Il tempo è tiranno, ma lo è anche lo spazio. Anzi, i due sono complici: il tempo satura lo spazio. E con il Covid o l’estate, arriva il momento del repulisti. Si comincia puntando a liberare la soffitta, ci si accontenta di liquidare uno scatolone. E fra buste, cartelle e faldoni, spuntano ritagli irrinunciabili. Come questo mio articolo su Giorgio Albani: “La Gazzetta dello Sport”, 9 febbraio 1999.
La prima corsa. “La prima corsa – ricorda Giorgio Albani, che aveva 15 anni e veniva, in bici, da Monza – l’ho fatta nel settembre del ’44, a Milano. Tempo di guerra. Si chiamava Coppa Isolina Caldirola, e correvano tutti insieme, dai dilettanti agli allievi. Mi presentai così com’ero: una maglia comune, però biancazzurra, pantaloncini normali, però costi, scarpe normali, però con le calze bianche. E la bici era sportiva, adattata con manubrio da corsa, cambio Simplex a tre rapporti, e i parafanghi per non dare nell’occhio quando uscii da casa. Ero figlio unico, e i miei genitori non volevano che corressi. Alla partenza tutti ridevano di me. All’arrivo tutti mi facevano i complimenti. Perché vinse Valeriano Zanazzi, e io arrivai in gruppo, una quarantina”.
La prima bici da corsa. “La prima bici da corsa – giura Giorgio Albani, che dal ’45 al ’49 è stato dilettante, e al Lombardia del ’49 è stato indipendente, e dal ’50 per 10 anni è stato professionista – me l’ha regalata il Pedale Monzese, cambio a bacchetta, che per cambiare ci si metteva di più, ma era più sicuro. La verità è che quella bici l’aveva usata l’anno prima un corridore grande e grosso, e il telaio era troppo alto per me. ‘Ti verrà buona per la crescita’, mi dissero, e via andare”.
La prima paura. “La prima paura – sospira Giorgio Albani, che 55 anni dopo la prima volta continua a emozionarsi per certe imprese sui pedali – fu proprio il Lombardia del ’49. Pioveva, e ai piedi del Ghisallo la strada era sterrata, il fondo argilloso. Fausto Coppi era così potente che spannò il pignone del 22 e fu costretto a mettere la catena sul 20. Io l’avevo sul 23. Al primo falsopiano ci salutò e lo rivedemmo solo all’arrivo”.
La prima regola. “La prima regola – ammette Giorgio Albani che, mollata la bici, è diventato direttore sportivo (anche di Merckx) e ora è direttore di corsa, anche al Giro d’Italia – me l’ha insegnata Fiorenzo Magni. Fino al ’56 mi allenavo tutti i giorni con lui. Appuntamento alle otto e un quarto in garage da lui, subito dopo che era finito il viavai degli operai che andavano in fabbrica. Poi Lecco-Bellano-Tartavalle-Balisio-Lecco-Monza, totale 155 km. Mai accorciato il percorso. Allungato sì”.
La prima pista. “La prima pista era il Vigorelli – dice Giorgio Albani, che oggi a inviti, feste e raduni dice sempre di no, forse per non andare là dove lo porta il cuore -. Il Vigorelli era la Scala, mi eccitava più di una classica, dopo una riunione fino alle tre di notte non chiudevo occhio. Partecipai a una decina di americane in tre anni, sempre in coppia con Fiorenzo Crippa, finché un giorno ci divisero. Perché non guardavamo in faccia a nessuno, e questo non era permesso”.
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