Dici giro delle Fiandre e non pensi soltanto a una grande classica: è un vero e proprio rito. Per un Paese intero: in Belgio, quando si corre sui muri in pavé, è Pasqua anche quando non lo è sul calendario. Figuriamoci stavolta che i due eventi coincidono: attesi almeno ottocentomila spettatori sulle strade, qualcuno azzarda persino un milione, che vorrebbe dire un belga su dieci sul ciglio, magari sotto la pioggia. Con posti prenotati alla partenza e nei punti strategici dei 267 chilometri di gara, con prezzi che vanno da 100 a 300 euro, per non parlare dei pacchetti vip che comprendono passaggi sulle auto dentro la corsa e pranzi con vista gara. Quanto al possibile vincitore, la scelta è ampia, per quanto ristretta ad un uomo che sappia abbinare fondo e forza fisica: ecco quindici facce che possono entrare nella storia, oltre che nel cuore dei fiamminghi.
Peter Sagan. Vince perché l’ha già fatto, perché questa corsa sembra essergli disegnata addosso come un vestito, perché i bookmakers lo danno strafavorito. Alla Gand-Wevelgem ha dato una lezione di lucidità, dimostrando che dove non arriva la squadra provvede sempre lui.
Greg Van Avermaet. Vince perché c’è andato vicino spesso, perché è la corsa di casa sua, perché ancora in Belgio quest’anno non ha ancora centrato un successo. Due volte secondo, una volta terzo e un’altra quarta: è uno di quelli che sa come si fa, gli manca soltanto di farlo.
Philippe Gilbert. Vince perché è il più navigato di tutti, perché ha vinto più classiche-monumento di tutti, perché un anno fa ha dato una lezione a tutti. Fra i grandi delusi di Sanremo, fin qui ha aiutato molto i compagni: un bel modo per prepararsi restando nell’ombra.
Vincenzo Nibali. Vince perché alla forma abbina l’entusiasmo del trionfo a Sanremo, perché è un fuoriclasse che non si nega nulla, perché ai debuttanti la sorte strizza sempre un occhio. Corre leggero, perché il suo obiettivo dichiarato è la Liegi: per questo è ancora più pericoloso.
Tiesj Benoot. Vince perché corre sulle strade dove è nato, perché i belgi parlano di lui come un astro nascente, perché al debutto in questa classica ha fatto quinto. Si è sbloccato alle Strade Bianche, acqua tutto il giorno e terreno infame: se gli mancava un po’ di convinzione, ora ce l’ha.
Wout Van Aert. Vince perché è un fenomeno, perché i campioni del ciclocross come lui sulle pietre fiamminghe si divertono, perché dalla terra alla strada non sembra far fatica. Da crossista si diceva che avrebbe sofferto la mancanza di fondo: come non detto.
Zdenek Stybar. Vince perché è uomo da corse del Nord, perché questa classica gli piace, perché promette da tempo di vincere una grande corsa. Come Van Aert ha forza e abilità per guidare sulle pietre, è la miglior carta di riserva che un team può avere se i leader non funzionano.
Niki Terpstra. Vince perché ha più esperienza di tanti altri, perché ci ronza spesso intorno, perché sulle pietre non gli si può concedere il minimo spazio. Ad Harelbeke, stesse strade e stessi muri, ha fatto le prove generali, mantenendo fino al traguardo una manciata di secondi di vantaggio: avvisati.
Oliver Naesen. Vince perché gli piacciono le corse toste, perché ha l’età per fare il salto di qualità, perché correre con la bandiera del Belgio addosso in una classica così è speciale. E’ finito davanti ad Harelbeke, era davanti anche alla Gand-Wevelgem: se sono due indizi, aspettiamo la prova.
Sep Vanmarcke. Vince perché è uno di quelli che prima o poi ci riesce, perché arriva da un anno così vuoto da non crederci, perché alla Gand-Wevelgem ha mandato segnali di vitalità. E’ esperto, è uomo da pavé e sta benone: magari non basta, di sicuro aiuta.
Jasper Stuyven. Vince perché è nato nel cuore delle Fiandre, perché è in un momento di forma ideale, perché in tutte le corse belghe disputate quest’anno non è mai uscito dai primi dieci. E’ un uomo da classiche, almeno così recita il suo curriculum: ha l’occasione migliore per dimostrarlo.
Matteo Trentin. Vince perché è il più fiammingo dei nostri, perchè su queste strade sta più davanti che dietro, perché può finalmente pensare a se stesso e non agli altri. Non c’è stata corsa del Nord quest’anno in cui non abbia messo il naso in avanscoperta: si impara così a puntare in alto.
Gianni Moscon. Vince perché col pavé va d’accordo, perché non teme le corse dure, perché a forza di dimostrarsi il migliore dei suoi un po’ di fiducia gli verrà data. Gand-Wevelgem a parte, le prove generali le ha superate tutte: non gli resta che dimostrarsi pronto all’esame più tosto.
Michael Kwiatkowski. Vince perché deve riscattare la delusione della Sanremo, perché va forte da inizio stagione, perché sui muri fiamminghi ogni anno ha fatto meglio del precedente. Non è tra i più quotati, ma uno che quando sta bene può inventarsi la corsa irresistibile meglio tenerlo d’occhio.
Alexander Kristoff. Vince perché sa come si entra in questo albo d’oro, perché sui muri si arrampica con facilità, perché in sei partecipazioni non è mai uscito dai primi quindici. Frenato da malanni di stagione, non è annunciato al top: trovarsi in posizione giusta nel finale potrebbe farlo guarire del tutto.
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