Pur non avendone i gradi, l’Amstel non ha nulla da invidiare alle corse monumento: una buona tradizione, un albo d’oro ricco, un percorso che per distanza (257 i chilometri) e difficoltà (33 cotes, il vento e le strette strade olandesi) finisce per spremere le gambe. Prima tappa del trittico delle Ardenne, la corsa della birra quest’anno festeggia le 60 edizioni, proponendo tre volte il suo strappo più iconico, il Cauberg, affollatissimo di appassionati, rigorosamente col boccale in mano fin dal mattino: sarà anche stavolta giudice supremo, con l’ultimo passaggio a un paio di chilometri dal traguardo. In un albo d’oro a forti tinte orange (18 successi dei padroni di casa contro i 14 del Belgio), l’Italia è al terzo posto con sette vittorie, la maggior parte nel secolo attuale, l’ultima dieci anni fa con Enrico Gasparotto, unico dei nostri a far doppietta. Degli ultimi vincitori, mancano Pogacar, Van der Poel e Van Aert: ecco le dieci facce che puntano a seguirli nell’albo d’oro.
Remco Evenepoel. Vince perché dei Fab Four della bici è l’unico che si presenta, perché un anno fa al debutto è subito salito sul podio, perché percorsi del genere per lui sono un trampolino. Non vince perché questa classica storicamente è aperta alle sorprese.
Mattias Skjelmose. Vince perché è uomo da corse del Nord, perché un anno fa ha fatto centro battendo Pogacar e Evenepoel, perché ha calibrato la sua preparazione sulle prove nelle Ardenne. Non vince perché non è più una sorpresa e avrà dai rivali un occhio di riguardo.
Christophe Laporte. Vince perché è adattissimo a questo genere di corse, perché al Nord quest’anno ha quasi sempre chiuso nella top ten, perché con il rientrante Jorgenson forma una coppia da podio. Non vince perché correre da capitano non è come farlo in appoggio a un leader.
Kevin Vauquelin. Vince perché ha puntato molto sulle classiche delle Ardenne, perché con un finale del genere ha buone carte da giocare, perché con Axel Laurance può sfruttare il gioco di squadra. Non vince perché nelle corse a tappe disputate fin qui ha fatto bene ma non benissimo.
Mauro Schmid. Vince perché è in un ottimo momento di forma, perché è cresciuto con calma in vista di questi appuntamenti, perché in una corsa senza un vero padrone può dire la sua. Non vince perché non esser mai entrato nella top ten di una classica alla fine pesa.
Romain Grégoire. Vince perché finora è la classica che gli è riuscita meglio, perché è un attaccante e su terreni così va a nozze, perché per tener fede al ruolo di grande speranza francese non bastano i piazzamenti. Non vince perché al momento giusto gli mancava sempre qualcosa.
Andrea Vendrame. Vince perché ha il terreno ideale per farlo, perché della ristretta pattuglia italiana è quello che fin qui è andato meglio, perché arriva dall’altura e può sfruttarne i benefici. Non vince perché se il suo compagno Schmid andrà bene potrebbe trovare strada chiusa.
Benoit Cosnefroy. Vince perché queste sono le sue corse, perché c’è già andato vicino una volta, perché in assenza di capitan Pogacar lui e il rientrante Tim Wellens sono liberi di giocare le proprie carte. Non vince perché il meglio l’ha dato venerdì con la fuga alla Freccia del Brabante.
Simone Velasco. Vince perché è la classica che in carriera gli è riuscita meglio, perché ha le necessarie doti da attaccante, perché con l’esperto Ulissi forma una coppia di cani sciolti che può sorprendere. Non vince perché di pezzi grossi sulla sua strada ce ne sono troppi.
Alex Aranburu. Vince perché è da inizio stagione che corre davanti, perché è un uomo veloce che tiene bene sugli strappi, perché nelle classiche delle Ardenne si è fatto notare spesso. Non vince perché quando il gioco si fa duro gli manca qualcosa per giocarsela fino in fondo.