Durante le ultime settimane vi abbiamo raccontato più volte il modo di vivere il ciclismo in Oman, la gara a tappe organizzata da A.S.O ci ha permesso di guardare oltre i risultati, andare alla scoperta dello di un paese che si sta appassionando alla bici. Gli investimenti sono indubbiamente molti, l’obiettivo principale della corsa è stato fin da subito quello della promozione turistica soprattutto in Europa, ma anno dopo anno la federazione ciclistica Omanita ha capito che il pubblico non vuole più rimanere indifferente. Fin dalla scorsa edizione eravamo stati attirati da come questo sport avesse un impatto sulla parte femminile della popolazione, avevamo parlato con donne e ragazze lungo la strada, avevamo visitato delle abitazioni, avevamo cercato di raccogliere più informazioni possibili rendendoci conto che stesse nascendo qualcosa, ma non fosse ancora abbastanza. Questo succedeva 12 mesi fa, ma in un paese in forte sviluppo come l’Oman possono cambiare molte cose da un anno all’altro.
Alla vigilia della Muscat Classic è tradizione per noi giornalisti partecipare ad una conferenza stampa tenuta dagli organizzatori, ci sono sempre il direttore di corsa, il presidente dell’unione ciclistica omanita e qualche amministratore locale, ma questa volta la nostra attenzione è stata attirata da una donna che ha preso la parola per illustrare alcune dinamiche di corsa. Bisogna dirlo, se fossimo stati in Europa non ci avremmo fatto caso, ma in un paese arabo in cui gli equilibri sono molto differenti è stata una cosa che ha stupito tutto il gruppo e ci ha spinto a scoprire qualcosa in più. Quella che doveva essere una semplice curiosità si è trasformata in una vera e propria chiacchierata che ci ha permesso di conoscere la storia di Rakhiah Alhinai e della sua collega Suhair Al Harthi, due donne nel settore operativo del tour of Oman che stanno iniziando a far sentire la loro voce.
L’avventura di Rakhiah e di Suhair nel ciclismo parte da lontano, due strade diverse che finiscono per incontrarsi circa 15 anni fa mentre si trovano a collaborare ad una gara di rally, una delle discipline più diffuse e amate in Oman. La stessa società organizzatrice inizia ad operare anche nel ciclismo, c’è bisogno di personale formato ed entrambe vengono scelte per seguire le gare locali nel sud del paese, è un piccolo sogno che cresce poco alla volta e che una manciata di anni fa le ha portate a lavorare anche con A.S.O. Inizialmente si trattava di un ruolo piccolo, ma sia Rakhiah che Suhair si dimostrano subito capaci ed appassionate, da una manciata di anni sono entrate nella direzione di gara. Il loro compito è quello di mettere in sicurezza il percorso, di valutare gli sprint intermedi e il comportamento degli atleti, un’attività fondamentale che permette loro di lavorare in stretto contatto con i commissari Uci. «Per noi è un grandissimo onore fare parte del Tour of Oman, è la corsa più importante del nostro paese. Lavoriamo duramente per la buona riuscita di questo progetto e per me è stato un grande onore essere chiamata come donna a parlare del mio lavoro davanti a tanti media internazionali, è qualcosa che mi emoziona e ripaga di tanto impegno. Collaborare con la giuria e l’organizzazione ci permette anche di acquisire esperienza e vedere dinamiche che sono rare nelle nostre gare locali, come gli sprint intermedi, le zone di rifornimento, ma soprattutto il modo in cui le ammiraglie dei vari team si muovono in corsa, è davvero affascinante» ci dice Rakhiah emozionata ed orgogliosa del suo lavoro.
Per noi occidentali non è facile comprendere in pieno la mentalità di un paese così distante dal nostro, sono Suhair e Rakhiah a spiegarci con il loro vissuto come le donne non siano affatto precluse da alcuna attività. In Oman si è molto aperti e da sempre si è incentivato lo sport per entrambi i sessi, la differenza rispetto a noi europei non è da trovarsi in un divieto quanto in un’abitudine che ancora non è consolidata. Le due ragazze hanno voglia di raccontare la loro storia e presto scopriamo che in realtà lavorano in ambito medico, le gare di ciclismo sono quello stacco dalla vita frenetica, è una passione che hanno iniziato a portare avanti in modo diverso e che ora le porta a sognare in grande. Rakhiah ci è arrivata per caso dopo aver lavorato nel rally, Suhair invece se ne è innamorata tanti anni fa vedendo i maschi della sua famiglia correre in bici. «Nella mia famiglia ci sono sempre stati dei ragazzi che andavano in bici, io volevo provare, ma era una cosa che non si faceva, non è che fosse proibita, semplicemente non era comune. Quando sono cresciuta ho deciso di comprarmi da sola la mia bici ed iniziare a pedalare, ero consapevole che qualcuno mi avrebbe giudicato, ma la mia famiglia mi ha subito supportato, così come la mia comunità, è stato bellissimo. Crescendo ho dovuto smettere perché non c’erano squadre e gare, ma mi porto quell’esperienza nel cuore come una piccola vittoria personale che mi ricorda che niente è impossibile. Ho continuato a seguire il ciclismo e ho scoperto che oltre alle gare maschili pedalavano anche le donne, mi sono sentita compresa e ho capito che effettivamente qualcosa stava cambiando» ci dice Suhair rivelandoci quel pezzo mancante di una storia che è solo all’inizio.
Ci sarà mai un tour of Oman per le donne? È una domanda lecita che ci viene quasi in automatico, sono proprio Rakhiah e Suhiar ad aprirci a questa possibilità. Potrebbe accadere tra 5,10 anni, ancora non si sa, ma qualcosa si sta muovendo. «In Oman ci sono molte gare locali da ottobre a marzo, sono i mesi meno caldi in cui è possibile gareggiare. Ci sono diverse categorie, dai più giovani agli junior, tante ragazze chiedono di provare e si divertono tantissimo, sempre più donne omanite partecipano anche all’iron man. Siamo sicure che un giorno ci sarà spazio anche per loro, potranno vedere da vicino le grandi campionesse. Stiamo assistendo a tanti cambiamenti, nel 2025 per la prima volta abbiamo visto tante persone in strada ad attendere la corsa, quest’anno molte scuole hanno portato i loro studenti. Abbiamo visto il pubblico emozionarsi, il gruppo passare a grande velocità e i bambini gettarsi a raccogliere le borracce, da noi tutto questo non è mai esistito, ma tutti l’hanno visto in televisione e l’hanno replicato.»
La storia di Rakhiah e Suhair ci ha fatto fare un viaggio inaspettato nel modo di vivere il ciclismo di un paese che lo sta ancora scoprendo. Ci è bastato guardarle negli occhi per capire la loro emozione nel raccontare qualcosa in cui credono davvero, la passione e la dedizione nel loro lavoro, la voglia di far crescere quel sistema. Sin dall’inizio della chiacchierata ci frullava in testa una domanda, ma ce la teniamo per la fine, proprio quando la partenza del pulmino giornalisti ci costringe a passare ai saluti. “Quale è il vostro sogno?” chiediamo e loro ci rispondono insieme, all’unisono: «Vorremmo andare in Europa e conoscere il ciclismo vero, ma soprattutto studiare tanto e diventare Commissarie Uci». In un paese dove tutto cambia così in fretta nulla è impossibile.
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