Rimandato l’appuntamento con la storia, non potendo l’acciaccato Pogacar superare il primato di vittorie di Coppi già eguagliato, il Lombardia cerca il successore dello sloveno, vincitore delle ultime cinque edizioni in fila. Di sicuro la corsa si consegnerà a un corridore degno: non potrebbe essere altrimenti dopo 239 chilometri con 4600 metri di dislivello, che assegnano al mondiale d’autunno il meritato titolo di classica più dura a braccetto con la Liegi. Nell’alternanza fra partenze e arrivi stavolta si va da Bergamo a Como, con salite tradizionali (Selvino, Berbenno, Ghisallo, Civiglio e il doppio San Fermo della Battaglia prima della picchiata verso il lago) e una novità assoluta: la Giovenzana, tre chilometri e mezzo con pendenza del 9 per cento e punte del 16, che a un centinaio di chilometri dall’arrivo farà da spartiacque. Detto che l’ultima gioia italiana l’ha firmata Nibali nove anni fa, ecco le dieci facce che si candidano a rimpiazzare Pogacar nell’albo d’oro.
Remco Evenepoel. Vince perché il fresco titolo europeo è una motivazione in più, perché nelle ultime due edizioni si è arreso soltanto a Pogacar, perché con questa classica ha un conto aperto dal brutto incidente di sei anni fa. Non vince perché anche i fenomeni hanno passaggi a vuoto.
Giulio Ciccone. Vince perché è la classica che predilige, perché è l’italiano che negli ultimi anni è salito sul podio di Lombardia e Liegi, perché la rabbia per l’Europeo sfumato per tre millimetri gli darà ulteriore spinta. Non vince perché collezionare piazzamenti non è garanzia di successo.
Paul Seixas. Vince perché nelle classiche più dure ha dimostrato di saper star davanti, perché la sua classe non ha limiti, perché dopo il mondiale ha risparmiato energie pensando a questa corsa. Non vince perché a vent’anni nel finale di gare così lunghe va forte ma non fortissimo.
Isaac Del Toro. Vince perché in assenza di Pogacar sa farne benissimo le veci, perché nell’ultimo mese è sempre stato in prima linea, perché al debutto in questa corsa un anno fa ha chiuso quinto. Non vince perché su tracciati così lunghi nel finale paga ancora dazio alla fatica.
Brandon McNulty. Vince perché la maglia iridata sembra avergli dato una marcia in più, perché non ha timore dei percorsi più severi, perché correre con Adam Yates al fianco è un vantaggio che altri non hanno. Non vince perché non è più una sorpresa e la concorrenza è ampia.
Davide Piganzoli. Vince perché è in un momento di forma esaltante, perché oltre ad andar forte corre con grande sapienza tattica, perché più cattivo è il tracciato e meno rivali trova. Non vince perché in squadra ha Jorgenson che va fortissimo e la corsa potrebbe mettersi bene per lui.
Tom Pidcock. Vince perché una grande classica l’ha sfiorata ma non ancora centrata, perché anche lui al debutto un anno fa ha fatto subito bene, perché è da un mese che sta andando fortissimo. Non vince perché nei finali delle corse più dure non sempre ha l’istinto del killer.
Quinn Simmons. Vince perché nell’ultimo mese non è mai uscito dai primi cinque, perché un anno fa al debutto si è fermato ai piedi del podio, perché è uno di quelli che quando il gioco si fa duro ama giocare. Non vince perché i giochi tattici potrebbero costringerlo ad aiutare Ciccone.
Ben Healy. Vince perché le classiche più toste sono quelle che lo ispirano, perché un percorso come questo è l’ideale per gli attaccanti, perché prima o poi una grande classica la centra. Non vince perché col suo modo di correre spende in anticipo le energie che servono nel finale.
Oscar Onley. Vince perché è adatto ai percorsi più difficili, perché salire sul podio al giro dell’Emilia è un bel segnale, perché ha un’intera squadra a disposizione. Non vince perché a 23 anni le cose migliori le ha fatte nei grandi giri senza lasciare il segno nelle gare di un giorno.