Il tempo è tiranno, ma lo è anche lo spazio. Anzi, i due sono complici: il tempo satura lo spazio. E con il Covid o l’estate, arriva il momento del repulisti. Si comincia puntando a liberare la soffitta, ci si accontenta di liquidare uno scatolone. E fra buste, cartelle e faldoni, spuntano ritagli irrinunciabili. Come questo mio articolo su Vittorio Magni: “La Gazzetta dello Sport” dell’11 febbraio 1999.
Con un cognome così. “Non potevo che fare il ciclista – ammette Vittorio Magni -. Fiorenzo è nato a Vajano di Prato, niente a che vedere con me e mio fratello Secondo, di Massarella, vicino a Firenze. Perché Secondo non era secondo a nessuno. Nella sua carriera agonistica vinse 140 corse. La prima corsa cui partecipò, li staccò tutti. Nella seconda conquistò il campionato toscano. Aveva sei anni più di me: lui alto, bello e 140 vittorie in carriera, io piccolino e al massimo avrei potuto dargli una mano”.
Con un passato così. “Ho cominciato a c0rrere nel 1938, avevo 20 anni, sulla bicicletta ereditata da mio fratello – ricorda Vittorio Magni, che da 50 anni abita a Milano -. La prima corsa sono arrivato secondo su cinque, in volata. Il 1° aprile 1939 ricevetti la cartolina militare, in anticipo per via della guerra: prima l’addestramento in Sicilia, poi la Russia. Viaggio di sola andata, e se sono tornato, lo devo soltanto a un ufficiale, tifoso di mio fratello”.
Con una memoria così. “Bartali, Coppi e anche mio fratello Secondo erano di un’altra categoria – giura Vittorio Magni, che è vispo perché ha la passione del ballo -. Loro erano campioni. Io ero solo un gregario: mi sapevo difendere in salita, sapevo stringere i denti, sapevo fermarmi alle fontane, riempire le borracce e portare l’acqua. L’unica volta che sono stato lì lì con Coppi è stato nella tappa di Viareggio al Giro d’Italia del 1948. A Pistoia si scatenò un diluvio, pioveva così forte e così tanto che non si vedeva neanche la strada, alla sua ruota rimasi soltanto io, poi ci raggiunsero e vinse Casola. Ma sentirsi l’unico, dietro Coppi, fu come una vittoria”.
Con un cuore così. “Nelle categorie minori ho vinto una quarantina di corse, di cui 12 l’ultimo anno da dilettante, nel 1946 – ammonisce Vittorio Magni, che ha sempre la passione per il ciclismo -. Poi sono stato professionista dal 1947 al 1951, con Welter e Bottecchia. Da professionista non ho mai vinto, però alla fine del Tour de France del 1948, quello vinto da Gino Bartali, ho avuto il mio momento di gloria. Il Parco dei Principi era stracolmo di gente, un’emozione solo a esserci. Figurarsi quando lo speaker mi ha chiamato e mi ha fatto fare il giro d’onore come il corridore più giovane del Tour. Ma non era mica vero. E’ che avevano sbagliato la mia data di nascita: 1928 invece di 1918. Mi premiarono perché avevo solo 20 anni, invece ne avevo 30. Ma non dissi niente. Era troppo bello”.
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