Sono gli anni di pace, in Italia e nel mondo, gli anni ’30. Ma sono gli anni intensi e incandescenti di Guerra, a Napoli e in Campania. Si era di fatto già annunciato nel 1929, con la vittoria della Benevento - Napoli, quarta e ultima tappa di quella edizione già raccontata del Campania, Learco Guerra. Ma di fatto l’epopea di Guerra, Learco Antenore Giuseppe, una sequenza di nomi propri all’anagrafe roboante, nato a San Nicolò Po, Mantova, nell’ottobre 1902, vive la sua magia e la sua totale ragione di essere e persistere ancora oggi che le strade parlano, di lui come sovrano democratico partenopeo, nell’arco in cielo degli anni ’30. Arrivato tardi al ciclismo, da ragazzo aveva fatto il muratore, e diventato presto, sotto la guida di Costante Girardengo, l’antitesi tecnica e umana dell’invincibile Alfredo Binda - il number one insostenibile dell’epoca -, Learco Guerra, una qualità inarrivata di passista, ‘la locomotiva umana’ della ancora umile mitologia del tempo, sorridente e generoso, ogni oltre limite, e franco ben oltre dell’algido e ieratico Binda, a Napoli aveva fatto già breccia, e nel suo pubblico, di lato in fondo alla Grande Città. La sua irruzione sentimentale nell’animo caliente della Campania, più che al traguardo parziale di Napoli già citato se non alla Coppa Diamante a Sala Consilina dello stesso anno, noi la identifichiamo nella Coppa Caivano, prova di Coppa Italia del 1930, che fu di fatto il detonatore - sarà stata la folla oceanica che animava di fuori e di dentro di passione ciclistica, l’hinterland partenopeo - della sintonia commovente Guerra/Napoli vs Campania.
Guerra trovava da noi il pueblo che invoca il ciclista per carezzare il suo sforzo, allora più certo che non ora, sovrumano. Guerra, ben prima, poniamo di Maradona, bruni entrambi, guardateli insieme, lui sarà in bianco e nero Diego a colori, in un parallelo più intrepido che ardito, ma nella stessa partitura di cuori all’unisono, di cuori dal basso, perché un applauso fosse straripante in alto. Guerra, non un violino da camera, ma un hurrah a cielo aperto.
E il Guerra altrui e nostrano, quanto ancora di singolare ci sovviene, vincerà il Campania per uno storico tris nel 1932, nel ’34 e nel ’35. Tre e non una serie di quattro, soltanto perché - ci sovviene - nel 1933 non si corse…
Nel 1932, data che segna il definito ritorno a gara in linea per il Campania, con l’organizzazione del Mezzogiorno Sportivo e la passione scalpitante del direttore Felice Scandone, Learco Guerra (Maino) superò allo sprint Alfredo Binda (Legnano), giusto il suo rivale designato, e Michele Mara (Bianchi) in una gara valida come prima prova di Campionato Italiano, con partenza e arrivo a Napoli. E Guerra, per inciso, veniva osannato quel giorno di aprile al vertice massimo, lui che veniva dall’aver conquistato l’anno prima, a Copenhagen, il titolo di campione del mondo, la sola volta che il Mondiale su strada fu aggiudicato contro il tempo.
Raccontiamo così di Campania realmente al centro dell’attenzione del ciclismo nazionale, in quella stagione, tappa spesso obbligata perché la nostra gara era inserita nella Challenge a punti valida per la conquista del titolo italiano. E questo comportava di fatto la presenza al via delle squadre di industrie ciclistiche dominanti, dalla Maino alla Bianchi, dalla Legnano alla Wolsit, dalla Olympia alla Dei...
Nel 1934, Guerra (Maino) vinse davanti a Mario Cipriani e a Joseph Soffietti (entambi della Frejus), con Giuseppe Olmo e Alfredo Binda quarto e quinto. «Guerra ha mantenuto la promessa», titolava allora un foglio dell’epoca, raccontando di una edizione flagellata dal cattivo tempo - «docce forzate per gli atleti» - e di un percorso da Napoli (Piazza Nazionale) a Napoli (Arenaccia) che per la prima volta presentava il Valico di Chiunzi, dopo aver affrontato le abituali salite del Sannio e dell’entroterra, e trovava il suo clou finale nella salita di Santa Maria del Pianto, una sorta di Poggio da Sanremo, dopo Casoria e Arpino…
Al terzo e ultimo successo, Guerra superò, ancora in volata, perché Guerra fu anche velocista di gran fondo, oltre che passista e cronoman mille stagioni prima delle attualità, Giuseppe Olmo (Bianchi) e Giuseppe Martano (Frejus). Ad oggi, nessuno più avrebbe eguagliato e tantomeno superato il record di Guerra. Coppi, Moser, Bitossi, Saronni, si fermeranno a due vittorie, nell’albo d’oro.
E in fondo, mica tanto in fondo, che il tempo confermi ben oltre queste pagine l’infinito Guerra in Campania. Si raccontava di lui che per l’attesa straripante di un suo arrivo all’Arenaccia, si spostò addirittura l’orario di un funerale, a Napoli. Chissà, o neanche chissà, se solo sbirciamo la massa di appassionati che sembrano uscire fuori ancora dal dettaglio delle foto di allora. L’amore è una intesa perfetta, talora. In Guerra, per Napoli, di sicuro, biunivoca, se solo vi ricordiamo come la sua ultima vittoria in carriera Learco Guerra da Mantova l’abbia siglata a Napoli per una sfumatura di cuore in più al Giro d’Italia del 1937. Anche se il Campania, l’anno dopo, l’avrebbe tuttavia sfiorato: secondo nella seconda frazione, cosa vuoi che sia una mezza ruota dal primo, Leoni, Napoli bel suol d’amore, e terzo nella classifica finale a punti.
Sarebbe scomparso, Guerra, ce ne parlava mia madre, ed è sempre lo stesso libro, a soli 60 anni. Per il morbo di Parkinson, quale esito beffardo, la malattia del tremore inconsulto, per lui che era stato per sempre - a passo scandito - la «locomotiva umana».
Da «La storia del Giro di Campania» di Gian Paolo Porreca, LeVarie edizioni
da tuttoBICI di ottobre

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