Ieri a Roma per la presentazione del prossimo Giro d’Italia c’era anche Moreno Moser, ex corridore e nipote di Francesco Moser. Per il trentino il ciclismo è cambiato meno di quanto si dica e nel suo essere concreto, ha spiegato come i numeri lascino meno spazio ai sogni. Moreno Moser, vincitore di Strade Bianche e oggi commentatore tecnico per Eurosport, racconta come vive lo sport dopo il ritiro, cosa cerca in una corsa e perché il Giro dovrebbe sorprendere di più.
Moser, si sente più sportivo adesso di quando correva?
«No, dai: era una battuta che facevamo prima, dietro le quinte. Però cerco di tenermi in forma e, nel senso di essere più completo, forse sì. Ai miei tempi il ciclista era molto concentrato sul proprio sport, poco aperto alle altre discipline. Quando smetti e cominci a provarne altre, ti accorgi che ti mancano mobilità, controllo, elasticità alle caviglie. Sono aspetti che ora cerco di allenare».
Com’è commentare il ciclismo invece di correrlo?
«Mi piace molto, devo dire la verità. Mi rendo conto di essere molto tecnico e, a volte, quasi freddo. Se mi ascolti su Eurosport, non mi soffermo sui paesi che attraversiamo: parlo della corsa. Cerco anche di essere pungente, ma in modo naturale, senza forzare la critica. Il ciclismo è uno sport complessissimo: ha dinamiche nascoste e regole non scritte. Se lo guardi in fretta, sembra semplice: vince chi taglia per primo il traguardo. Ma credo che serva almeno un anno e mezzo, partendo da zero, per capirlo davvero».
Il ciclismo di oggi è molto diverso da quello in cui correva lei? È diventato troppo tecnologico e regolato dai numeri?
«Non troverai in me il nostalgico che dice che una volta era tutto meglio. A volte si esagera nel dire che sia cambiato tutto. Anche rispetto a quarant’anni fa, le tattiche sono rimaste in gran parte le stesse. Mio zio Francesco correva cinquant’anni fa: quando guarda oggi una gara, riconosce dinamiche strategiche simili a quelle che viveva lui in gruppo».
Può farci qualche esempio?
«Sono cambiati i materiali, è aumentata la velocità. E le strategie sono più influenzate dai preparatori e dai performance coach: oggi si sa meglio che cosa un corridore può fare. È un bene, perché aiuta a conoscere i propri limiti e le proprie possibilità. Ma c’è anche un lato negativo: se i numeri dicono che non puoi stare con i primi, rischi di sentirti già spacciato. Quando si misurava meno, forse restava più spazio per sognare: potevi svegliarti e pensare oggi sto bene. Adesso il preparatore può dirti che, secondo i dati, non è giornata: meglio andare in fuga o lavorare per un compagno».
Siamo a Roma per la presentazione del Giro. Che corsa si aspetta?
«Un Giro molto combattuto, disegnato con intelligenza: bello e divertente. Ci sono tanti arrivi in salita, ma anche tappe mosse. Delle prime tre si è parlato poco, ma potrebbero essere adatte a corridori come Van der Poel o Pedersen, senza una volata scontata. È un Giro che mi piace parecchio. Mi sembra quasi che qualcuno abbia ascoltato le idee che ho sostenuto sui social e a Eurosport».
Come dovrebbe essere, secondo lei, un Giro?
«Dovrebbe avere grandi salite iconiche, da riproporre nel tempo, e finali su circuiti con uno strappo capace di lasciare un dubbio: può arrivare la fuga, può esserci la volata oppure un’azione nel finale. Non sono contro le volate, ma quelle davvero scontate mi sembrano un po’ anacronistiche, in un’epoca in cui i tempi dei media sono più rapidi e il pubblico cerca emozioni continue. Guardare cinque ore di corsa sapendo che conta soltanto l’ultimo chilometro, non so. So che queste parole mi attireranno critiche, ma mi piacerebbe vedere un finale che tenga aperte più possibilità. Uno strappo a dieci chilometri dall’arrivo, per esempio, potrebbe bastare a creare incertezza: non serve per forza inventare l’imprevisto».
Chi le piacerebbe vedere al via?
«Mi piacerebbe vedere Seixas e Del Toro. Spero anche che venga Remco Evenepoel, ma non so se sarà così: con quelle due cronometro lunghe e piatte al Tour, forse punterà su quella corsa».

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