BOTTA&RISPOSTA con Giorgio Brambilla

| 25/04/2011 | 09:19
Chi è Giorgio Brambilla?
«Un ragazzo tranquillo e sereno; un passista veloce, adatto alle cor­se del Nord. Molto meticoloso nel lavoro, quello che i massaggiatori e i meccanici definirebbero un “rom­piscatole”. Ho ventidue anni, vivo a Dolzago (Lc) e sono al se­condo anno tra i prof in maglia De Rosa Ceramica Flaminia».
A parte andare in bici, che fai nella vita?
«Sono laureando in Scienze Mo­to­rie e dello Sport all’Uni­ver­sità Cat­tolica di Milano, mi mancano sei esami. È difficile conciliare gli im­pegni sportivi e i corsi, in più se de­vo scegliere tra libri e al­le­na­menti opto sempre per i se­condi: voglio un titolo di studio per il futuro, ma una volta ottenuto vorrei metterlo nel cassetto e pensare solo a pedalare».
Sei fidanzato?
«No. Sono uno che pretende mol­to, anche in amore. Un giorno ar­riverà quella giusta…».
Quali sono i tuoi hobby?
«Sono appassionato di motori. Ora non posso permettermela, ma un giorno mi piacerebbe avere una macchina potente. An­che le moto non sono niente ma­le, ma sono un po’ troppo pericolose…».
Se non fossi ciclista saresti…
«Un pilota o un giocatore di rug­by. Uno sport molto fisico, di for­za, che mi sarebbe piaciuto praticare perché  ti permette di mangiare di tutto. Altro che dieta…».
Cosa rappresenta il ciclismo?
«È una metafora della vita: in sella sei sempre messo alla prova, devi affrontare i momenti no, trovare le forze per superare gli ostacoli che incontri, abituarti a tenere la testa alta di fronte alle sconfitte, imparare dagli errori commessi e sudarti le vittorie».
Come hai cominciato?
«Ho iniziato a correre da G3 nel ’97. La passione per la bici (e per i mo­­tori) me l’ha trasmessa non­no Arcangelo, fan sfegatato di Gi­mon­di e meccanico di auto da cor­sa. I miei genitori non erano entusiasti, si sono rassegnati, ma ogni volta che cado mi dicono “Ma che sport ti sei scelto?”».
Com’era la tua prima bici?
«Era un “cancello”, di ferro. Non me la ricordo benissimo, ma non posso scordare quante volte sono stato sgridato perché sgommavo (ride, ndr)».
Chi ti supporta?
«Ovviamente la mia fa­mi­glia: mam­ma Cinzia, papà Silvano e mia sorella Anna (pallavolista di buon livello); oltre a loro non po­trei fare a meno di Giovanni Riva, mio allenatore da quando ero ju­nior al Biassono, che ora mi segue in tutto e per tutto».
Con chi ti alleni di solito?
«Quando non sia­mo in giro per il mondo a correre, esco con Nizzolo e Viganò della Leopard Trek, Pagani del­la Col­nago Csf e il dilettante del Pool Cantù Pon­zo­ni».
A quali corridori ti ispiri?
«Come caratteristiche fisiche as­somiglio un po’ a Tom Boonen; umanamente e per la sua attitudine allo sport apprezzo molto Mar­co Pinotti. Spero arrivi presto l’oc­casio­ne di correre al loro fianco».
Qual è il ricordo più bello che hai legato alla bici?
«I piazzamenti ottenuti alla Rou­baix, la mia corsa dei sogni: il 5° posto da Junior, il 2° e 3° tra gli Under 23 (nel 2008 Giorgio è arrivato dietro a Ver­meltfoort, nel 2009 a Phin­ney e Aistrup, all’e­po­ca già tut­ti prof, ndr)».
Il più brutto?
«Beh, ce ne sono d­iversi. Il ciclismo è uno sport in cui si perde più di quanto si vince. Diciamo che di cadute e sconfitte brucianti ne ho in saccoccia parecchie, però i mo­menti peggiori sono quando, convinto di star bene, sco­pri in­ve­ce che qualcosa non va e sei co­stretto a fer­marti e a ri­prendere da capo la preparazione. Pensa che è dallo scor­so luglio che non riesco a fare un periodo “fatto be­ne” a cau­sa di cadute, infortuni... Speriamo sia finita!».
Infatti, il tuo 2011 non è iniziato nel migliore dei modi…
«Alla prima corsa ho fatto quinto, ma quattro giorni dopo ero già a terra. Nei chilometri iniziali della quinta  tappa del Tour San Luis sono stato coinvolto in una brutta e stupida caduta e da allora non mi sono an­cora ripreso, anzi. Mi sono procurato una profonda ferita al dito me­dio con una lesione del tendine che ha richiesto un lungo intervento, dopo di che con la squadra ho provato ad accelerare i tempi di recupero ma, continuando ad allenarmi con una posizione non corretta a causa del problema alla mano, ho iniziato ad accusare male anche al gi­noc­chio».
Ora come stai?
«La mano è quasi a posto, ma il ginocchio mi preoccupa. Devo valutare se effettuare un breve stop per poi riprendere con il Giro di Turchia oppure staccare per un periodo più lungo per puntare alla seconda parte di stagione».
Cosa ti aspetti per il 2011?
«Acciacchi permettendo, spero di trovare una buona forma in Tur­chia in vista del Giro del Belgio, sono sicuro che solo respirare l’a­ria del nord mi farà sentire meglio. Ho voglia di sfogare la rabbia repressa in questi mesi: spero proprio di fare come l’altro Brambilla in gruppo (Gianluca della Colnago Csf, ndr), che dopo vari problemi fisici ha vinto subito al rientro».
Guardando più in là, come ti im­magini “da grande”?
«La vita è imprevedibile, ma io un sogno in testa ce l’ho ben chiaro. Mi vedo su un podio importante, con due grandi campioni al fianco e in mano un cubetto di pavé».

da tuttoBICI di aprile a firma di Giulia De Maio
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