«Il piano era attaccare sul Civiglio e così ho fatto. Inizialmente non ho fatto una mossa decisa, sono salito di progressione con la speranza che tutti si staccassero. Dalla radio mi aggiornavano sui distacchi, ad inizio discesa mi hanno detto che avevo 10 secondi e ho capito che avevo una possibilità di arrivare, ma dovevo gestirmi. Ho fatto una specie di cronometro, ho dato tutto e il percorso era dalla mia perché le curve e i sali e scendi si addicevano bene a un attacco solitario. Quando ho passato la seconda ed ultima scalata del San Fermo da solo ho realizzato che era fatta, dovevo solo non prendere troppi rischi in discesa e arrivare fino alla fine » racconta Seixas che è stato protagonista di un'annata pazzesca. Da giovane predestinato, ad appena diciannove anni ha raggiunto la sua prima vittoria tra i prof in Portogallo e da quel momento non si è più fermato. Il giro dei Paesi Baschi, la freccia Vallone, secondo alle Strade Bianche e alla Liegi e il podio del tour appena sfiorato, i numeri del giovane talento francese sono pazzeschi, ma è solo l’inizio. «Non mi interessa essere il più giovane, voglio solo vincere e spero che questo successo sia di ispirazione al mio paese come lo è stato quello di Thibaut Pinot 8 anni fa»
Nella conferenza stampa post Lombardia Paul Seixas parla deciso, l’emozione è palpabile ma il francesino va dritto per la sua strada. Il suo racconto parla della realizzazione del sogno di vincere una grande corsa, la gestione della pressione in tutti i grandi appuntamenti, ma soprattutto un’assoluta consapevolezza dei suoi mezzi e di dove vuole arrivare. A chi dice che è il presente e il futuro del ciclismo risponde che nessuno ha il destino scritto, non è il secondo migliore del gruppo (dopo Pogacar), quanto piuttosto uno dei tanti che cercano di sfidare l’atleta sloveno. «Le cose non accadono per magia, le devi costruire con fatica, ma devi sempre tenere conto che non sempre va tutto secondo i piani. Alcune volte si vince, molte altre si perde, ma non bisogna fermarsi a quel risultato e rinunciare. Gli sbagli fanno parte del gioco, ma è da quelli che bisogna ripartire, impegnarsi ancora di più ed è proprio dopo queste difficoltà che arrivano le vittorie più belle. E’ strano avere tra le mani una corsa monumento, l’anno scorso ero alla prima partecipazione da neo prof e già mi sembrava pazzesco così. In queste due stagioni sono successe delle cose incredibili, ma non sono arrivate per caso, ho lavorato duramente e ho capito che le delusioni non ci devono condizionare, sono qualcosa di passeggero che bisogna mettere da parte per poi andare avanti» spiega Seixas che nella sua analisi ci fa dimenticare per un momento di essere davanti ad un ragazzo di appena 20 anni che ha semplicemente assaggiato il mondo del ciclismo. Se nell’aspetto è un giovane, nella mente sembra già aver capito il funzionamento del gioco e il punto massimo a cui vuole ambire.
La domanda è nell’aria, un collega francese la pone in modo indiretto, ma alla fine è lo stesso Seixas a parlare dell’elefante nella stanza: Tadej Pogacar. Con l’ex campione del mondo al via le cose sarebbero state diverse, il francese ne è più che certo, impossibile paragonare quindi la Liegi chiusa alle sue spalle con la corsa di oggi che mancava del suo probabile protagonista. Mentre affronta il problema, se così vogliamo proprio chiamarlo, Seixas lo fa in modo diretto, senza troppi giri di parole ammettendo che il suo obiettivo più grande è diventare non solo il migliore del gruppo in futuro, ma battere Pogacar oggi, quando è al vertice del ciclismo mondiale. «Voglio diventare il migliore al mondo, ma adesso è Tadej ad esserlo e il fatto di essere dietro di lui è una motivazione per migliorare. Avere in gruppo un fuoriclasse come lui fa bene al ciclismo, già correre contro di lui è un sogno e il mio obiettivo per l’anno prossimo è essere al suo livello, ma non sono in gruppo ad avere questo sogno. Chissà, forse non riuscirò mai a raggiungerlo, ma bisogna prima di tutto provare».
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