L'intervento. il professor Fagnani sulle radioline dice che...

| 15/07/2009 | 11:14
Gli apparati radio ricetrasmittenti che vengono attualmente utilizzati nelle comunicazioni fra gli atleti ciclisti nel corso delle gare su strada, per tenersi in contatto fra loro (nell’ambito di una stessa squadra) o con il direttore sportivo in ammiraglia, appartengono alla categoria LPD, acronimo anglosassone che sta per Low Power Device ovvero dispositivi radio di bassa potenza.
La bassa potenza è una limitazione derivante dal limitato peso che questi apparati devono necessariamente avere e che si aggira attorno agli 80 grammi.
Le batterie agli ioni di Litio (come quelle dei telefonini) sono molto leggere, ma consentono una potenza di emissione dell’ordine dei 500 milliwatt, di poco inferiore a quella di un telefono cellulare.
La frequenza radio utilizzata è normalmente compresa nella banda delle UHF (frequenze ultra alte = onde extraracorte) che consente di impiegare antenne di lunghezza molto ridotta, mantenendo le dimensioni complessive di questi apparati in limiti altrettanto ridotti (più piccoli e leggeri di un normale telefonino).
La portata del collegamento radio non è reciproca, nel senso che il piccolo apparato in dotazione al corridore può essere ricevuto da un mezzo mobile (ammiraglia) ad una distanza variabile, a seconda delle condizioni del territorio, da 500 a 2000 metri, mentre il corridore, al contrario, può ricevere le comunicazioni dall’ammiraglia anche a diversi chilometri poiché a bordo è installato un apparato radio fisso con una potenza di diversi watt in trasmissione e antenna esterna ad alto guadagno.
Le variabili operative che si possono venire a creare sono molte e l’esperienza porta gli atleti ad imparare molti trucchetti per utilizzare al meglio questi mezzi come ad esempio comunicare quando si è in posizione favorevole o ripetere all’ammiraglia la comunicazione che si è ricevuto da un compagno di squadra, quando ci si trova nel mezzo della tratta e l’ammiraglia non ha ricevuto direttamente .
Questi dispositivi sono in uso da oltre 15 anni e sul loro impiego molto si è dibattuto tra fautori e contrari.
L’impiego di questi mezzi tecnologici è stato molto avversato da coloro i quali ritengono negativo che l’atleta si abitui ad avere questo supporto, ricevendo la dritta giusta al momento giusto dal direttore tecnico, che ha la visione globale e lucida dell’evento agonistico in corso, evitando quindi di essere stimolati a sviluppare l’attitudine ad una personale lettura ed interpretazione della corsa.
Resta il fatto che le corse ciclistiche sono, da un punto di vista dell’analisi fisica e statistica, fenomeno estremamente complesso che segue le regole del mobilis in mobile ovvero dinamicus in dinamica e questo poiché avvengono contemporaneamente una serie di eventi significativi che, mentre accadono, non solo si spostano nello spazio ma si modificano più velocemente del tempo necessario a descriverli.
Per un osservatore fermo è praticamente impossibile sapere e tantomeno capire cosa stia succedendo, a meno che non disponga di mezzi di comunicazione.
Va da sé che un atleta, impegnato nello sforzo fisico, non può avere la visione d’insieme di ciò che sta accadendo ed il suo cervello, concentrato sul promuovere la prestazione muscolare, manca della necessaria lucidità di analisi e velocità decisionale.
Ecco perché alcuni atleti, talvolta meno dotati fisicamente, ma caratterizzati da una straordinaria lucidità e velocità di ragionamento sotto sforzo, hanno la capacità di interpretare al meglio la corsa risparmiando e finalizzando le energie fisiche, proprio perché dispongono della capacità di saper leggere subito il significato di ciò che sta accadendo e di prendere subito le opportune decisioni.
La visione globale e serena di ciò che sta succedendo e di cosa sarebbe opportuno fare la può avere chi sta seduto in ammiraglia, dal suo personale punto di osservazione, ascoltando Radiocorsa e seguendo le immagini televisive (se disponibili) .
In questo caso la direttiva che viene data al corridore è il distillato di un’analisi completa effettuata da un osservatore competente il quale giudica il fenomeno dall’esterno elaborando le opportune previsioni.

Il vantaggio che ne può derivare è, a mio modo di vedere, significativo e ne abbiamo avuto subito conferma quando, all’inizio degli anni Novanta, alcuni team manager iniziarono ad impiegare queste tecnologie di comunicazione con competenza, avendo a disposizione atleti giovani, in grado di recepirne l’impiego e disponibili ad impararne le non semplici modalità operative.
La Federazione Ciclistica Italiana, che gestisce uno dei servizi di radio informazioni in corsa più avanzati al mondo, ha sperimentato queste tecnologie sin dai primissimi momenti anche nell’ambito delle squadre nazionali; ricordo ancora l’entusiasmo di Antonio Fusi (allora commissario tecnico) e dei suoi collaboratori, nell’effettuare le prime prove di collegamento sotto lo sguardo intelligente e curioso, talora estasiato, talora perplesso del grande saggio Alfredo Martini.
Le caratteristiche di questa metodica di comunicazione, se paragonata ad esempio con la comunicazione telefonica classica, sono l’immediatezza e la contemporaneità, elementi fondamentali per consentire agli atleti di una squadra di poter agire con modalità sincrone e sinergiche.
Un gruppo di atleti ben diretto via radio non sbaglia una mossa e finalizza il risultato.
Il collegamento radio rende l’atleta più consapevole di appartenere a un gruppo caratterizzato da un obiettivo comune e ottimizza il lavoro di squadra, soprattutto nei momenti di scarsa lucidità dovuta all’affaticamento .
Considerando che la sensorialità uditiva costituisce forse la più importante porta di ingresso al Sistema Nervoso Centrale, la comunicazione radio nel corso dell’evento agonistico costituisce, a mio modo di vedere, una stimolazione efficace delle aree corticali e determina un significativo apporto di tipo cognitivo, in grado di attivare risorse psicofisiche altrimenti non fruibili.  Rappresenta indubbiamente un’interessantissima applicazione nel campo delle Neuroscienze.
Qualcuno ha suggerito di evitare l’uso di questi dispositivi ma di consentire ai corridori l’ascolto di Radiocorsa, altri hanno enfatizzato l’aspetto di sicurezza degli atleti.
Il dibattito è aperto.  

Enrico Fagnani
Medico Audiologo – dipartimento di Neuroscienze e organi dei sensi
Fondazione Policlinico Mangiagalli Regina  Elena di Milano.



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