Nella presunzione (e nell’illusione) del tutto-e-subito, nell’epoca del tempo reale (come se, altrimenti, fosse irreale), nel mito della velocità (fino all’alta velocità) e dell’immediatezza (fino all’istantaneità), la lentezza è considerata un peccato, un ostacolo, uno svantaggio, se non una sconfitta, se non una perdita. Una perdita di tempo. Eppure si parla di slow food e slow wine, eppure si chiede più tempo per riflettere e valutare e approfondire, eppure si propone almeno di frenare la frenesia del vivere.
La bici è perfetta. Esaltata come simbolo del futurismo, dunque velocità, dinamismo e tecnologia, poi soffocata e travolta da moto, auto e aerei in una spirale sempre più veloce, dinamica e tecnologica, infine recuperata e riabilitata come bandiera di una mobilità silenziosa, salutare, ecologica, agile, economica, la bici è perfetta perché è lenta, ma di una lentezza veloce, ed è veloce, ma di una velocità lenta. Più veloce che andare a piedi, più lenta – ma non in città – che andare in moto e in auto. E con la dote di appartenere sempre ai luoghi in cui si pedala, un’immersione epidermica e muscolare, una partecipazione sentimentale ed emotiva, una condivisione sonora e tattile.
Eleonora Belloni ha scritto “La rivoluzione della lentezza” (il Mulino, 164 pagine, 17 euro), la storia della bicicletta dall’oblio alla rinascita, cioè dal 1955, quando più sensibile cominciò a essere il calo demografico delle bici in Italia, al 2025, quando la bici è sembrata rientrata in uno stile di vita urbana e metropolitana, anche nel turismo e nei viaggi, oltre che nello sport più o meno competitivo, dunque rientrata anche nel mercato (la bike economy). Agile, leggera, sostenibile, versatile, eclettica, essenziale eppure completa, lentamente veloce o velocemente lenta, perfino poetica, la bici è – lo abbiamo già scritto – perfetta. E Belloni lo spiega, lo racconta. “Un mezzo apparentemente semplice, eppure straordinariamente complesso nei suoi significati e nelle sue narrazioni”, pur cambiando “innumerevoli volte il proprio ruolo sociale nel tempo e nello spazio”.
In questo saggio a pedali (e l’andatura, davvero, sembra quella di una bici, lentamente veloce o velocemente lenta), si passa da “Ladri di biciclette”, 1948, il film di Vittorio De Sica sulla centralità (e la drammaticità) della bici nella vita degli italiani, a “Il sorpasso”, 1962, il film di Dino Risi sul miracolo economico, sull’ossessione motoristica, sul bullismo stradale; si salta dalla Graziella, la bici pieghevole studiata per entrare nel minuscolo bagagliaio della Fiat 600, alle nuove bici pieghevoli per l’interscambio con i treni; si va dalla crisi petrolifera, 1973, all’annunciato esaurimento delle fonti naturali rinnovabili (nel 2025 è stato il 24 luglio); si citano dal Ciclobby di Luigi Riccardi con la sua Bicinfesta, 1987, all’Eroica di Gaiole in Chianti, 1997, dalla Critical Mass prima a Milano poi a Torino, Bologna, Genova…, 2002, all’istituzione del bike sharing, dalla professione dei bike messenger alla diffusione delle e-bike, dalla legge sulla mobilità ciclistica, 2018, al Piano per la mobilità ciclistica, 2023.
Le conclusioni sono anticipate da Belloni fin nell’introduzione: “Oggi la pratica ciclistica sta vivendo un nuovo protagonismo, non solo materiale. La sensibilità crescente alle problematiche ambientali ha portato a rileggere il fenomeno della mobilità alla luce del principio della sostenibilità, focalizzando l’attenzione sulla mobilità non motorizzata (pedonale e ciclistica)”, “restituendo alla bicicletta uno spazio nel dibattito pubblico”, “che la candida a divenire di nuovo, come alle origini della sua storia, simbolo di modernità”. Ecco: la bici non più come mezzo povero e dei poveri, ma come il mezzo più rispettoso e valoroso.
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