Langkawi. Miyazawa, il giapponese che sogna la Sanremo

| 30/01/2011 | 15:21
Taky ha tanti sogni, tanti progetti, tanti obiettivi. Ha un cuore grande e una mente stracolma di pensieri e idee, che può esprimere in giapponese, inglese, tailandese e, come in questo caso, in un italiano che rasenta la perfezione. Taky è il soprannome che gli amici italiani hanno dato a Takashi Miyazawa, campione giapponese in carica, che quest’anno difende i colori della Farnese Vini Neri Sottoli.
Taki sul passaporto alla voce nazionalità ha scritto “giapponese”, ma ormai è italiano d’adozione. Al Tour de Langkawi 2011 abbiamo avuto modo di conoscerlo meglio e di scoprire che oltre ad amare follemente il suo lavoro, ha dei progetti importanti per far crescere il ciclismo nel suo paese, è un fan sfegatato della cucina italiana, è innamorato follemente di Kana con la quale sta cercando casa in Italia, e molto altro.
Come hai iniziato a correre?
«Non mi è mai piaciuto studiare e fin da quando ero piccolo ho sempre voluto solo praticare sport. Ho iniziato a correre verso i 13 anni a scuola, sia in strada che nel ciclocross. Non ho mai voluto passare la mia vita sui libri, ma amo dello sport che pratico il dover usare la testa. Il ciclismo è la mia scuola. Mi piace pensare, progettare, capire le tattiche degli avversari».
Da quando corri in Italia?
«Dal ’97 quando Daimon Hiroshi (attuale ds della D’Angelo e Antenucci Nippo, ndr) ha deciso di investire su alcuni giovani e mi ha portato in Italia. Tra i dilettanti ho corso un anno alla For3Bergamasca e l’anno successivo per la Mobili Lissone, poi sono tornato in Giappone e sono stato costretto a stare fermo per un po’ perché mi sono sottoposto a un’operazione per donare parte del fegato a mia mamma, che stava molto male. Poi ho corso per otto anni in Francia e dal 2009 sono tornato in Italia con la Nippo».
Cos’è per te il ciclismo?
«É tutto. La bici è come la vita: devi affrontare il brutto tempo, resistere alla fatica, tirare per “chiudere un buco” se sei rimasto indietro; se perdi provi delusione, se vinci sei felice».
Come ti trovi in Italia?
«Benissimo, infatti sto cercando casa a Lamporecchio. Le persone sono molto accoglienti e sempre allegre, sono simpatiche e amano fare scherzi, in più a differenza dei giapponesi fanno tante vacanze. Qui c’è una mentalità molto diversa rispetto a quella giapponese e una ricca cultura, che mi affascina molto. Poi la cucina è davvero favolosa: da ragazzo in Giappone facevo il pizzaiolo, qui ho imparato a cucinare meglio la pizza e ho scoperto altri piatti tipici del bel paese che mi diletto a riprodurre».
La nostalgia di casa però si fa sentire…
«Sempre, soprattutto perché in Giappone si trovano le persone che amo di più, in particolare la mia fidanzata Kana. Il paese in cui sono nato non è adatto per allenarmi e stare tranquillo nel periodo della preparazione quindi ci torno raramente: lì è tutto un casino, sai lì sono molto più conosciuto che in Italia. Preferisco andare in Tailandia dove ho alcuni amici, che mi ospitano e le strade sono perfette per allenarmi: con poche macchine, larghi vialoni e tanta salita».
Che differenze ci sono tra il ciclismo in Giappone e in Italia?
«Sono due mondi totalmente diversi. In Giappone il ciclismo non è popolare come qui, ma io sono convinto che col tempo lo potrà diventare. Anche l’Australia e l’America erano molto indietro rispetto all’Europa per l’attività sportiva, ma stanno recuperando terreno. L’Europa è la culla delle due ruote, in Giappone ancora oggi non si conosco tattiche e modi di correre, basta pensare che ci sono solo cinque squadre Continental giapponesi. Con la mia immagine, vorrei fare qualcosa per far crescere il movimento ciclistico nel mio paese. Mi piacerebbe sviluppare un progetto in cui le due ruote siano legate ad altri ambiti per raccogliere sponsor che investano sul ciclismo asiatico. Per farti un esempio, quest’anno il primo sponsor della squadra per cui corro è un produttore di vini, apparentemente vino e ciclismo non hanno nulla in comune, ma se ci pensi ai ciclomotori e agli appassionati delle due ruote in genere piace molto il vino. In Europa tutto può essere legato allo sport, spero in futuro possa essere così anche in Asia».
Per quest’anno quali sono i tuoi obiettivi?
«Sono in una squadra competitiva e affiatata. Io spero di far bene nelle corse di primavera e, ovviamente, al Giro d’Italia. Ormai gli anni passano (il 27 febbraio Takashi compirà 33 anni, ndr), ma prima di chiudere con la bici devo togliermi ancora tante soddisfazioni per la felicità mia e di tutto il team. La prima corsa che mi viene in mente? La Milano – San Remo».
Cosa ti auguri per il tuo futuro?
«Sogno di vincere una tappa al Giro e di riuscire ad aprire un ristorante giapponese in Italia. Grazie alla bici ho girato il mondo e ho capito che questo è proprio il paese che fa per me».
E per il futuro del ciclismo?
«Che una squadra giapponese diventi Protour».

Giulia De Maio

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