PASTO TURCO. RIFAT E L'AMORE

STORIA | 25/02/2018 | 09:23
E’ lì al bar. Seduto a un tavolino. Maglietta di lana a maniche corte, guanti slacciati, cappellino con la visiera rovesciata. Appoggia il braccio destro sul gomito e con la mano impugna un bicchierino di tè. Lo impugna con la stessa solennità con cui lo fa un sacerdote con il calice del vino: impugnandolo, osservandolo, e forse recitando – ha la bocca aperta – una formula rituale. Il braccio sinistro è disteso. Davanti, su un piattino, sembrano esserci alcuni pasticcini.

Il bello non è tanto questo, ma quello che succede intorno a lui. Perché accanto, dietro e - soprattutto - davanti c’è gente che lo guarda, che lo accompagna, che lo ammira, che lo adora, che se lo sta mangiando con gli occhi. Incantata. Accanto, alla sua destra, un giovane con le braccia incrociate. Dietro, almeno due uomini, uno in giacca chiara, l’altro in camicia scozzese. E – soprattutto – davanti, bambini e ragazzini. Sono loro che lo stanno adorando, che se lo stanno mangiando con gli occhi. Fra lui e loro, i bambini e i ragazzini, c’è il vetro della veranda. Ed è il vetro che li autorizza a rimanere lì, senza che nessuno li possa cacciare via.

Lui è Rifat Caliskan, il Coppi turco, il Merckx turco. Cinque anni più del Cannibale, ma la stessa fame di vittorie. In patria batterlo era quasi impossibile, e se qualche volta succedeva in corsa, mai è successo nella popolarità. Campione nazionale, un’infinità di volte. Ai Mondiali e alle Olimpiadi era un’altra storia, ma c’era da capirlo. Però al Giro di Turchia ha battagliato e vinto, ha guerreggiato e trionfato. Ecco perché, il giorno della foto in cui si ferma al bar e chiede un caffè, il barista lo fa accomodare nel tavolino che dà sulla strada, e accanto, dietro e – soprattutto – davanti a lui si schiera il mondo.

Basta questa foto in bianco e nero, prestata proprio da Rifat Caliskan, per illuminare, valorizzare e benedire “Cumhurbaskanligi Turkiye Bisiklet Turu’nun - 50 Yillik Oykusu”, il Giro ciclistico presidenziale di Turchia - 50 anni di storia”, il libro scritto da Feyzi Acikalin e pubblicato nel 2014 da Yayinlari.

Cinquant’anni di bici e ciclismo, di passione e amore, di foto e vignette, di titoli e ritagli, di facce e polpacci, di braccia al cielo e spalle al vento, di manubri e borracce, di fuggitivi e inseguitori, di striscioni e podi, insomma di “quelli i cui culi – come spiegava con realismo proprio Rifat Caliskan – si bagnano sulle selle”.

Acikalin è un dentista, ma se avesse potuto (e forse se ancora potesse) vivere di ciclismo, avrebbe fatto (e forse farebbe) volentieri a cambio. Ma tra denti e corone (in senso odontoiatrico), si gode anche denti e corone (in senso ciclistico): va in bicicletta (ne ha diverse, e per paura dei ladri ha deciso di tenersele in casa) e segue il ciclismo.

La sua storia a due ruote comincia, come racconta nell’introduzione al libro, non con la prima bici (“Facevo fatica ad arrivare ai pedali”), ma con la prima casa (“La striscia bianca e la parola ‘varis’, arrivo, stavano proprio davanti alla porta di casa”). Il segno del destino: “Il traguardo di tutte le corse ciclistiche per 45 anni stava lì, una volta 10 metri più avanti, un’altra 10 metri più indietro, ma sempre lì”. L’effetto della folgorazione: “Nel 1964, l’anno in cui imparai a leggere, ricordo che divorai un articolo sull’ultima delle sei pagine del giornale ‘Cumhuriyet’ (significa ‘Repubblica’, ma non il quotidiano italiano, ndr), che stava in casa”. Finché decide di restituire al ciclismo quello che ha ricevuto in sensazioni ed emozioni, si tuffa negli archivi di giornali e riviste, ritrova non solo l’articolo di “Cumhuriyet” che ha divorato, ma anche la fotografia di un corridore che stava sulla copertina dell’enciclopedia “Resimli Bilgi”, il mitico “Conoscere”. E poi storia e storie. E quella formidabile foto del vecchio Rifat.

Non ho letto il libro, tanto più che è in turco (ma Acikalin, per semplificarmi la vita, mi ha dato la traduzione in inglese della sua sentimentale introduzione), ma l’ho sfogliato. E capito che, al di là della ricerca, questa è una dichiarazione di amore. E fra gemme (il gruppettino che girava la Turchia per promuovere la repubblica dopo la proclamazione nel 1923) e curiosità (Joop Zoetemelk, che i turchi scrivono Zootemelk, sui giornali che ne celebravano la vittoria al Giro di Turchia 1967 era stato storpiato in Zoctemelk), c’è, inevitabilmente, anche un po’ di Italia. L’allenatore italiano Gino Riccardi, il mago della pista; l’altro allenatore Gino Bartolucci, un pioniere della strada; una trasferta della nazionale turca a Napoli nel 1963; fino alle prodezze (due tappe e la generale) di Giovanni Visconti nel 2010; comprese addirittura due fotine della speaker Barbara Pedrotti.

Marco Pastonesi
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