Il Giornale. Tra Basso ed Evans c'è il colonnello Giuliacci

| 27/05/2010 | 08:57
Caro diario, sta diventando il Giro del colonnello Giuliacci. In attesa di tornare alle altissime quote, dopo il rilassante passaggio di oggi per Brescia, sono tutti in fregola per sapere se sul Mortirolo (domani) e sul Gavia (sabato) deciderà più il meteo della pendenza. A quanto pare, il rischio pioggia è alto, con tutte le conseguenze del caso. Più che altro, possono diventare decisive pure le discese: sul viscido, Basso avrebbe seri problemi, certo più problemi di Evans, che sui fondi saponetta fa valere l’equilibrismo da grande mountain-biker.
Come si sarà capito, a pochi giorni dall’epilogo tutti i dettagli stanno diventando critici. E’ la bellezza di un finale ad alta tensione e ad altissima incertezza. Cominciano a circolare in Giro le frasi tipiche, “ma, sa, bo, un po’ il tempo, un po’ le gambe, un po’ tutto”. Per non saper né leggere né scrivere, conviene mettersi in posizione di attesa e degustare momento dopo momento gli imprevedibili sviluppi dell’ultima caccia.
Qui a Pejo, con la vittoria del francese Monier, si segnala lo scatto finale di Scarponi, capace di strappare un secondo a tutti i migliori di classifica. Commento: “Un secondo al giorno, fra dieci anni prendo la maglia rosa”. Voto molto più alto all’autoironia che all’impresa.
Gli altri, a seguire. Basso e Nibali, installatori Liquigas, controllano bene e preparano la strategia a tenaglia su Evans. A Basso presentano la simpatica ipotesi che non riesca a staccare Evans in salita e che perda in discesa. “Sono contento, mi trovo benissimo quando non godo del pronostico”. Il nuovo Basso, riemerso dal purgatorio, è questo: ineffabile, imperturbabile, inossidabile. Monomaniacale com’è, spenderà fino all’ultimo watt (ormai è di moda misurare i ciclisti come i frigoriferi e i ferri da stiro), quindi seraficamente tirerà le somme. Lui e l’altro, il suo coscritto rivale Evans, in questo sono molto simili: poche tossine, pochi veleni, molta applicazione in corsa e chiusa lì. Sponsor Confucio.
Siamo molto più carogne noialtri, che li stiamo a vedere. E la prima, vera, sfacciata porcheria che qui tutti rimasticano senza neanche tanti pudori ha come destinatario il povero Arroyo. Diavolo, è pur sempre la maglia rosa. Ma sembra che la stia portando in prestito, o peggio ancora che l’abbia scippata nottetempo dagli stand del marketing rosa. Per la verità, qualcosa di simile è avvenuto: Arroyo deve il suo primato alla famosa imboscata dell’Aquila. Da quella volta si è sempre staccato su tutte le salite, ma la dote che si porta dietro è tale da potersi permettere qualche speranza. Ormai sembra Linus con la sua copertina: non vuole staccarsi dalla maglia rosa. A me, che non voglio rubare il posto allo storico Beppe Conti, paleontologo Rai, ricorda comunque un Tour del passato, protagonista Claudio Chiappucci. Anno 1990, era un signor nessuno, ma si trovò in una fuga snobbata e si prese la maglia gialla con ampio vantaggio. Da quel giorno, il superfavorito Lemond dovette lavorare come una bestia per rosicchiargli poco per volta il gigantesco margine.
Caro diario, quella volta Chiappucci perse, gettando al vento un’occasione unica e irripetibile. Arroyo come Chiappucci? In senso buono, tifiamo così. Il suo capitale è ormai ridotto a 2’27’’, su Basso. Non è poco, ma bisogna pur dire che Basso è infinitamente più forte. Sia detto senza cattiveria: caro Arroyo, sei tanto bravo e caro, però adesso torna nella cesta e lasciaci lavorare. C’è una pratica molto più ingarbugliata da sbrigare: si chiama Evans, e mi pare che basti.
Caro diario, in attesa delle ultime botte, solo un momento di leggerezza emotiva. Finalmente, si rivede sul palco Gibo Simoni. Per mandarcelo, gli devono preparare un trofeo speciale alla carriera. A 39 anni, è l’ultima premiazione e la prima celebrazione. Per l’occasione, si tiene sulle ginocchia i suoi tre bambini e presenta un libro benefico dal titolo inevitabile: “Gibo d’Italia”. Una storia durata tanto tempo, forse pure troppo. L’augurio della carovana è che venda milioni di copie. Ma anche che riesca ad evitare la sindorme Armstrong, o la sindrome Schumacher, voltando velocemente pagina. Momenti come questo non sanno di fine: volendo, sanno di inizio.

da Il Giornale del 27 maggio
a firma di Cristiano Gatti
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