Bracciano. Il passaggio a livello è chiuso, le sbarre abbassate, non rimane che aspettare. E i due ciclisti aspettano che il treno arrivi e scompaia. Il ciclista a sinistra è seduto sulla canna, il peso appoggiato sulla gamba sinistra e sul gomito destro, indossa una maglia sociale sopra un dolcevita, insoliti calzettoni alti quasi al ginocchio e un berrettino. Il ciclista a destra è in piedi con la bici fra le gambe, porta la maglia della S.S. Lazio sponsorizzata da Zucchet, l’azienda di derattizzazione e disinfestazione fondata dal pordenonese (era di Fiume Veneto) Eduino Zucchet, promotore e organizzatore di sport, circola un’immagine che lo ritrae mentre stringe la mano a Rocky Marciano. Socrate coglie i due ciclisti alle spalle e li fotografa senza che neanche se ne accorgano. A occhio, considerando bici e maglie, sono gli anni Settanta.
Socrate, a Bracciano, è sempre stato il fotografo, non il filosofo. Lo è ancora adesso che non c’è più. Un’agile retrospettiva delle fotografie di Socrate Pontanari aprirà il Festival del Turismo Lento, organizzato dall’associazione Ti con Zero/Cammino dei Vulcani a Bracciano dal 9 all’11 ottobre, e sarà mostrata e commentata durante un incontro nell’Archivio civico che accoglierà anche le parole di Alfredo Di Giovampaolo, giornalista e autore di “Sulla strada – Territori, persone e storie a due ruote” su Rai News 24, e le note del pianista Francesco Gazzara. Una cinquantina di foto, quelle di Socrate, divise in due parti, la prima dedicata al paesaggio, la seconda alla gente, pensate e volute come un omaggio, una dedica, un contributo.
Socrate che era cresciuto con il bianco e nero e poi fu tentato dal colore. Socrate che prima gestiva un bar, poi un negozio di musica, ma quando gli veniva la voglia, lasciava perdere il lavoro, e a Maria Pia, la moglie (e a chi sennò?), chiedeva di badare lei. Socrate che ogni scusa era buona, se il cielo era a pecorelle o la pioggia cadeva a catinelle, se il sole era folgorante e la neve abbagliante, se era l’alba o il tramonto, se era una manifestazione o una processione, se era una scuola o una gita, poi gli capitava di imbattersi in due ciclisti bloccati da un passaggio a livello chiuso, sorprenderli alle spalle, puntare l’obiettivo e scattare una foto.
Socrate che amava i Beatles e Simon & Garfunkel, che adorava le colonne sonore di Ennio Morricone, che stravedeva per i western e la fantascienza. Socrate che si concedeva un camparino o un negroni, che si arrendeva ai filetti di pesci del lago, che si scioglieva ai sampietrini in padella al finocchietto selvatico con il contorno di misticanza con i raponzoli, che guidava solo Renault, che non fumava perché aveva 13 anni quando si fece una sigaretta con i mozziconi e stette così male che non ci provò mai più.
Socrate che è la memoria fotografica di Bracciano. Socrate che fu tra i fondatori dell’Associazione Fotocineamatori di Bracciano. Socrate che si caricava delle sue Nikon (ma fotografava anche con le macchinette instamatic e alla fine anche con i telefonini), le affidava anche a Maria Pia, convincendola a diventare sua assistente. E nell’archivio di Socrate c’è, di Bracciano, la storia e la geografia, gli abitanti e i protagonisti, gli sguardi e i gesti. In bianco e nero, tanto, ma anche a colori. Un’eredità, oggi, enorme, preziosa, imprescindibile. Di tutto si potrebbe allestire almeno una mostra. Su Bracciano, e per Bracciano, girò anche due documentari. E sulla lapide della tomba, nel cimitero di Bracciano, Socrate è ritratto con la macchina fotografica.
Due mesi dopo la morte, il giorno del sessantesimo anniversario di matrimonio, emerse magicamente una lettera che Socrate aveva scritto a moglie e figli. Un dono inatteso. Ai figli raccomandava: “Siate sempre voi stessi”. Con la moglie confessava: “Ciao mia cara, scusami tanto se ti ho dato molto da fare, ma ne avevo bisogno”.
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