo - i suoi frutti anche nel ciclismo su strada, come dimostrano i successi ottenuti dal tunisino Rafaa Chtiou e dal moldavo Alexander Pliuschin, i primi corridori cresciuti nel nostro Centro e approdati al professionismo. L’ultimo caso in or­dine di tempo è quello dell’eritreo Da­niel Teklehaimanot che ha esordito nel ProTour con la maglia della Green­Edge alla Volta a Catalunya. In dieci anni il centro ha ospitato 860 atleti di 118 nazioni: più mondiale di così...».
Veniamo alle corse.
«Come detto, il 2005 ha segnato una svolta nel mondo delle corse su strada. Nel 2000 avevamo 8 nazioni e 2 continenti nel ciclismo di prima categoria e 19 nazioni e 72 squadre in quello di seconda e terza categoria. C’erano 31 corse extraeuropee e l’11,4% dei corridori non apparteneva al Vecchio Con­tinente. Nel 2010, la situazione è completamente mutata: le squadre di prima divisione appartengono a 11 nazioni di 5 continenti, 43 le nazioni per 147 squa­dre di seconda e terza categoria. Le corse professionistiche lontane dall’Europa sono diventate 68 e il numero dei corridori extraeuropei è salito al 27,8%. Sono completamente mutate le realtà: ci troviamo di fronte all’apertura verso nuovi continenti, Asia in particolare, e alla crescita di nuove realtà che hanno sede in paesi tradizionalmente non ciclistici, come Gran Bretagna e Australia».
A proposito di tradizione, l’Uci non vuole sradicare il ciclismo dai suoi luoghi natii.
«Naturalmente no, farlo sarebbe un errore clamoroso. Tradizione e storia nel ciclismo sono un patrimonio estremamente importante, una ricchezza che va difesa, protetta e se possibile ulteriormente accresciuta. Anche in questa ottica va letta la disponibilità dell’Uci stessa di scendere in campo al fianco di organizzatori di prove di WorldTour in difficoltà (nella fattispecie, gli spagnoli della Volta a Ca­ta­lunya, del Giro dei Paesi Baschi e della Clasica San Se­bastian, ndr) per stilare piani a lunga gittata».
Mondializzazione è anche ricerca e nuove specialità.
«Certamente sì. Ci sono specialità come la mountain bike ed il bmx che sono come dei pianeti da esplorare: ho fatto una ricerca in occasione di questo convegno e ho rilevato che al ciclismo tradizionale sono stati dedicati 2.143 studi di ricerca, contro i 66 dell’mtb e solo 13 del Bmx. Ci sono le condizioni ideali per studiare nuove realtà dal punto di vista fi­siologico, biologico, comportamentale, per sperimentare nuovi protocolli, per mettere gli atleti in condizione di ottimizzare la prestazione sportiva senza ricorrere a mezzi illeciti. Ma è anche il terreno ideale per arricchire la collaborazione con altri sport. Vi faccio un esempio: poco tempo fa era stata rilevata una anomalia in un giovane atleta africano, poi la Fifa (la Federazione Internazionale del Calcio, ndr) ha fatto uno studio proprio sui giovani africani e si è scoperto che praticamente tutti presentano la stessa anomalia che, a questo punto, non è più una anomalia rispetto ai corridori di etnia caucasica e non va trattata come tale. Questo dimostra quanto siano importanti gli studi di settore sulle realtà emergenti, e allo stesso tempo suggerisce come una strategia comune tra diversi sport possa portare al bene comune. E quindi possa aiutare ogni disciplina a far emergere la vera élite senza il bisogno di ricorrere ad... armi improprie».

di Paolo Broggi, da tuttoBICI di aprile
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