«Tadej Pogacar? E’ bello accoglierlo nel club dei cinque, dove siamo due francesi, io e il mio “maestro” Jacques Anquetil. Cosa aspettarsi ancora da lui, un sesto ed un settimo Tour, oltre ad altri record battuti con una superiorità che fa bene e non male al ciclismo. Ti metti davanti al televisore e ti godi lo show che arriva».
A consegnare la tessera esclusiva di ingresso tra i vincitori di cinque Grande Boucle, da Strambino, a margine della presentazione del Tour de l’Avenir di cui è molto di più che testimonial, Bernard Hinault esprime tutta la propria ammirazione nei confronti dello sloveno.
Perchè lei segue così da vicino i giovani talenti?
«Perchè in loro capti il futuro. Ho avuto il privilegio di vedere Pogacar dominare al Tour de l’Avenir nel 2019 e quindi, nel 2020, il campione sloveno era già primo nella classifica generale alla premiazione parigina del Tour de France. Osservare i corridori che emergono, penso anche a Del Toro ed a Seixas, dà l’idea di quanto il Tour dei Giovani” sia un passaggio fondamentale per chi si affaccia sulla massima ribalta, non a caso inserito a pieno titolo nella futura, non troppo, orbita World Tour».
Hinault, adesso aspettiamoci che Tadej vinca tre Giri nello stesso anno?
«Ebbene si, lo penso, sapendosi gestire con la preparazione ed affrontando saggiamente lo stacco tra una corsa a tappa e l’altra. Il resto lo fa chiaramente la sua grandezza, il modo emozionante in cui corre».
Prima di passare alle nostre attese su Finn, cosa ha visto in Paul Seixas lo scorso anno all’Avenir?
«Fu un momento importante per il ciclismo francese, sono scaturite grandi speranze il successo di quel ragazzo di appena 18 anni allora, perchè i 19 li avrebbe compiuti durante i mondiali di Kigali. Aveva già vinto il Mondiale Junior a cronometro, è stata una consacrazione avvenuta dall’altra parte del piccolo San Bernardo».
Di lì a pochi giorni dalla rassegna iridata rwandese l’enfant prodige della Decathlon CGM avrebbe fatto bronzo all’Europeo in Ardeche…. Perchè ha sostenuto fermamente che Seixas non dovesse fare il Tour?
«Non fraintendetemi. Farà ancora grandi progressi, ma si sono generate inevitabili enormi pressioni nei suoi confronti. La gradualità, ad esempio Pogacar, l’ha perseguita da under 23. Per Paul non è stato facile reggere lo sforzo, anche mentale, pur accompagnato da una squadra attrezzata. I suoi numeri li avete visti, ha coraggio da vendere. Ma fino a quando c’è in giro Pogacar la lotta per il primo posto è preclusa a tutti».
Facciamo un gioco: tra i rivali italiani chi l’ha più impensierita tra Moser o Saronni?
«Quando venivo in Italia avevo tutti contro ed era normale che fosse così, penso di essermela cavata bene, comunque…».
Cosa le lascia negli occhi l’ultima frazione del Tour esplosa a Montmartre?
«Pogacar fa bene a vince re più che può, mi riconosco in chi corre con quello spirito e lo show garantito ti cattura appunto davanti allo schermo o a bordo strada».
Epperò solo una maglia gialla ha vinto a Parigi l’ultimo giorno…
«Il sottoscritto, ai Campi Elisi nel 1982. Pogacar riproverà, intanto chapeau a Van der Poel ed alla sua “sparata”».
Non dimentichiamo Lorenzo Finn, campione del mondo under 23. Cosa pensa di lui?
«Ha tutto per subentrare in albo d’oro a Seixas (manca una vittoria italiana dal 1973 con Baronchelli), apprezzo la strategia di inserimento tra i professionisti adottata dai suoi tecnici ed ha già dimostrato solidità. Come sempre sarà bello scoprire meglio lui e altri ragazzi che fanno parte dei team sviluppo, inseriti da quest’anno».
Cosa ci attende tra meno di un mese?
«Dalla Normandia a Ceresole Reale avremo un crescendo, nel quale la prima scrematura delle ambizioni verrà fatta dalla cronometro. Martedì 25 agosto arriviamo all’Iseran dalla Val d’Isere, un’ascesa lunga trenta chilometri, mercoledì 26 da Strambino a Ceresole Lago Serrù il canovaccio sarà simile. Due giorni di gran finale dove sarà grande battaglia, nella tradizione del Tour de l’’Avenir».
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