Gli ultimi giorni di scuola ci hanno visti impegnati a La Villa con i ragazzi dei Licei e dell’Istituto Tecnico dell’Alta Badia. Siamo qui grazie agli amici della Maratona dles Dolomites, che l’anno scorso hanno sostenuto il progetto scuola della Fondazione Scarponi con una donazione di 10.000 euro. Grazie a questa donazione e a molte altre ricevute da privati, compresi vari contributi pubblici derivanti da bandi e coprogettazioni, nell’anno scolastico 2025-26 la Fondazione Michele Scarponi è riuscita a incontrare ragazze e ragazzi di 42 scuole di 27 città italiane. Da Filottrano a Milano, passando per Jesi, Marotta, Ripatransone, Ancona, Cento, Bologna, Cuneo, Brescia, Schio, Trento, Luino, San Salvo, Vergato, Bra, Mondovì, Racconigi, Saluzzo, Fossano, Corinaldo, Montefano, San Benedetto, Perugia, Pieve di Soligo, Castiglione d’Orcia, Pontedera. Un Giro d’Italia lungo un anno scolastico che ha come ultima tappa lo stadio del ciclismo più famoso al mondo, le Dolomiti.
Gli incontri con i ragazzi sono tre: il primo coinvolge tutti gli studenti della scuola e spetta a me; il secondo e il terzo incontro vedono protagoniste solo le classi prime e seconde e con me c’è Alessandra Giardini, arrivata da Bologna su un treno regionale strapieno fino a Brunico, città dov’è normale muoversi in bicicletta, quindi anche sicuro.
I ragazzi dell’Alta Badia parlano almeno quattro lingue: il ladino, il tedesco, l’italiano e l’inglese, eppure anche loro non sanno perché la maglia rosa è rosa, rispondono “salista” quando chiedo loro come si chiami il ciclista forte in salita e solo uno su cento ha sentito parlare di Fausto Coppi. Anche il secondo test conferma la regola che il piede a terra è un gesto che non va più di moda. Infatti quando arrivo a raccontare quella tappa del Colle dell’Agnello e domando loro di mettersi nei panni di Michele e scegliere se fermarsi ad aspettare il proprio capitano rinunciando alla propria vittoria per una rincorsa incerta alla maglia rosa di un compagno di squadra o andare dritti verso un meritatissimo trionfo personale, solo una mano su duecento si alza sussurrando che sceglie di fermarsi. Le altre vogliono vincere, come le centinaia e centinaia di mani della stessa età incontrate precedentemente nelle altre scuole. La maggioranza bulgara delle altre mani non ha dubbi, la vittoria più importante è la propria, sempre.
Quindi faccio parlare Michele, metto il filmato di quella tappa sacra e loro vedono i muri di neve, Steven Kruijswijk in maglia rosa che sbaglia la traiettoria in curva in discesa e va a sbattere contro la neve, Vincenzo Nibali in mantellina bianca e Michele che mette il piede a terra. “Sì ragazzi, Michele rinuncia alla propria vittoria personale per una vittoria più grande, quella di un compagno di squadra, di un altro.”
Non passerà un anno da quel gesto fuori moda che mio fratello sarà investito a morte a Filottrano, a casa, e su me e i ragazzi, a questo punto, cala un silenzio senza nome, come una montagna di notte. Solo il piede a terra ci salva anche stavolta, solo quel piede a terra ci aiuta a scalare la salita impossibile e ci fa ritrovare insieme, dentro lo stesso abbraccio, come scrive su un biglietto verde, anonimo, un ragazzo o una ragazza dell’Alta Badia, quando alla fine li invito a lasciare scritta una parola, un’emozione, dopo aver ascoltato la storia di Michele: ho sentito l’amore che si può avere per qualcun altro.
I ragazzi sanno cambiare la strada.
Se sei giá nostro utente esegui il login altrimenti registrati.