Poi arriva lui è le strade si illuminano, si riempiono e vibrano, risuonano di festa e stupore: meraviglia. È tornato alla sua maniera Tadej Pogacar. Prima tappa del Giro di Svizzera, da Sondrio a Sondrio, una tappa disegnata in maniera stupenda e interpretata dai corridori come meglio non potevano fare. Il folle sloveno spacca la corsa a 70 chilometri dal traguardo e la corsa letteralmente esplode. Da quel momento in poi è la sublimazione del nostro sport, con la gente che si da appuntamento sulle strade della Valtellina, con il desiderio di vederlo passare: da solo, con la sua bella maglia di campione del mondo e quel numero che è semplicemente una conferma di quello che è. Un numero uno.
Poi arriva lui e il ciclismo diventa un’altra cosa, perché Tadej Pogacar non è solo paragone o simbolo, è semplicemente una leggenda che pedala e lo fa dando costantemente spettacolo, divertendosi come un matto e come pazzi gli “aficionados” lo accolgono festanti. Ha qualcosa di diverso e di magico questo ragazzo, qualcosa di antico e di eterno che è difficile da indentificare e catalogare, ma arriva diretto ai cuori delle persone, degli appassionati, che lo amano come nessuno.
Mesi di corse controllate, tappe prevedibili, che si sono decise sul filo dei secondi dopo attacchi portati negli ultimi chilometri. Arriva lui e scompagina le carte, stravolge nuovamente la metrica, cambia ulteriormente le note, suona ad orecchio quello che gli pare e gli piace e produce sinfonia celestiale.
Poi arriva lui e le strade si riempiono di entusiasmo, di elettrica passione, di bramosia festante: devo esserci, devo vederlo. Lui è lì, in maglia arcobaleno, che ti sfila davanti al naso, davanti agli occhi: ne senti il respiro, ne percepisci il talento assoluto.
Poi arriva lui e si unisce ai talenti di Pelé e Maradona, Messi e Cruijff, Usain Bolt e Sergei Bubka, oggi Mondo Duplantis, che al pari di Taddeo sta riscrivendo la storia del suo sport e forse qualcosa di analogo lo stanno facendo Sinner e Kimi Antonelli.
Poi arriva lui e ci riporta con i piedi per terra, anche se poi lui sa solo spiccare il volo, in un solipsismo etereo che va solo ammirato come opera d’arte. Dodici giorni di gare, dieci vittorie, 118 in carriera, numeri da cannibale, rigorosamente con la C minuscola, perché questa spetta solo a Eduard Louis Joseph Merckx, per tutti e per sempre Eddy: oggi è il suo compleanno, auguri campione!
E poi arriva lui che fa restare il Cannibale e le “blaireau” Hinault senza parole, per quello che fa, per come lo fa, per la continuità e i modi di farlo. E poi arrivano alcuni ai quali devi spiegare che quello che stanno vedendo difficilmente lo vedranno ancora, perché questo ragazzo è unico e per questo va applaudito, come solo il pubblico del ciclismo sa fare, come il pubblico della Valtellina ha fatto oggi, in questo Giro di Svizzera appena incominciato, forse già finito, ma per questo da seguire con assoluta trepidazione, perché con lui tra i pedali, qualcosa succede sempre. Qualcosa accadrà.
E poi non devo dire altro, perché c’è lui.