È stato uno dei corridori più forti degli Anni Settanta. Un atleta di classe sopraffina, con un carattere che forse non l’ha portato a massimizzare quello che probabilmente le sue doti avrebbero potuto garantirgli, ma in ogni caso un pezzo di ciclismo, soprattutto tedesco, l’ha scritto.
Dietrich Thurau, per tutti gli appassionati del nostro sport Didi, è tornato nella sua seconda casa: l’Italia. È tornato su invito degli organizzatori del TotA che l’hanno invitato a dare il via della tappa da Laces. Classe ’54, 72 anni da compiere il 9 novembre prossimo, è apparso in grande forma e tra applausi e strette di mano si è lasciato andare a qualche ricordo in perfetto italiano. «Mi è sempre piaciuto il vostro Paese e quando mi hanno chiamato gli amici del Tour of the Alps non ci ho pensato due volte: da voi io ci vengo sempre volentieri. Ho tanti amici, tanti tifosi e, soprattutto, tanti bei ricordi».
Da vent’anni è cittadino svizzero, visto che vive sul lago di Costanza, ma Thurau è da sempre cittadino del mondo. «Ho amici in ogni angolo del globo e per me la terra è una tavolozza di colori e di sentimenti – mi dice -. Ho ritrovato un caro amico come Guido Bontempi, che è qui al TotA come motociclista dello staff del leggendario fotografo Roberto Bettini: con lui ho fatto anche una Sei giorni di Milano. Che ricordi…».
Corridore talentuoso, che ha vinto una Liegi precedendo sua maestà Bernard Hinault. Piazzamenti di livello, come il 3° alla Roubaix, 5° al Giro d’Italia, 5° al Tour de France e il 4° alla Vuelta. Forte su strada, ma anche su pista. In totale più di 150 vittorie in carriera. «Mi sono divertito e mi sono tolto diverse soddisfazioni, anche se un mondiale forse mi manca… quello di San Cristobal, ad esempio, alle spalle di Francesco Moser, poteva essere mio. Nel finale buca e io non me ne accorgo. Lui è stato lesto a fare tutto velocissimamente e io un pollo a non approfittarne».
Non propriamente pollo ma belva è stato a Valkenburg, quando in pratica con una manovra al limite del temerario tirò giù di netto il povero Giovanni Battaglin in giornata di grazia e il mondiale finì a Jan Raas. «Gli italiani non mi hanno perdonato quell’episodio. Molti dissero che avevo fatto di tutto per far vincere volontariamente Raas, ma non è così. Ve lo giuro. Ho fatto una manovra sbagliata, e io l’ho fatta in mondovisione, in un momento di corsa troppo importante per la storia del ciclismo, ma sono cose che capitano, purtroppo».
Sorride Didi (nella foto, con la compagna Susanna) e firma autografi. Si concede per i selfie e si dà con grandissima generosità. «È troppo bello essere qui, a questa corsa che cresce di anno in anno e mostra il volto migliore del ciclismo che verrà. Un anno fa abbiamo visto e applaudito Paul Seixas, quest’anno stiamo apprezzato Pellizzari e Finn: a proposito, su con la vita, l’Italia non è poi messa così male. Di ragazzi interessanti ce ne avete più d’uno: siete sulla buona strada. Voi non ci crederete, ma faccio il tifo per voi».