Il nuovo riferimento fissato da Tadej Pogačar sull’Alpe d’Huez ha riaperto una domanda che accompagna ogni confronto tra epoche: quanto del vantaggio attuale dipende dal talento e quanto dai progressi di allenamento, nutrizione e tecnologia?
Il dato di partenza è noto e forse è già storia... Pogačar ha percorso la salita in 35’27”, contro i 36’50” attribuiti a Marco Pantani nel 1995. Il gap è di 83 secondi, pari al 3,76% di tempo in meno e a una velocità media superiore di circa il 3,9%. Ma questo divario non può essere letto come una misura pura dell’evoluzione scientifica. Cambiano la lunghezza della tappa, il dispendio precedente, il vento, la tattica, la protezione aerodinamica, il peso del sistema atleta-bicicletta e, naturalmente, le caratteristiche individuali.
Il ciclismo degli anni Novanta non era privo di conoscenze fisiologiche. I professionisti conoscevano già la soglia, il lavoro in altura, le ripetute e la periodizzazione. La differenza è che oggi la preparazione è diventata un processo continuo di misurazione e correzione. Potenza, lattato, VO₂max, carico interno, recupero e “durability” vengono integrati in un unico sistema decisionale. Non conta soltanto quanto forte un corridore possa andare da fresco, ma quanto riesca a conservare quella potenza dopo quattro o cinque ore.
Gli studi mostrano che la distribuzione del carico può produrre variazioni rilevanti. In ciclisti allenati, sei settimane di lavoro polarizzato hanno determinato incrementi della potenza di picco dell’8%, contro il 3% di un programma maggiormente concentrato sulla soglia. In un altro esperimento su ciclisti di élite, tre settimane di intervalli brevi hanno migliorato del 4,7% la potenza media su venti minuti, mentre il gruppo sottoposto a intervalli più lunghi non ha registrato progressi comparabili. Anche la forza, ormai stabilmente inserita nei programmi, ha mostrato effetti favorevoli sulle prove contro il tempo.
Questi numeri, però, non possono essere trasferiti direttamente al confronto Pogačar-Pantani. Pantani non era un atleta allenato male. Il vantaggio storico non coincide con l’effetto pieno osservato in laboratorio, ma con la parte residua ottenuta da una selezione più accurata dei metodi, da una maggiore personalizzazione e dalla riduzione degli errori. La rivoluzione nutrizionale è altrettanto significativa. Anche negli anni Novanta i corridori dei grandi giri assumevano quantità enormi di carboidrati: una rilevazione del 1998 documentò oltre 800 grammi al giorno. Ciò che è cambiato è soprattutto la distribuzione durante la corsa. Prima del 2010 erano frequenti apporti di 30-60 grammi l’ora; oggi, nelle tappe più esigenti, si arriva sistematicamente a 90-120 grammi l’ora, attraverso miscele di glucosio e fruttosio calibrate su durata e intensità.
La differenza è sostanziale. In quattro ore, passare da 23 a 90 grammi l’ora significa introdurre circa 268 grammi di carboidrati in più, equivalenti a oltre mille chilocalorie. Non tutta questa energia viene utilizzata immediatamente, ma il beneficio principale è conservare glicogeno muscolare ed epatico e arrivare alla salita finale con una minore perdita di potenza.
Quanto vale tutto questo sul cronometro? Una stima prudenziale, costruita combinando i risultati disponibili senza sommarli meccanicamente, colloca il vantaggio attribuibile alla moderna integrazione tra allenamento e nutrizione tra l’1,3% e il 3% del tempo. Su una salita di circa 36 minuti significa tra 29 e 66 secondi, con una stima centrale prossima ai 44 secondi.
Aggiungendo materiale, massa del sistema, aerodinamica e condizioni di gara, l’intervallo complessivo sale plausibilmente tra il 2,2% e il 5,6%, cioè tra 48 e 123 secondi. Gli 83 secondi osservati tra Pogačar e Pantani rientrano dunque pienamente in questo campo.
Il punto scientificamente più importante è un altro. Il vantaggio moderno non nasce da una singola invenzione, ma dalla somma di piccole riduzioni di inefficienza: meno allenamenti improduttivi, minore errore nella prescrizione, migliore alimentazione in corsa, recupero più rapido, gestione più precisa del peso e dei carichi. Il record di Pogačar è, quindi, compatibile con l’evoluzione della scienza applicata al ciclismo. Non ne costituisce, però, una prova causale. Il cronometro misura il risultato; non separa da solo talento, tecnologia, contesto e fisiologia. La statistica può delimitare il campo del plausibile, ma non può trasformare una prestazione in un verdetto.
Giovanni Di Trapani è primo ricercatore al CNR attualmente in distacco presso la Presidenza del Consiglio: coordina la struttura di supporto del Commissario Bagnoli Coroglio.