LIBRI | 10/10/2017 | 07:26 Se ricordare è vivere, come amava ripetere Bruno Raschi, il grande cantore di ciclismo della 'rosea', allora questo «L'ultimo Patron - Vincenzo Torriani, una vita per il Giro» di Gianni Torriani, (euro 19,00, pagg. 180, edizioni Ancora) arriva come un testo oltremodo necessario. E di cui noi e tutti gli appassionati di ciclismo, di ieri e di oggi, sentivamo viva la mancanza.
Se il ricordo è vita, ma è parimenti il buongiorno del presente e lo sguardo fiero sul futuro, in bicicletta o a piedi, la figura di Vincenzo Torriani, il direttore unico - e poi il 'Patron', per antonomasia ed assunto definitivo - del Giro d' Italia, dal '48 al '93, nato nel '18 e scomparso nell' aprile del 1996, meritava questa memoria speciale.
Meritava la biografia del figlio primogenito, Gianni appunto, che ha inteso ricostruirne la figura in una intervista immaginaria, sulla soglia del centenario della sua nascita, corredato da interviste dei testimoni delle epoche traversate, da ritagli preziosi di giornali e foto dell' Archivio Torriani e dai dettagli personali, diciamolo pure, di chi il ciclismo lo ha vissuto a prezzi di cuore.
Dici Torriani, e provi a dirlo con timore al lettore di oggi, e pronunci una vocazione nata nel mondo dell' Azione Cattolica, nel dopoguerra, di lato al cardinale Schuster, organizzando a Milano spettacoli per la parrocchia e per Sant' Ambrogio... Dici Torriani, e dici chi non c' è più, certo, da Coppi, a Magni, al prediletto Bartali, prediletto perchè cattolico praticante, ed ancor più, come era lui, osservante... Dici Torriani, e sfogli il vulcano di idee, l' architetto o l' agrimensore che ad ogni anno, ad ogni autunno, si inventava il disegno del Giro di maggio. E che vinceva le nevi, già. Come al Bondone del '56, quando portò il Giro e Charly Gaul in maglia Faema in cima ad una tormenta, e come nel Gavia, 1960, una mulattiera militare promossa a grande scalata, che elevò alla gloria la storia breve di uno scalatore scavato nella roccia, Imerio Massignan, nome e cognome che non si usano più ...
Dici Torriani, e dici chi c' è, da Ercole Baldini, a Vittorio Adorni, ad Eddy Merckx, che lo ricorda ancora come un gentiluomo, 'al Giro del '69, quello del doping mai fatto, non poteva fare altro che mandarmi via dalla corsa, via o Merckx o la Giuria', da Beppe Saronni a Francesco Moser, che ha palpitante la memoria di quell' arrivo che Torriani gli preparò nel '79, a Napoli, Piazza del Plebiscito, Caserta - Napoli contro il tempo, un Moser che intimidiva i basoli della Doganella...
Dici Torriani, e saluti Carmine Castellano, che ne prese con onore il testimone, in una Sorrento che applaudiva Fuente, 1974. Dici Torriani, in un panorama attuale di dubbi e di perplessità, anche nello sport, e declini il coraggio, il decisionismo, il progetto oltre l' ostacolo, che solo Raschi, neppure il celebre direttore Ambrosini, sapeva mitigare.
Non c' è un mondo di riserve, in Torriani, la sigaretta storica alla Humphrey Bogart di lato, il sorriso dal tettuccio dell' ammiraglia, lui è il titolare che inventò la prima partenza di un Giro dall' estero, 1973, Verviers, Belgio... Lui che a Venezia il Giro saprà farlo arrivare su un ponte di barche, a Piazza San Marco, dove osano i gabbiani, nel 1978... Dici Torriani, e dici un ciclismo di sogno che per un piccolo paese diventava realtà, come a Monte di Procida, la partenza nella festa del '77. Dici Torriani, quel mezzo busto che sporge di una persona intera, dall' ammiraglia che sembra riflettere - non blasfema - l'immagine del Papa a bordo della Papamobile, lui che il Giro l' avrebbe portato in cielo, oltre che in Europa. Ma che da sempre e per sempre lo ha deposto come una corona di fiori rosa, una eredità segreta, per questo bel libro e tanto altro, nel cuore aperto della gente e delle strade.
Gian Paolo Porreca, da 'Il Mattino', 9 ottobre 2017
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