IL PASTO RACCONTA IL VALLE D'AOSTA. IL GIRO È DI PRONSKIY

DILETTANTI | 15/07/2018 | 15:01
di Marco Pastonesi

Se n’è andato a 18 km dall’arrivo, a 600 metri da due tornanti che promettevano di segare le gambe a chi ancora si illudeva di averle. Uno scatto secco, improvviso, letale. Cento metri di vantaggio fulminei, solitari, irraggiungibili. Da lì in poi è stata una cronoscalata, doppiamente vincente: per la tappa e per la classifica. Generale, finale, storica. Vadim Pronskiy ha conquistato il 55° Giro della Valle d’Aosta, la più dura corsa a tappe internazionale per gli Under 23.


Pronskiy (nella traduzione dal cirillico c’è anche chi scrive Pronsky e chi Pronskyi) ha 20 anni, è kazako, corre per l’Astana City, abita – spesso – a Custoza, nel ritiro della squadra, un bed and breakfast organizzato a college e magazzino, con altri 11 compagni. Vadim è uno scalatore: se fosse nato qui a Cervinia, sarebbe diventato alpinista, guida alpina, free climber, sestogradista, skyrunner, o forse elicotterista, qualsiasi disciplina che lo avrebbe fatto camminare, arrampicare, correre, decollare, volare in cielo. “In famiglia siamo in cinque – spiega -: papà, mamma, io, un fratello e una sorella. Il papà e la mamma sono normali, cioè non fanno sport, io e mio fratello ci dedichiamo al ciclismo”. Lui se n’è innamorato: la prima bici era una vecchia Dinamo, la prima corsa a 16 anni, la prima vittoria internazionale al Giro della Lunigiana, il secondo posto nella Coppa del mondo da junior, il primo posto fra i giovani proprio al Giro della Valle d’Aosta 2017, il 14° assoluto (e il settimo fra i giovani) al Giro d’Italia Under 23 di quest’anno: e intanto studente alla Scuola di sport di Astana.


“Nel cronoprologo sono andato male – racconta Pronskiy -: 38°. Poi, però, ogni giorno stavo meglio. Ieri mi sono avvicinato al comando: secondo nella generale. Ma avevo visto che il primo, lo svedese Kevin Inkelaar, era stanco. Così oggi c’era un piano: attaccarlo. Sulla prima salita Inkelaar ha tenuto, sulla seconda, il Col Saint-Pantaléon, si è staccato, così all’inizio della terza toccava soltanto a me. La squadra mi ha aiutato molto, poi ce l’ho messa tutta”. Fra i prossimi impegni il Tour d’Alsace e il Gran premio di Capodarco, poi un test con l’Astana dei professionisti. Quelli della squadra di Vinokourov sono disposti a giurare su di lui: “Questo ragazzo – sostengono – ha gambe e testa, connesse”.

Il Giro della Valle d’Aosta chiude con altri vincitori. Perché Alessandro Fedeli, ieri primo e oggi secondo (e da domani per la prima volta in ritiro in altitudine a Livigno, a proprie spese, con due compagni), sembra avere vinto la propria battaglia contro il nervosismo e forse anche contro la sfiducia in se stesso, e per lui il trionfo sarebbe l’ingaggio da professionista. Perché Samuel Mugisha, ruandese, terzo di 10 tra fratelli e sorelle, cresciuto nella poverissima accademia ciclistica di Adrien Nyonshuti a Rwamagana, all’attacco ieri e all’attacco anche oggi, ha vinto la classifica dei gran premi della montagna. Perché Matteo Bellia, due giorni in maglia gialla, ha dimostrato che si può fare università e ciclismo, tutti e due ad alto livello, e adesso spera (come Fedeli) di essere convocato nella squadra italiana per il Tour de l’Avenir. Perché Laurent Rigollet, valdostano, che ha cominciato correndo per curiosità le cronoscalate amatoriali, dopo un anno da junior e mezzo da dilettante ha stupito tutti pedalando spesso in testa al gruppo. Perché il belga Mauri Vensevenant, ottavo oggi, decimo nella generale e primo fra gli Under 20, sta dimostrando di poter sopportare la fama di papà Wim (quella buona, tre volte lanterna rossa al Tour de France, e quella cattiva, un processo per traffico di doping). Perché Stefano Taglietti, bresciano, ha tenuto duro ed è arrivato 75°, a 1.41’15” da Pronskiy, ultimo, ma sempre prima dei 50 fra ritirati e fuori tempo massimo, il 40 per cento dei partiti. Perché il Giro della Valle d’Aosta è la festa delle salite e il festival dei dislivelli, l’Oscar della montagna e il Nobel della fatica.

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